Gavoi

Comune in fase attivazione
Provincia di Nuoro
Regione storica di Barbagia di Ollolai

CAP: 08020
Prefisso Telefono: 0784

Azienda n.3, Nuoro
Distretto sanitario Nuoro

Superficie territoriale 38,18 kmq
Altitudine 777 metri s.l.m.

Abitanti al:
1951:3622
1961:4166
1971:3849
1981:3702
1991:3021
2001:3010
2006:2889
2010:2819


Unione dei Comuni "Barbagia"
Lodine, Ollolai, Olzai, Oniferi, Ovodda, Sarule, Tiana
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Lungo la Statale 128, su un declivio coronato di verde, si adagia il Comune di Gavoi, a 777 m slm. Vivace centro della provincia di Nuoro, il Comune di Gavoi ha una popolazione di poco meno di 3000 abitanti; il calo demografico, lento e continuo, è dovuto non solo ad un basso indice di natalità, ma a forme di emigrazione interna, soprattutto famiglie di allevatori che hanno acquistato terreni oltre i confini comunali. Il numero degli emigrati oltre il Tirreno o fuori della Penisola è stato sempre poco rilevante: fa eccezione l’esodo di 300 giovani che negli anni 1908-1914 si spinsero nella pampa argentina inseguendo il miraggio di fare altrove fortuna. Il Comune di Gavoi è situato nella regione storica della Barbagia di Ollolai, la romana Barbària, abitata dalle indomite popolazioni dell’interno che non vollero sottostare al giogo dell’invasore e scelsero come rifugio le zone impervie del massiccio del Gennargentu. Geograficamente occupa una posizione centrale rispetto ai paesi confinanti: Ollolai, Lodine, Fonni, Mamoiada, Ovodda. Il territorio del Comune di Gavoi ha una superficie di 38,18 kmq, di cui 21,13 sono un trionfo di lecci e roverelle, castagni e ciliegi, sugherete e filliree, aceri minori e biancospini. Un susseguirsi di colline e di montagne di granito che precipitano a valle; uno specchio azzurro; silenzi interrotti da voli di falchi e poiane, colombacci e tortore, gazze e ghiandaie; da fruscìi di donnole e lepri, conigli e martore, volpi e cinghiali. I monti, pur non essendo mai elevati, fanno cerchio attorno al villaggio e lo proteggono dai venti: a nord, Pisanu Mele con m 1117; ad ovest Brundihòne con Izu de Noli m 1028; a est Puddis e a nord-est Cogoddìo con punta Giaccheddu m 962. Questo è il territorio dei pastori che, partendo dall’altipiano di Lìdana (nord-est), dai boschi maestosi di Soroèni e Gòddoro, hanno portato l’allevamento specializzato della pecora in tutta l’isola. Ad ovest, la macchia mediterranea veste le colline degradanti sulla valle di Gùsana. Cisto e ginestra, eriche e ginepri, euforbie e corbezzoli affondano le radici tra castelli di roccia modellati dal vento e dalla pioggia. Tacciono mulini e gualchiere lungo i torrenti che hanno alimentato gole e canali per irrigare estesi orti di patate, rinomate in tutta la Sardegna. I corsi d’acqua perenne sono il rio Gusana e il rio Oratu, le cui acque confluiscono nel bacino artificiale del Gusana. La diga, costruita agli inizi degli anni Sessanta del Novecento, è un arco di 350 m, alta circa 90 m; raccoglie 60 milioni di metri cubi d’acqua, con un perimetro di 14 km. L’invaso, posto tra le alture del Comune di Gavoi e i monti del Gennargentu, è felicemente inserito nel paesaggio. Nel lago vivono trote, carpe, persici, anguille, tinche. Alla Pro Loco e alla FIPSAS è affidata la gestione della riserva di pesca sportiva con i campionati regionali di canoa e di pesca alla trota.

La storia
Vigili sentinelle del tempo, numerose testimonianze architettoniche attestano la frequentazione dell’uomo sin dal Neolitico: meritano tutela e valorizzazione per farne dono a chi verrà ancora. Nuraghi, domus de janas, menhir, Tombe di giganti, ruderi di antiche capanne e di arcaiche strutture pastorali raccontano una storia lontana quattro millenni. Nelle vicinanze del lago si possono visitare 15 domus de janas; il complesso più notevole è quello di S’Iscrithola, sulla riva sinistra dell’invaso, facilmente raggiungibile dalla SS 128. Sono 7 tombe, di cui una a più camere, scavate in massi singoli di granito, a livello del suolo. Sono in buono stato di conservazione, con tracce di ocra rossa nell’ingresso. A sud-ovest, le 2 tombe di Gurrài, ricavate nel fianco roccioso di una montagna che, per la forma particolare, sono chiamate “sas càmpanas de Gurrài”. Sommerso dall’invaso, un ponte romano a quattro arcate che guadava il fiume Gusana tra il Comune di Gavoi e Fonni. Nel confine con Ovodda, il nuraghe Lopène (locus poenae?) sul roccione omonimo. Secondo una leggenda conservata nel museo orale, qui si consumava il sacrificio dei vecchi che avevano superato i 70 anni, non più in grado di lavorare e ritenuti peso inutile per la tribù. Gli stessi figli li immolavano al dio Kronos, spingendoli dall’alto dirupo. Più numerose e superbe le testimonianze architettoniche dell’altipiano. Restano il cerchio della base e alcune tracce dei nuraghi censiti nel 1929 dal Taramelli: Trutzu, S’Abba Mala, Nortza, Golamìdda, Zorzi Froris, Corrinthòla, Istelàthe, Mucru, Castrulongu, Ispotzologu. La loro ubicazione in posizione elevata o sulla linea di confine, la vicinanza di sorgenti e di terreni coltivabili fa pensare alla vigilanza del territorio e alla funzionalità civile. Talaichè, sulle pendici orientali di Pisànu Mele, controlla l’altipiano dei pastori dal Gennargentu al Supramonte. Si può facilmente accedere dