Mores

Comune in fase attivazione
Provincia di Sassari
Regione storica di Meilogu

CAP: 07013
Prefisso Telefono: 079

Azienda ASL n° 1, Sassari
Distretto sanitario Sassari

Superficie territoriale 95,08 kmq
Altitudine 366 metri s.l.m.

Abitanti al:

1951: 3314
1961: 3095
1971: 2364
1981: 2256
1991: 802
2001: 2078
2005: 2041
2010: 1982



Unione dei Comuni "Logudoro"
Ardara, Ittireddu, Nughedu San Nicolò, Ozieri, Pattada, Tula
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La posizione e il territorio 

Mores dista 37 km da Sassari ed è attraversato dalla SS 128 bis che si innesta nella SS 131 “Carlo Felice” all’altezza del Km 180. L’agro si sviluppa su una superficie di circa 10.000 ettari. Il paese si trova a un’altitudine di 360 metri su un terrazzamento del monte Lachesos (546 metri s.l.m.), la seconda  altura dell’agro dopo monte Santo (733 metri). 
Il territorio, in gran parte collinare, di natura prevalentemente calcarea, è leggermente degradante verso la piana di Chilivani, attraversata dal rio Mannu. 
Mores è situato in una sub-regione Mores è situato in una sub-regione del Logudoro detta Oppia o Oppia-Monte Santo; confina con le subregioni del Mejlogu, Costa-Valle e Nughedu-Monte Acuto, pertanto è limitrofo ai comuni di Bonorva, Torralba, Bonnanaro, Siligo, Ardara, Ittireddu e Ozieri. 

La vicenda geologica 
Le vicissitudini geologiche risalgono al periodo Miocenico: in questa era ci fu un abbassamento del massiccio cristallino della Sardegna e il mare penetrò fino a estendersi dal Golfo dell’Asinara a quello di Cagliari. In seguito si ebbe un innalzamento e prese forma, per regressione marina, un altipiano calcareo che attraversava l’isola da nord a sud. Oggi monte Santo e il monte Lachesos, che caratterizzano l’agro, non sono altro che il risultato finale dell’erosione. In seguito si é sovrapposta l’ultima potente manifestazione vulcanica, di natura prevalentemente basaltica, dell’era Quaternaria nel periodo Pleistocenico, fisicamente presente sulla sommità dei due rilievi suddetti e in una regione denominata Su Sassu. 

La storia 
L’esistenza di Mores si fa risalire all’Alto-Medioevo ma il suo territorio era popolato già a metà del IV millennio a.C., lo dimostra l’esistenza di numerose domus de janas. Se ne trovano sul monte Lachesos, mentre lungo la pendice sud-est del monte Santo si trova un masso erratico, Su Crastu de Santu Eliseu, utilizzato prima come tomba ipogeica poi come eremo e infine come chiesa paleocristiana. 
Il monumento più significativo di questa epoca è il dolmen di Sa Covaccada, imponente esempio di architettura megalitica funeraria. 
La successiva civiltà nuragica ha lasciato oltre venti torri, visibili fra di loro. Le più interessanti sono i nuraghi Sos Istattos, Ranas e Sa Cuguttada. 
Nelle vicinanze del centro abitato gli storici collocano il nodo viario romano di Hafa (prima centro punico) indicato nell’itinerario Antoniniano del III secolo d.C.: era situato lungo la direttrice stradale da Cagliari a Olbia, alla confluenza con la direttrice per Porto Torres. Ancora oggi Mores si trova lungo queste direttrici. 
Nel Medioevo Mores, insieme ad Ardara e Ittireddu, faceva parte della curatoria di Oppia appartenente al Giudicato di Torres, uno dei quattro regni della Sardegna. 
Con l’estinzione nel 1259 della famiglia giudicale dei Lacon-Gunale, questa curatoria divenne pertinenza della famiglia genovese dei Doria. 
Dal 1323, dopo la prima conquista aragonese, divenne uno dei teatri principali del conflitto tra i vari membri della famiglia Genovese e gli Aragonesi. Sempre riconquistata dai Doria. Nel 1354-1356, per vendita fatta da un certo Damiano Doria, l’Oppia fu annessa al Giudicato d’Arborea, nelle cui mani rimase fino alla battaglia di Sanluri del 1409, vinta dall’infante Martino d’Aragona detto il Giovane contro l’ultimo Giudice Guglielmo II d’Arborea. 
Alla morte dell’infante Martino, l’Oppia fu rioccupata nel 1410 dal Giudice Guglielmo II d’Arborea fino al 1420 quando vendette i suoi diritti-giudicali di discendenza al re Alfonso V d’Aragona, il quale a sua volta nel 1421 infeudò Mores e tutta l’Oppia alla famiglia Centelles (inclusa nella Contea d’Oliva). 
Con il perpetuarsi del sistema feudale ci furono vari passaggi da una famiglia all’altra. Nel 1442, infatti, Mores e parte dell’Encontrada di Oppia passarono a Franceschino Saba della Torre e in seguito, nel 1454, a Serafino I Montañans. 
Dopo la sua morte, e la sconfitta dell’Alagon, venne infeudata nel 1479 per un brevissimo periodo a don Angelo Marongio e poi alla famiglia Vilamarì che vendette il feudo nel 1547 ad Antioco Virde. 
Infine Mores e Ardara, inclusi nel feudo detto di Oppia e Monte Santo vennero a finire, per matrimonio di Caterina Virde con Giacomo Manca (+1603), nelle mani dei marchesi Manca di Mores, più tardi duchi di Vallombrosa, che seguirono fino al 1839, quando si ebbe l’abolizione dei feudi. 
Un loro discendente nato a Parigi, noto come Antoine Marquis de Morès, ebbe vita avventurosa in giro per il mondo e fondò tra l’altro nel Nord Dakota la città di Medora. 
Negli anni Settanta del Novecento l’ultimo marchese Manca di Mores e duca di Vallombrosa ha venduto la celebre tenuta di 220 ettari, detta Sa Tanca ’e Su Duca, sita in agro di Mores in località Vallombrosa, dove in passato erano stati selezionati cavalli di ottima razza: ne parla tra gli altri Francesco Cetti nella Storia naturale di Sardegna, dove scrive che nel 1777 erano registrati in Sardegna solo tre siti nei quali si allevavano le razze più rinomate del regno: il primo si trovava nella Tanca Regia, il secondo a Padru-Mannu, il terzo a Mores. 
Al proposito Tommaso Napoli scriveva nel 1814 nella sua Compen-diosa descrizione corografica-torica:  «Il marchese di Mores vi ha una tanca celebre dove nudrisconsi numerose e scelte cavalle, che danno i migliori cavalli del regno, dopo quelli della Tanca Regia». 
Grazie a questa attività storica di selezione equina il paese ha ereditato la passione e la cultura del cavallo; ottimi risultati sono stati, infatti, raggiunti nel tempo. 
Un esempio rilevante, ma non solo, è venuto dall’imprenditore agricolo Nino Calvia (1915-1988), visto che dal suo allevamento sono uscite tre cavalle (Uberta, Salomè ed Elena de Mores) che insieme hanno vinto otto palii di Siena. 
Come la maggioranza dei paesi della Sardegna interna, Mores ha registrato una crescita della popolazione nei secoli passati, mentre a partire dalla seconda metà del Novecento è iniziato un calo demografico: se nel 1583 gli abitanti erano 213, nel 1698 erano 770, nel 1861 divennero 2350, nel 1901 erano 3000 e nel 1951 erano 3300, per poi calare nel 1971 a 2300 unità e nel 2011 a 2000. 

Un paese di centenari 
Mores è tra i paesi della Sardegna – e quindi del mondo – che possono vantare un invidiabile primato per il numero di centenari e quasi centenari che si conta tra la sua popolazione. 
Mores nel corso del 2000, per fare qualche esempio, ha annoverato sei centenari, più tre che avevano già compiuto 99 anni; nel 2001 ha annoverato otto centenari. Mores rientra, infatti, tra le aree ad alta longevità o the Blue-Zones della Sardegna, individuate da Gianni Pes (professore aggregato di Scienza della nutrizione all’Università di Sassari) e da Michel Poulain (professore emerito di demografia dell’Università Cattolica di Lovanio in Belgio) come le aree geografiche dove la prospettiva di vita è molto più elevata che nei territori confinanti. Per questo nel marzo 2015 è stato una delle tappe di una spedizione scientifica guidata dall’americano Dan Buettner (giornalista del “National Geographic” e studioso della longevità a livello mondiale) che l’ha descritta in un articolo pubblicato il 22 maggio del 2015 dal “Wall Street Journal” (quotidiano finanziario di New York) col titolo Want Great Longevity and Health? It Takes a Village”. 
A Mores non appare perciò privo di senso l’augurio: A chent’annos! (“Ai cento anni!”) che si rivolge ad ogni festeggiato il giorno del suo compleanno, che di rimando replica: E bois a los contare (“E voi possiate contarli”). 

Il nome Mores-Moras 
Massimo Pittau sostiene che nell’indagare l’origine del nome Mores bisogna tenere conto dell’intensa romanizzazione del territorio. L’ipotesi più probabile, a suo parere, è che ci sia un rapporto con gli Amores, o Amorini, «compagni o figli di Venere, in onore dei quali i coloni romani avranno innalzato un tempietto o un’edicola». La caduta della a iniziale, che avrebbe portato il nome da Amores a Mores, non è infrequente nella toponomastica.
Secondo Alberto Areddu l’ipotesi è contraddetta dal fatto che non esistono continuazioni romanze di Amores in tale accezione: meno incerta appare una colleganza con la località di Mora data da Tolomeo per la Corsica, in vista delle speciali relazioni delle due isole mediterranee.
Vanno tenute poi in considerazione, come segni di un antico sostrato paleouropeo, le consonanze dell’idronimo  Mora (più noto come Morava) e del toponimo Oppa dell’area dei Sudeti (oggi Repubblica Ceca), colle moresi Mores/Moras e Oppia. 

Dall’agricoltura all’allevamento 
Nel dopoguerra sono state poste le basi per una ripresa dell’economia basata su agricoltura, zootecnia, artigianato e commercio. Al 1951 risale la fondazione della Cooperativa Allevatori di Mores, che oggi occupa quasi 40 addetti e lavora 9-10 milioni di litri di latte. 
Il patrimonio ovino presente nell’agro è di circa 40.000 capi, quello bovino è tra i più importanti del Nord Sardegna e produce notevoli quantità di latte che vanno alla 3A di Arborea. 
Sono diminuite di molto le coltivazioni del frumento e della vite (che un tempo contava centinaia di ettari). 
Per la seconda si sta tentando il rilancio; l’Agris, agenzia della Regione, sta sperimentando la vinificazione da varietà autoctone presenti nel territorio (inserite nel progetto Akinas) quali Cannonadu, Cuscusedda, Pansale, Tunis, Vermentino , etc. Il cuore-fisico di questa coltura-cultura vitivinicola di Mores è la valle rivolta a Mezzogiorno detta di monte Santo, condivisa con Bonnanaro. 

I personaggi 
Oltre all’architetto Salvatore Calvia Unali, che incontreremo come progettista del campanile di Mores, va ricordato il poeta Giuseppe Calvia- Secchi (1866-1943), che si firmava Lachesinu. Dopo essersi distinto al liceo “Azuni” di Sassari fu alla facoltà di Lettere dell’Università di Roma. In seguito giornalista, fondò la rivista “Caprera”. Fu ufficiale di artiglieria e garibaldino.
Pubblicò versi in italiano e sardo.
Si occupò di tradizioni popolari, oggi i suoi studi sono argomento di tesi di laurea. Ricoprì la carica di consigliere provinciale di Sassari.
Curò anche per decenni, insieme all’amico don Efisio Soletta (1864-1933), poeta e sacerdote di Mores, la pagina poetica della rivista “Sardegna”.
Altro personaggio di notevole interesse fu l’avvocato Paolo Farris- Spanedda (1845-1904), considerato a Sassari un principe del foro.
Nel 1880 pubblicò un saggio di ben 376 pagine sui provvedimenti di polizia: pagine ricche di amaro umorismo sull’amministrazione dalla giustizia.
Persona importante per le sue capacità imprenditoriali fu anche il dottor Salvatore Muzio (1874- 1974), titolare delle Premiate fattorie fattorie, tanto da essere portato ad esempio da agricoltori e allevatori di tutta la Sardegna. Fu persona digrandi passioni civili e di ricco spessore culturale.
Tra i politici ricordiamo: Antonio Francesco Branca (1926-1973), consigliere regionale nel 1965 e di nuovo nel 1969, quando entrò a far parte della Giunta Del Rio come assessore ai Trasporti e al Turismo.
Ricordiamo ugualmente Giuliano Cossu (classe 1943) che nel 1982 entrò a far parte della Giunta Roich come assessore dell’Industria. 
Ogni chiesa una festa 
La serie delle feste si apre a Mores il 16 e 17 gennaio con le celebrazioni in onore di Sant’Antonio Abate, che si riducono oggi all’accensione di fuochi in certi rioni del paese. Un tempo si celebrava la messa e si faceva la processione intorno alla chiesa dedicata al santo, ritenuta la più antica del paese (consacrata nel 1383) della quale oggi restano solo le fondamenta.
Il 13 e 14 maggio si festeggia Santa Lucia nella chiesa campestre a lei dedicata: distante da Mores un chilometro, edificata in stile tardo romanico tra l’XI e il XII secolo, in origine parrocchiale del villaggio di Lachesos, spopolatosi alla fine del Settecento; da alcuni anni è divenuta anche tappa del festival internazionale “Time in Jazz” ideato dal musicista Paolo Fresu.
Il 12 e 13 giugno si festeggia nel paese, presso il convento omonimo, Sant’Antonio da Padova. Alla celebrazione della messa segue la processione lungo le vie del centro.
Nel 2015 cade il trecentesimo anniversario della sua fondazione, che risale al 21 giugno 1715.
Le celebrazioni più importanti sono quelle che si svolgono nell’omonimo santuario campestre di San Giovanni Battista (Santu Giuanne de S’Ena Frisca): il 23 e 24 giugno per la natività; il 28 e 29 agosto per il martirio. In passato il primo evento era legato a una serie di riti e credenze: comprendeva la benedizione dell’acqua del vicino fiume; e si diceva che chi vi si immergeva avendo la fortuna di trovarsi in grazia di Dio poteva, fissando la volta celeste, scorgere Dio con tutta la Corte divina. Ad agosto le celebrazioni nel santuario culminano in uno spettacolo pirotecnico e nella processione che riporta il Santo al paese.
Nella chiesa di Todorache, dedicata alla Madonna, un tempo parrocchiale del villaggio omonimo, distante da Mores quattro chilometri, si fa festa il 7 e l’8 settembre: la sera del primo giorno si tiene una veglia di preghiera in cui si recitano sas Milli Ave Maria; la mattina dell’8 si svolge una sfilata di cavalli che partendo dalla chiesa arriva fino al paese dove fa sosta presso le abitazioni degli obrieri. Todorache si è spopolato dopo il 1652 a causa della peste, come si evince da una scritta in sardo incisa in un architrave della porta interna della chiesa. 
La titolare della Chiesa Parrocchiale, nonché patrona di Mores, è Santa Caterina d’Alessandria. La festività si celebra il 25 novembre per il martirio con la messa e la processione per il paese. 
Nel corso della Settimana santa si attiva la Confraternita di Santa Croce, che ha sede nella chiesa omonima (la cui festività si celebra il 14 settembre) per organizzare i diversi riti, tra i quali s’iscaravamentu, la deposizione del Cristo con successiva processione per le vie del paese; s’incontru l’incontro delle processioni che portano rispettivamente la Madonna e il Cristo risorto. 
Il Lunedì di Pasqua si fa festa sulla sommità del monte Santo, presso la chiesa dei Santi Elia e Enoch. A rigore la chiesa rientra nel territorio di Siligo ma per tradizione i moresi sentono anche proprie le celebrazioni. 

Le tradizioni 
Rimane ancora memoria di s’attitidu, de su compariu de fogarone e delle processioni che si facevano un tempo, nei periodi di siccità, per invocare la pioggia; mentre i bambini ancora oggi in occasione della ricorrenza dei defunti fanno la questua di casa in casa dicendo «A sos mortos» e ottenendo in cambio dolci o qualche dono in danaro. 
Nelle famiglie si preparano ancora, nelle varie ricorrenze, i dolci tradizionali e i pani votivi quali sa cotzula ’e s’ou, su capude, sa cotzula de Sant’Antoni ’e su fogu ecc. 
Alla vigilia dell’Epifania bambini e adulti vanno di casa in casa a cantare strofe augurali (sas grobbulas), tra cui Sas Allegrias e Sos Tres Res, ottenendo in cambio doni vari.
Il merito di tenere viva questa tradizione va riconosciuto al coro “Lachesos” che esegue per l’occasione i canti anche a cuncordu (“basciu”, “contra”, “boghe” e “mesa ’oghe”). In paese è presente anche un gruppo di ballo-folk intitolato a “Santa Caterina”.
Mores, inoltre, è il paese delle fate per eccellenza; si tramandano tantissime leggende incentrate su donne bellissime, insediatesi nelle caverne del monte Lachesos, che avevano il potere di compiere azioni magiche; e spesso lasciavano l’aspetto umano per trasformarsi in graziosi animali.

Il costume tradizionale 
I capi originari che caratterizzano il costume femminile (rimpiazzato dopo da un modello di color nero, detto a isgiacca, di chiara foggia continentale) sono: su cosso, il busto scollato con le bretelline diviso in due parti rese rigide da stecche di palma nana e giunco, rivestito di raso con motivi policromi floreali su sfondo bianco, azzurro o nero; su corittu, il corpetto di velluto di colore granato o nero; la gonna fittamente pieghettata d’orbace di colore nero con una balza colorata sull’orlo; il grembiule di seta di vari colori e il fazzoletto di seta che si presenta grande nella foggia triangolare.
Tra i capi del costume maschile spiccano sas ragas cannonadas de furesi, il gonnellino fittamente pieghettato d’orbace, tenuto fermo da una cintura di pelle; su corittu, il corpetto di velluto nero con la chiusura a doppio petto; su cabbaneddu, il capottino corto d’orbace di color nero, e sa berritta, il copricapo di panno nero grosso che viene ripiegato sulla testa. 
Il sanguinaccio sulla fiamma, il tartufo 
Oltre i buoni formaggi e gli ottimi vini, rossi e bianchi, tra le specialità gastronomiche che caratterizzano Mores rispetto al territorio circostante spicca su sambene in fiama: all’uccisione del maiale il sangue, condito e raccolto nelle budella, viene cotto al calore della fiamma.
Ancora tra le specialità spicca una sorta di pomo di terra poco conosciuto nei paesi vicini, detto tuvvara; una sorta di tartufo sardo che vegeta in agro di Mores. Risulta tondeggiante sempre in una forma regolare, con l’epidermide nera e scabra e una polpa soffice. Se ne fa la raccolta tra aprile e maggio e lo si cucina in umido come i funghi.

Il timballo, le tericcas 
Tra i dolci più apprezzati c’è un timballo chiamato timbada, ottenuto mescolando al latte uova, zucchero e rum. La cottura avviene in un recipiente apposito, sa timbadera, preparato con zucchero caramellato.
Si confezionano poi altri dolci tradizionali come cotzulas berdas, casadinas, pabassinos, copulettas e tericcas. Queste ultime, considerate le regine tra i dolci di Mores, sono costituite da un involucro allungato di pasta violata riempito con una sorta di marmellata a base di sapa, ottenuta dalla cottura del mosto.
Venivano di solito preparate per Pasqua perché – si diceva – il colore della sapa rievoca quello del sangue versato da Cristo sulla Croce (su samben terramadu). 
La casa tradizionale 
Mores come agglomerato urbano, nel suo tessuto più recente, si presenta ordinato e in espansione secondo moderni criteri urbanistici. Il centro storico è costruito in pietra cantone e in pietra a spacco intonacata con calce lisciata. La pietra rimane a vista solamente nei cornicioni (sas rundas) e nelle cornici in rilievo di porte e finestre Il tipo residenziale tradizionale, detto a palattu, è costituito prevalentemente da una unità monofamiliare disposta su due livelli, accostata l’una all’altra generalmente con un unico fronte libero per l’accesso e per l’affaccio esterno. 
Al piano terra si presenta con una stanza centrale che funge da ingresso e corridoio (su passadissu), comunicante con una o più camere laterali munite di finestre (sos appusentos); nella parete cieca è ubicata una scala in pietra che lo pone in comunicazione col primo piano, costituito da un egual numero di stanze e finestre. I pavimenti superiori sono sorretti da una volta a botte o costituiti dal classico assito di tavole (su salagiu). 
Di rado è presente il balcone con ringhiera (s’ispasizzu cun sa barandiglia). Al culmine una copertura a una o due falde inclinate con tegole tipo coppo sovrastanti un impiantito di canne (s’incannittadu), poggianti su di un ordito di travi che delimita il sottotetto (s’isostre). 
Gli elementi accessori che caratterizzano l’aspetto iconografico sono: sas ruas, gli stenditoi di ferro, detti cicogne; sas ferradas, i sopraluce delle porte con profilo ad arco o rettangolare; sas lorigas, gli anelli; infine i cornicioni di gusto rustico con uno o più ordini di coppi rovesci aggettanti, impostati su linee alternate successive. 

Il campanile 
Il centro storico è caratterizzato da un lungo corso rettilineo dominato dal campanile che con i suoi 40 metri è ritenuto il più alto della Sardegna. Costruito tra il 1865 e il 1871 e di grande pregio architettonico, è considerato il migliore esempio in stile neoclassico nell’isola. Fu eretto su progetto dell’architetto Salvatore Calvia Unali di Mores (1822-1909), allievo dell’Antonelli (padre tra l’altro di Pompeo Calvia, uno dei migliori poeti in vernacolo sassarese). 
È a sezione quadrata, tranne la lanterna a sezione circolare; si susseguono sei piani con regolare coerenza disposti secondo un calcolato ritmo ascensionale degli ordini classici, ma con variazioni insolite fra i pieni e i vuoti. 
Il basamento è impostato su un piano in blocchi di basalto per accentuare lo slancio della struttura, tanto più evidente quanto più compatta appare la base d’appoggio; si conclude con una mensola aggettante, sovrastante delle porte cieche, con funzione di raccordo per l’ordine successivo. 
Il primo ordine, in cantoni di pietra, è lavorato su tutta la superficie a ricorsi orizzontali. Ne conclude lo sviluppo in altezza un fregio dorico, opera dello scultore-incisore Francesco Ignazio Diana, mentre una mensola aggettante funziona come raccordo con il successivo ordine. 
Il secondo ordine comincia con uno zoccolo di dimensioni ridotte su cui poggiano quattro colonne angolari sormontate da capitelli ionici che si affiancano, con identica disposizione in ciascuna facciata, a paraste che a loro volta inquadrano le nicchie centrali; ne conclude lo sviluppo in altezza la mensola aggettante con funzione di raccordo con l’ordine superiore. 
Questo, di uguale altezza, presenta lo stesso schema compositivo, con uno zoccolo di dimensioni ridotte che funge da basamento per le colonne angolari che sono però affiancate a lesene con capitelli, questa volta compositi; invece delle nicchie sono realizzate finestre cieche; chiude lo sviluppo una nuova mensola aggettante, caratterizzata da decorazioni a dentelli con funzione di raccordo per il successivo ordine. 
Nell’ordine superiore, il penultimo, la cella campanaria poggia su uno zoccolo alto che porta a conclusione delle basi cilindriche angolari originate dalle colonne e lesene sottostanti che inquadrano l’orologio e fungono da piedistalli per le statue dello scultore G. Galeazzo. 
Questa risulta la parte più articolata della costruzione perché è caratterizzata da otto colonne con capitelli corinzi che affiancano i quattro grandi archi aperti al movimento delle campane; e propone una sezione ridotta rispetto agli ordini precedenti. Il tutto sormontato da un cornicione costruito secondo uno schema corinzio-vitruviano, con angoli rientranti. 
L’eliminazione delle colonne angolari costituisce la premessa per l’inserimento della lanterna cilindrica che è inserita nell’ultimo ordine, ornato a metà altezza con festoni incisi dal Diana e da un fregio dorico che sotto la cornice circoscrive la base della grande statua del Redentore (su Sevvadore); non presenta colonne angolari ed è raccordata con l’ordine inferiore mediante otto capitelli, disposti in corrispondenza delle colonne sottostanti. 

L’insediamento preistorico 
Per gli abitanti di Mores il monte Lachesos è il monte delle fate, luogo in cui dimoravano mitiche figure dispensatrici di felicità e benessere: con queste leggende si immaginava la preistoria del paese. Le ricerche archeologiche hanno confermato che il sito era abitato dall’uomo fin dalla preistoria, a partire dalla metà del IV millennio a.C.: le grotte naturali di Su Puttu Porchinu, di Juanne Seche (in località Cherchizzos) e di Su Cunnu ’e S’Acca, che si aprono sulle pendici del monte, sono state frequentate dall’uomo in età preistorica e storica; sulla cima del monte era ubicato un abitato preistorico risalente al Neolitico recente (seconda metà del IV millennio a.C.), ma ancora attivo nell’età del Rame (metà del III millennio a.C.).
Nel corso del Neolitico recente l’uomo ha scavato sulle pendici del monte le grotticelle artificiali indicate dalla fantasia popolare sarda come domus de janas, ovvero case delle fate, e nella variante locale dette istampas, utilizzate in origine come sepolture: S’Istampa ’e Sas Fadas o Santa Lughia, S’Istampa ’e Sa Campana, S’Istampa ’e Santu Marcu.
L’escavazione con picconi di pietra di questi monumenti rispondeva ad un sentimento religioso dal quale nasceva l’intento di costruire per i defunti una casa dentro le viscere della terra, spesso articolata in più ambienti con portelli e focolari, in cui l’uomo potesse vivere in eterno.
Questa concezione religiosa propria Per gli abitanti di Mores il monte Lachesos è il monte delle fate, luogo in cui dimoravano mitiche figure dispensatrici di felicità e benessere: con queste leggende si immaginava la preistoria del paese. Le ricerche archeologiche hanno confermato che il sito era abitato dall’uomo fin dalla preistoria, a partire dalla metà del IV millennio a.C.: le grotte naturali di Su Puttu Porchinu, di Juanne Seche (in località Cherchizzos) e di Su Cunnu ’e S’Acca, che si aprono sulle pendici del monte, sono state frequentate dall’uomo in età preistorica e storica; sulla cima del monte era ubicato un abitato preistorico risalente al Neolitico recente (seconda metà del IV millennio a.C.), ma ancora attivo nell’età del Rame (metà del III millennio a.C.).
Nel corso del Neolitico recente l’uomo ha scavato sulle pendici del monte le grotticelle artificiali indicate dalla fantasia popolare sarda come domus de janas, ovvero case delle fate, e nella variante locale dette istampas, utilizzate in origine come sepolture: S’Istampa ’e Sas Fadas o Santa Lughia, S’Istampa ’e Sa Campana, S’Istampa ’e Santu Marcu.
L’escavazione con picconi di pietra di questi monumenti rispondeva ad un sentimento religioso dal quale nasceva l’intento di costruire per i defunti una casa dentro le viscere della terra, spesso articolata in più ambienti con portelli e focolari, in cui l’uomo potesse vivere in eterno.
Questa concezione religiosa propria di popolazioni sedentarie dedite all’agricoltura – che vedevano nel ritorno alla terra un principio di rigenerazione e di vita a somiglianza di quello che accade nel mondo vegetale – include anche la rappresentazione di bovini, animali indispensabili per le pratiche agricole e per la produzione del cibo.
Ai rituali della morte riconducono la coppella-focolare e le protomi taurine di S’Istampa ’e Sas Fadas, simbolo queste ultime di fertilità, e la falsa-porta di S’Istampa ’e Sa Campana, simbolo della porta del regno dei morti, ignota ai viventi e perciò chiusa.
Le croci incise all’interno di questi ipogei indicano la presenza in età bizantina, a partire dal VI secolo, di monaci eremiti.

Sul monte Santo 
La sommità del monte Santo è meta di pellegrinaggi al santuario dedicato ai Santi Elia ed Enoch. Le peculiarità paesaggistiche del monte hanno colpito l’immaginario delle genti preistoriche che hanno affidato a questi luoghi le memorie sacro-sepolcrali. Infatti i tre massi calcarei isolati che si incontrano lungo le pendici nel versante di Mores, denominati rispettivamente dalla tradizione locale Su Crastu de Santu Eliseu, Su Crastu de Santu Elia e Su Crastu de Santu Enoch, sono stati scavati dall’uomo nel Neolitico per costruire le case dei morti. Il più famoso è Su Crastu de Santu Eliseu (ovvero “La Pietra di Sant’Eliseo”, un discepolo del profeta Elia) perché in età protobizantina (V-VI secolo) fu trasformato in una nuova cappella funeraria nel registro inferiore e in luogo di culto cristiano in quello superiore.
Gli altri due hanno conservato sulle pareti della cella principale la struttura primitiva della casa e i simboli della religione preistorica: coppelline incavate il primo; protomi taurine ad altorilievo di tipo naturalistico con corna che si inarcano sul soffitto nel secondo.
È stata ipotizzata l’esistenza nel sito di un centro monastico di rito orientale, una laura con insediamenti eremitici in grotta e un luogo di culto comune. La presenza di monaci orientali in questo luogo si inserirebbe nell’ambito dell’opera di cristianizzazione della Sardegna portata avanti dalle autorità religiose e politiche in età bizanti na.
Per raggiungere Su Crastu de Santu Eliseu si esce da Mores seguendo la Statale 128 bis in direzione della Superstrada Cagliari-Sassari; dopo un chilometro si imbocca a destra la Provinciale per Ardara e la si segue per due chilometri; nei pressi di una grande curva si svolta a sinistra, su una strada sterrata, e si prosegue seguendo le indicazioni; dopo un chilometro e 300 metri si trova un cartello a ridosso di un cancello; dopo averlo oltrepassato si prosegue per circa 500 metri, se ne varca un secondo e dopo altri 200 metri si raggiunge il termine della strada, punto dal quale è già visibile il monumento.

Sa Covaccada 
Il complesso megalitico, situato oltre il rio Mannu in regione Addae ’e Riu, si leva su un tavolato di trachite, lungo un antico sentiero di transumanza. Comprende un dolmen (pietra-tavola) e un menhir (pietra fitta) che risalgono alla prima metà del III millennio a.C. e documentano i circuiti in cui era inserita la Sardegna, e in particolare il territorio di Mores, nel corso dell’età del Rame.
Il dolmen, realizzato con grosse tavole di trachite tufacea, è costituito da una camera rettangolare delimitata lateralmente da due ortostati, da una lastra frontale con un portello d’ingresso con angoli arrotondati rivolto a sud-est, e da una lastra piatta di copertura. All’interno di uno degli ortostati laterali si apre uno stipo rettangolare mentre a sinistra della lastra frontale si trova una nicchietta.
Il monumento costituisce un unicum ed è ritenuto il dolmen più importante della Sardegna, ma trova confronti anche in alcune sepolture dolmeniche della Francia meridionale. Alcuni particolari architettonici come la nicchia e il portello richiamano le domus de janas e il lastrone di chiusura del dolmen di Corte Noa a Laconi, mentre la lastra frontale nel suo insieme costituisce il precedente della stele delle tombe di giganti dell’età nuragica.
È qui rappresentata quindi una fase dell’evoluzione delle architetture sepolcrali della Sardegna preistorica.
Circa 140 metri ad ovest del monumento si trova un megalito di trachite tufacea parte del quale, alto un metro e mezzo, era ancora eretta agli inizi del Novecento. Si trattava in origine di un menhir a pilastro rettangolare, lungo quasi due metri e mezzo, con scorniciature laterali sulla superficie visibile, accuratamente lavorato a martellina; oggi giace a terra spezzato in più tronconi, presso un avvallamento che forse ne costituiva l’alloggiamento.
Il manufatto trova confronti con i megaliti situati presso l’altare preistorico di Monte d’Accoddi (Sassari) e nel sito di Cabula Muntones (Sassari), risalenti a un periodo tra il IV e il III millennio a.C. La sezione traversa rettangolare, pur in dimensioni maggiori, e le scorniciature presenti sulla faccia a vista del megalito di Mores trovano riscontro su alcune statue-menhir della Sardegna centrale, inquadrabili nella prima età del Rame.
La presenza del menhir, posto a segnacolo del dolmen, e delle nicchie, quella esterna utilizzata probabilmente per offerte e quella interna destinata ad accogliere le spoglie di un defunto, si legano a culti e rituali funerari che si svolgevano nel sito.
Per raggiungere il dolmen Sa Covaccada (per errore si scrive di solito Sa Coveccada), il più grande dell’area mediterranea, si esce da Mores, seguendo le numerose indicazioni, in direzione di Bono; e si prosegue fino a trovare un cartello che indica una deviazione a destra; si procede su questa strada secondaria sino al suo termine, dove si trovano un caseggiato e due cancelli: questi si possono aprire per proseguire in auto fino ad arrivare davanti al dolmen. 

I nuraghi 
L’insediamento nuragico del territorio si articola in oltre venti edifici che si attestano prevalentemente in corrispondenza del rio Mannu insieme a villaggi, pozzi e tombe di giganti.
Costituisce un esempio del rapporto con i fiumi e con antichi sentieri il nuraghe Sos Istattos-Tres Nuraghes- anta Caterina, con le tre imponenti torri collegate da cortine murarie ancora accessibili, poste attorno ad una possente fortezza centrale, risalente al 1500 a.C.
Il complesso, che ha tutt’intorno un piccolo villaggio nuragico ben conservato, sorge presso un affluente del Mannu, il rio Pitzinnu. Distante circa 5 chilometri dal centro abitato di Mores, lo si incontra sulla sinistra lungo la strada che conduce all’Autodromo di Mores “Franco di Suni”. 
Il nuraghe Ranas, anch’esso di tipo complesso, con almeno una torre laterale, il villaggio e i resti di un muro di cinta, domina il rio Mannu in corrispondenza di un isolotto, creato dal fiume, che poteva essere raggiunto da un ponte, di cui residuano i piloni, realizzati in tecnica costruttiva nuragica. Il monumento conserva all’interno un vano sussidiario, posto sopra il corridoio e la nicchia di ingresso, accessibile da un’apertura posta sopra l’ingresso alla camera, funzionale al controllo dell’ingresso, del vano scala e della camera.
Il nuraghe di Sa Cuguttada è situato sull’isola creata dal rio Mannu. Apparentemente monotorre, con corridoio di ingresso dotato di nicchia che conduce ad una camera oblunga con quattro nicchie, è difeso da due muraglie megalitiche fra cui si individuano i resti delle capanne del villaggio.
Nei pressi è stata rinvenuta una tomba di giganti costruita con tecnica a filari, lunga complessivamente 14 metri, con camera di deposizione lunga 10, coperta a piattabanda da lastroni, che in parte residuano in posto. Davanti all’ingresso sono i resti dei bracci dell’esedra che delimitava lo spazio destinato a riti legati alla fertilità e alla salute. Si tratta di una tomba collettiva databile all’età del Bronzo recente (XIII-X sec. a.C.).
Alcuni nuraghi e tombe di giganti di Mores sono stati riutilizzati in età romana.
Sono stati rinvenuti reperti che documentano la lavorazione del metallo: in località Nuraghetta un crogiolo e una matrice di fusione in pietra con l’impronta di una punta triangolare di un giavellotto; a Pentuma una seconda matrice con l’impronta di una verga circolare.
Sono noti inoltre i ritrovamenti di un bronzo figurato di guerriero nel nuraghe Mannu e di una navicella a Lachesos. Quest’ultima è ornata da una protome bovina, per la quale sono state trovate somiglianze con reperti analoghi di area etrusca. Nella colonnina cilindrica dello scafo che termina con un capitello troncoconico è stata riconosciuta la rappresentazione della torre nuragica.

L’età romana 
L’attuale abitato di Mores sembra potersi identificare con l’antico abitato di Hafa; un centro agricolo e militare d’epoca romana dislocato presso un importante snodo della strada imperiale che conduceva ai naturali approdi della Sardegna e di cui restano nel territorio di Mores importanti testimonianze: il Pont’Etzu sul rio Mannu (II secolo), i carriaggi in un sentiero presso Pont’Edera e alcuni miliari, detti di Cottigone e di Silvaru.
Il documento relativo alla viabilità romana della Sardegna, l’Itinerarium Antonini, redatto intorno al III secolo d.C. (per iniziativa dell’imperatore Marco Aurelio Antonino, conosciuto come Caracalla), indica il tracciato della strada romana da Tibulas a Caralis con le stazioni di sosta e le relative distanze. In questo itinerario compare l’abitato di Hafa in relazione con Luguidune c(astra) e Molaria, identificati con certezza: il primo presso la chiesa di Nostra Signora di Castro, ad Oschiri, il secondo con Mulargia, tra Bortigali e Macomer.
Le distanze indicate tra queste località e Hafa individuano questo ultimo nucleo nei siti di Santa Maria ’e Sole e di Montigu de Conzos, all’ingresso del paese, che si trovano a loro volta fra le località di Padru, dove sono strutture abitative e resti di una necropoli di età romana, e di Santa Maria, dove sono segnalate strutture di un impianto termale e di un granarium ed estese necropoli.
Le tombe alla cappuccina e le sepolture in anfora hanno restituito ricche suppellettili che, oltre ai rituali di deposizione, documentano indirettamente una continuità dell’insediamento romano dal I al V secolo d.C.
In questo territorio passa un’antica strada che dal sito di Padru si dirige verso Bonnanaro e Ardara, dove è stato individuato di recente un castrum di età romana imperiale con resti di precedenti frequentazioni in età punica e romana-repubblicana.
Le origini puniche dell’abitato di Hafa sono documentate dal toponimo e dai ritrovamenti di materiali e di monete.
Due bolli su laterizi, provenienti dalle località di Padru e Nuraghetta, recano impresso il nome di Claudia Acte, la liberta amata dall’imperatore Nerone. Sono rimaste molte testimonianze della presenza e delle attività svolte da Acte in Sardegna, soprattutto ad Olbia. I numerosi mattoni bollati, prodotti in loco, documentano l’attività di fabbricazione di laterizi nei latifondi donati ad Acte da Nerone a Olbia e forse anche a Mores. A questa fiorente attività industriale erano collegate la coltivazione dei cereali e della vite: colture presenti ancora oggi insieme all’allevamento. 

Il ponte romano 
Per raggiungere il ponte romano, noto come Pont’Etzu, si esce da Mores in direzione di Ozieri lungo la Statale 128 bis, si prosegue per poco più di un chilometro e si svolta a destra imboccando lo svincolo per la strada provinciale che conduce a Ittireddu e a Bono; si prosegue per 5 chilometri e mezzo, sino ad individuare il cartello turistico che indica di svoltare a sinistra per il monumento; seguendo la segnalazione si arriva al ponte dopo circa 800 metri di strada.
Il manufatto, di evidentissimo taglio romano, come indica soprattutto la chiave centrale, fu costruito nel II secolo d.C. per consentire l’attraversamento del rio Mannu e resta a testimoniare l’importanza del territorio di Mores in età romana: in questi pressi era infatti l’importante centro di snodo di Hafa, nel quale confluivano le strade che si dirigevano a Kalaris (Cagliari), Olbiam (Olbia) e Turris Libisonis (Porto Torres). Ancora oggi in condizioni relativamente buone, comprende due arcate con raggio diverso, per adattarsi alla portata del fiume che le attraversa. 

Il Museo 
A diversi periodi del passato, è stata dedicata (25 Settembre-2011) la Mostra dal titolo Dal Dolmen di Sa Covaccada all’Abitato di Hafa, organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le Province di Sassari e Nuoro, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio “Italia Tesoro d’Europa” curata da Paola Basoli, Maria Graziella Dettori, Antonello Farina, Giandomenico Fenu, Paolo Loriga, Mario Muredda, Giuseppe Rassu e da Chiara Satta. La Mostra ha consentito la costituzione del primo-nucleo del Museo, fondato sugli studi e sulle ricerche nel territorio di Mores, e narra l’insediamento preistorico, quello di età nuragica, di età punica e in particolare quello di età romana legato al nodo viario di Hafa. Nel primonucleo del Museo in seguito troverà posto anche la riproduzione di una navicella-votiva di bronzo con protome animale, d’epoca nuragica e di un acquamanile di bronzo del XII secolo, foggiato a forma di pavone, ma privo purtroppo della coda e della cresta, e utilizzato come corredo per l’Eucaristia. 
Ritrovato nel 1919 in località San Salvatore-San Venanzio, è uno dei rari reperti del genere individuati nel bacino del Mediterraneo.
L’originale, custodito nella Pinacoteca nazionale di Cagliari, è analogo al pavone, completo di cresta e di coda, che si trova nel Museo del Louvre di Parigi. 

L’olivastro monumentale Un olivastro monumentale, che conta sicuramente alcune centinaiadi anni, si trova in regione Addae ’e Riu, località Serra ’e Ozastru. Per raggiungerlo si seguono le indicazioni per Sa  Covaccada, che conducono sulla provinciale per Bono.
La si segue fino a trovare la deviazione a destra indicata anch’essa da un cartello per Sa Covaccada.
Imboccata la nuova strada, denominata Chentu anzones, la si segue per un chilometro e mezzo: a questo punto l’olivastro è visibile sulla sinistra rispetto alla strada.

L’autodromo “Franco di Suni” 
L’autodromo nazionale “Franco di Suni”, inaugurato nel 2003, si trova in località Su Sassu.
È l’unica struttura del genere in grado di ospitare in Sardegna gare automobilistiche e motociclistiche in conformità con le norme tecniche e sportive vigenti.
È sede per questo di numerose attività ed iniziative che attirano i piloti e il pubblico di appassionati da varie parti dell’isola e della penisola.
L’autodromo è nato dall’idea dell’imprenditore e pilota Uccio Magliona ed è stato progettato dall’ingegner Pier Luigi De Biasio. È  caratterizzato da carreggiate larghe da un minimo di 12 metri a un massimo di 14; è lungo 1650 metri.
È dedicato al marchese Franco di Suni, che per molti anni è stato presidente dell’Automobil-Club diSassari e ha contribuito allo sviluppo dell’automobilismo sportivo sardo. 

RIFERIMENTI PER IL VISITATORE

Pro loco Mores 
Via G. Calvia, 11 - Tel. 079 709907 

Gruppo folk Santa Caterina 
Tel. 335 8251801 (Amedeo Casu) 

Coro Lachesos Mores 
Tel. 380 6909507 (presidente Vico Chessa) 

Compagnia teatrale “Kena Lakanas” 
Via Milano - ct.kenalakanas@outlook.it 

Ospitalità 
Agriturismo Sa ’e Padedda di Bullitta Giovanni 
Località Càchile - Tel. 348 7403422 

Agriturismo Sa Covaccada di Farina Antonio e Pietro 
Località Su Acchile e Sa Costa - Tel. 079 767726 

B&B e Ristorante Pizzeria Il giardino degli aranci di Marras Gianna 
Via S. Giovanni, 37 - Tel. 079 7079922 

Central Bar di Salis Federica 
Via Vittorio Emanuele, 132 - Tel. 340 7923628 

Bar Brodway 
Via Vittorio Emanuele, 139 

Bar pizzeria La Piazzetta di Francesca Pisanu 
Via Vittorio Emanuele, 91 

Bar pizzeria Sprint di Arianna Carta e Giuseppe Pisanu 
Via Vittorio Emanuele, 240 - Tel. 342 6354759 

Palmiro coffee di Palmiro Cherchi 
Via Vittorio Emanuele, 110 

Quattro service di Giuseppe Fadda 

Via Vittorio Emanuele, 144 - Tel. 079 706053 

Ricevitoria bar Italia di Fiamma Usai 
Via Vittorio Emanuele, 100 

Sofia’s bar di Francesca e Laura Multinu 
Via Vittorio Emanuele, 105 

Bar Coyote Ugly pub 
Via Vittorio Emanuele 

Asfodelo s.n.c. di Pisanu Giuseppe Antonello 
Località Baddingusti - Tel. 079 706726 

Ristorante Pizzeria Le Arcate di Mulas Mario 
Via Trieste, 5 - Tel. 079 706034 

Ristorante pizzeria San Giovanni di Pireddu Piero
Tel. 346 8100575 

Centro turismo equestre Logudoro di A. Chessa e Hotel Janas Country Resort 
Località Baddingusti, 63 
Tel. 079 7079916/348 7834420/380 6909507 

Artisti e artigiani, attività commerciali
Anthos srl di Roberto Barroccu 
Via Garibaldi, 104 - Tel. 079 4810099 

4CM Costruzioni srl 
Via Vittorio Emanuele, 53 
Tel. 079 706648 

Commedil srl 
SS 128bis - Tel. 079 706548 

Florè di Stefania Sassu commercio al dettaglio di materiali da costruzione, ceramiche e piastreelle 
SS 128bis - Tel. 340 8274922 

Laboratorio del restauro srl 
Via Europa - Tel. 079 706666 

Edilserra snc di Edoardo e Davide Serra 
Via Pola, 20 - Tel. 340 5572097 

Impresa edile di Pisanu Paolino 
Via Firenze, 4 - Tel. 340 3920279 

Impresa edile di Raccimolo Gavinuccio 
Regione Nuraghe ’e Fumu - Tel. 329 4329083 

Impresa edile Rocca Ruja di Casula Marco 
Viale Caprera, 18 (Sassari) - Tel. 370 1225342/1 

Impresa edile di Lai Alessandro 
Largo XI Febbraio, 5 - Tel. 340 7363572 

M.I.T. Opere Elettriche di Fodde Aldo 
Località Sas Cortes - Tel. 392 1775924 

Idrotermica Mores di Sassu Antonio e G.A. 
Via Pertini - Tel. 349 1168011 

Impiantistica Termo Id. di Marco Serra 
Via Leopardi, 7 - Tel. 079 706633 

Carta Roberto Gerolamo costruzioni 
Via Europa, 29 

3M f.lli Mannu snc zincatura di Maria Giovanna Mannu 
Via Nuoro, 2-24 - Tel. 335 1297773 

Giulio Pintori impianti idraulici, riscaldamento 
Località Campu Marte - Tel. 079 706569 

Impianti termoidraulici Serra di Paolo e Emanuele Serra 
Località Campu Marte - Tel. 079 706330 

Nicolino Sanna impianti idraulici, riscaldamento 
Località Su Palu e Sa Rughe - Tel. 079 4113034 

Marmi e graniti 2G 2emme di Gavino Pischedda 
Via Vittorio Emanuele - Tel. 079 706493 

Antonello Melas falegnameria artigiana 
Via Pola, 13 - Tel. 079 706013 

S’arte Un Mondo di idee 
Via S. Salvatore d’ Aorta, 5 - Tel. 079 4464080/349 2532737 

Fiori e piante “Asso di Fiori” di Pinna Loredana 
Piazza Santa Croce - Tel. 348 8862532 

Fiori e piante “ Il giardino di Eva” di Fenu Maria Pina 
Via Vittorio Emanuele, 10 - Tel. 342 0539044 
Tel. 079 4464080/349 2532737 

Sassu gomme sas di Marco Sassu 
Via Pola, 6 - Tel. 079 706173/347 9380605 

Autofficina Fabio Cossu sas 
Regione Tilipische - Tel. 079 706647 

Salon XXX Moda e Capelli di Canu Luca 
Via Piave - Tel. 079 706455 

Kosmos Parrucchieri di Chessa Francesca 
Piazza Madre Teresa di Calcutta - Tel. 347 0926106 

Sabì Parrucchieri di Sanna Maria Giovanna 
Via Vittorio Emanuele, 145 - Tel. 079 706008 

Salone Barba e Capelli uomo di Raga Ruggero 
Via Vittorio Emanuele, 47 - Tel. 347 4963184 

Prodotti alimentari 
Alimentari di M. Giovanna Fenu 
Via G. Deledda, 5 - Tel. 079 706462 

Areddu market snc di M. Ignazia Areddu 
Via Risorgimento, 14 - Tel. 079 706454 

Market Domenico Trogu 
Via Vittorio Emanuele - Tel. 079 707020 

Market Anna Lucia Demartis mini alimentari 
Via Pola, 16 - Tel. 079 706168 

Chessa market sas di Lodovico Chessa 
Via Vittorio Emanuele, 59 - Tel. 079 706033/380 6909507 

Ruda market sas di Andrea Ruda 
Via Vittorio Emanuele, 206 - Tel. 079 707025 

Panetteria Peppino Dore 
Regione Santa Maria - Tel. 079 706324 

Panificio Cuccaru srl 
Via Vittorio Emanuele, 98 - Tel. 079 845360 

Pasticceria gelateria produzione pasta fresca di Gabriele Chighine 
Via Vittorio Emanuele, 69 - Tel. 079 706196 

Pasticceria Maccioni Cucca di Salvatore Maccioni 
Via Pola, 34 - Tel. 339 4015577 

Cooperativa allevatori Mores produzione, lavorazione, vendita formaggio 
Via Risorgimento, 4 - Tel. 079 706324 

Macelleria di Antonello Mandras 
Vicolo Dante, 2 

Macelleria di Antonello Areddu 
Via Vittorio Emanuele, 133 - Tel. 079 706429 

Oltremare di Cossu Attilio Domenico 
Via G. Deledda, 9 - Tel. 349 3682105 

Produzione vino di Salvatore Fenu 
Località Pria - Tel. 079 706462 

SERVIZI DI PUBBLICA UTILITÀ
Comune di Mores 
Piazza Padre Paolo Serra, 59 
Tel. 079 706014/706006/707024/707033 

Stazione dei Carabinieri 
Via S. Salvatore d’ Aorta, 14 - Tel. 079 706022 

Compagnia Barraccellare

Tel. 079 706014/706006/707024/707033 

118 centro aggregazione sociale G.F. Sanna 

Guardia medica 
Via S. Salvatore d’ Aorta - Tel. 079 706270 

Coratza Dott. Mario medico di base 
Via Vittorio Emanuele, 120 - Tel. 079 706009 

Agliega Dott.ssa Maria Speranza medico di base 
Via Garibaldi - Tel. 349 6628004 

Farmacia Dott. Antonio Giua 
Via Vittorio Emanuele, 97 - Tel. 079 707156 

Onoranze funebri Sardegna di G. Mulas e c. 
Via Vittorio Emanuele, 122 - Tel. 079 706187 

Cooperativa Lachesos di Katy Simcic 
Via Monsignor Romero, 8 - Tel. 079 9948186 

Parrocchia di Santa Caterina di Alessandria V. M. 
Via Vittorio Emanuele - Tel. 079 706098 

Casa di riposo La Sacra Famiglia 
Località Baddingusti - Tel. 392 8110567/392 1410625 

Scuola materna 
Via Mercato, 11 - Tel. 079 706029 

Scuola primaria e secondaria 
Via Vittorio Emanuele, 74 - Tel. 079 706006 

Banco di Sardegna 
Via Vittorio Emanuele, 43 - Tel. 079 706003 

Poste Italiane 
Via Italia, 22 - Tel. 079 706024 

Demartis Gianni Autoservizi 
Via Pola, 50 - Tel. 340 4637528 

Cherchi Pietro Autoservizi 
Via Piave 

Rivendita bombole di Giuseppe Pisanu 
Via Italia, 3 - Tel. 079 706659 

Rivendita bombole, elettrodomestici, articoli per la casa di Maria Caterina Sassu
Via Pola 

Ferramenta, articoli per l’agricoltura di Gaetano Bullitta 
Via Vittorio Emanuele, 28 - Tel. 079 706631 

Carto Fantasy di Fabrizio Figoni 
Via Vittorio Emanuele, 31 - Tel. 079 707047 

Tabacchino, edicola di Giovanna Cossu 
Via Vittorio Emanuele, 224 - Tel. 079 7079920 

Tabacchino, articoli per la casa di Silvia Marras 
Via Vittorio Emanuele, 114 

Edicola di Costantino Secchi 
Via Vittorio Emanuele - Tel. 079 706139 

Musei e centri culturali 
Biblioteca comunale e Centro di aggregazione sociale G.F. Sanna Comune di Mores 
Via Vittorio Emanuele - Tel. 079 707033 

Museo Casa Calvia
Via G. Calvia, 1 - Tel. 079 7070447/706014/706006/707024/777033 

Strutture sportive
Autodromo “Franco di Suni” 
Località Su Sassu - Tel. 079 706665/335 1019343 

Campi da calcio, Palazzetto dello Sport 
Tel. 079 706014/706006/707024/707033 

Palestra comunale 
Via Vittorio Emanuele - Tel. 349 4620491 

Anniversario della sua fondazione: (si tiene il 21/06)
Nel 2015 cade il trecentesimo anniversario della sua fondazione, che risale al 21 giugno 1715 

Festea per il martirio(si tiene il 28/08 - 29/08)
Le celebrazioni più importanti sono quelle che si svolgono nell’omonimo santuario campestre di San Giovanni Battista (Santu Giuanne de S’Ena Frisca): il 23 e 24 giugno per la natività; il 28 e 29 agosto per il martirio. In passato il primo evento era legato a una serie di riti e credenze: comprendeva la benedizione dell’acqua del vicino fiume; e si diceva che chi vi si immergeva avendo la fortuna di trovarsi in grazia di Dio poteva, fissando la volta celeste, scorgere Dio con tutta la Corte divina. Ad agosto le celebrazioni nel santuario culminano in uno spettacolo pirotecnico e nella processione che riporta il Santo al paese.  

Festa dedicata alla Madonna: (si tiene il 7/09 - 8/09) 
Nella chiesa di Todorache, dedicata alla Madonna, un tempo parrocchiale del villaggio omonimo, distante da Mores quattro chilometri, si fa festa il 7 e l’8 settembre: la sera del primo giorno si tiene una veglia di preghiera in cui si recitano sas Milli Ave Maria; la mattina dell’8 si svolge una sfilata di cavalli che partendo dalla chiesa arriva fino al paese dove fa sosta presso le abitazioni degli obrieri. Todorache si è spopolato dopo il 1652 a causa della peste, come si evince da una scritta in sardo incisa in un architrave della porta interna della chiesa. 

Ricorrenza dei defunti - Giorno dei Morti: (si tiene il 2/11) 
Rimane ancora memoria di s’attitidu, de su compariu de fogarone e delle processioni che si facevano un tempo, nei periodi di siccità, per invocare la pioggia; mentre i bambini ancora oggi in occasione della ricorrenza dei defunti fanno la questua di casa in casa dicendo «A sos mortos» e ottenendo in cambio dolci o qualche dono in danaro. 

Vigilia dell’Epifania: (si tiene il 6/01) 
Alla vigilia dell’Epifania bambini e adulti vanno di casa in casa a cantare strofe augurali (sas grobbulas), tra cui Sas Allegrias e Sos Tres Res, ottenendo in cambio doni vari. 

Il merito di tenere viva questa tradizione va riconosciuto al coro “Lachesos” che esegue per l’occasione i canti anche a cuncordu (“basciu”, “contra”, “boghe” e “mesa ’oghe”). In paese è presente anche un gruppo di ballo-folk intitolato a “Santa Caterina”. 

Festa in onore di Sant’Antonio Abate: (si tiene il 16/01 - 17/01) 
La serie delle feste si apre a Mores il 16 e 17 gennaio con le celebrazioni in onore di Sant’Antonio Abate, che si riducono oggi all’accensione di fuochi in certi rioni del paese. Un tempo si celebrava la messa e si faceva la processione intorno alla chiesa dedicata al santo, ritenuta la più antica del paese (consacrata nel 1383) della quale oggi restano solo le fondamenta. 

Lunedì di Pasqua
: (si tiene il 17/04) 
Il Lunedì di Pasqua si fa festa sulla sommità del monte Santo, presso la chiesa dei Santi Elia e Enoch. A rigore la chiesa rientra nel territorio di Siligo ma per tradizione i moresi sentono anche proprie le celebrazioni. 

Festa per Santa Lucia: (si tiene il 13/05 - 14/05) 
Il 13 e 14 maggio si festeggia Santa Lucia nella chiesa campestre a lei dedicata: distante da Mores un chilometro, edificata in stile tardo romanico tra l’XI e il XII secolo, in origine parrocchiale del villaggio di Lachesos, spopolatosi alla fine del Settecento; da alcuni anni è divenuta anche tappa del festival internazionale “Time in Jazz” ideato dal musicista Paolo Fresu. 

Festa per Sant’Antonio da Padova: (si tiene il 12/06 - 13/06) 
Il 12 e 13 giugno si festeggia nel paese, presso il convento omonimo, Sant’Antonio da Padova. Alla celebrazione della messa segue la processione lungo le vie del centro. 

Festa per la natività:
 (si tiene il 23/06 - 24/06) 
Le celebrazioni più importanti sono quelle che si svolgono nell’omonimo santuario campestre di San Giovanni Battista (Santu Giuanne de S’Ena Frisca): il 23 e 24 giugno per la natività; il 28 e 29 agosto per il martirio. In passato il primo evento era legato a una serie di riti e credenze: comprendeva la benedizione dell’acqua del vicino fiume; e si diceva che chi vi si immergeva avendo la fortuna di trovarsi in grazia di Dio poteva, fissando la volta celeste, scorgere Dio con tutta la Corte divina. Ad agosto le celebrazioni nel santuario culminano in uno spettacolo pirotecnico e nella processione che riporta il Santo al paese. 


 
Veduta di Móres.
Veduta di Móres.
Vista del territorio. Vigneti nella piana alle falde del Monte Santo.
Vista del territorio. Vigneti nella piana alle falde del Monte Santo.
Sa Tanca ’e su Duca in località Vallombrosa.
Sa Tanca ’e su Duca in località Vallombrosa.
Cavalli al pascolo. Tipica immagine di paesaggio rurale di Móres.
Cavalli al pascolo. Tipica immagine di paesaggio rurale di Móres.
La cavalla Uberta de Mores con le insegne della Contrada dell’Istrice.
La cavalla Uberta de Mores con le insegne della Contrada dell’Istrice.
Mores rientra tra le Zone Blu della Sardegna ad alta aspettativa di vita.
Mores rientra tra le Zone Blu della Sardegna ad alta aspettativa di vita.
Società Cooperativa Allevatori di Mores. Lavorazione della ricotta.
Società Cooperativa Allevatori di Mores. Lavorazione della ricotta.
Agris (Progetto AKINAS) vinificazione di vini autoctoni. Vendemmia 2014.
Agris (Progetto AKINAS) vinificazione di vini autoctoni. Vendemmia 2014.
Foto della fine dell’Ottocento, a destra il progettista del campanile di Mores l’Architetto Salvatore Calvia Unali, a sinistra i figli Peppina Calvia e Pompeo Calvia, pittore e poeta dialettale di Sassari.
Foto della fine dell’Ottocento, a destra il progettista del campanile di Mores l’Architetto Salvatore Calvia Unali, a sinistra i figli Peppina Calvia e Pompeo Calvia, pittore e poeta dialettale di Sassari.
Giuseppe Calvia-Secchi.
Giuseppe Calvia-Secchi.
Don Efisio Soletta.
Don Efisio Soletta.
Sant’Antonio de su Fogu. Tradizionale accensione dei fuochi nei vari rioni del paese.
Sant’Antonio de su Fogu. Tradizionale accensione dei fuochi nei vari rioni del paese. 
Chiesa campestre di Santa Lucia.
Chiesa campestre di Santa Lucia.
Convento dei Cappuccini di Mores.
Convento dei Cappuccini di Mores.
Santuario campestre di San Giovanni Battista.
Santuario campestre di San Giovanni Battista.
Chiesa di Todorache.
Chiesa di Todorache.
Chiesa parrocchiale di Santa Caterina d’Alessandria.
Chiesa parrocchiale di Santa Caterina d’Alessandria. Chiesa di Santa Croce.
Chiesa di Santa Croce.
Gruppo folk Coro Lachesos.
Gruppo folk Coro Lachesos.
Gruppo di ballo folk Santa Caterina.
Gruppo di ballo folk Santa Caterina.
Particolare del busto scollato con le bretelline, detto Su Cosso.
Particolare del busto scollato con le bretelline, detto Su Cosso. Cottura alla fiamma del sanguinaccio durante la festa di “Porcu Pasche”a Santa Cadrina.
Cottura alla fiamma del sanguinaccio durante la festa di “Porcu Pasche”a Santa Cadrina. Sa Tuvvara.
Sa Tuvvara.
Tericcas.
Tericcas.
Scorcio del centro storico con le case tradizionali.
Scorcio del centro storico con le case tradizionali.
S’ispasizzu cun sa barandiglia.
S’ispasizzu cun sa barandiglia.
Il campanile della Parrocchiale.
Il campanile della Parrocchiale.
S’Istampa ’e Sas Fadas (la casa delle fate) nel monte Lachesos.
S’Istampa ’e Sas Fadas (la casa delle fate) nel monte Lachesos.
La domus scavata nel masso erratico di Su Crastu de Santu Eliseu.
La domus scavata nel masso erratico di Su Crastu de Santu Eliseu. Il dolmen di Sa Covaccada. Sullo sfondo a sinistra il monte Santo.
Il dolmen di Sa Covaccada. Sullo sfondo a sinistra il monte Santo.
Ponte romano o Pont’Etzu.
Ponte romano o Pont’Etzu.
Reperti di epoca romana dal territorio.
Reperti di epoca romana dal territorio.
Navicella votiva con protome animale trovata in località Puttu Mariane. L’originale si trova nel Museo Archeologico “G.A. Sanna” di Sassari.
Navicella votiva con protome animale trovata in località Puttu Mariane. L’originale si trova nel Museo Archeologico “G.A. Sanna” di Sassari.
Acquamanile medioevale a forma di pavone detto “Su Puddu de Santu Sevvadore e Santu Venanziu”.
Acquamanile medioevale a forma di pavone detto “Su Puddu de Santu Sevvadore e Santu Venanziu”.
Autodromo “Franco di Suni”.
Autodromo “Franco di Suni”.
Olivastro in località Serra ’e Ozastru.
Olivastro in località Serra ’e Ozastru.

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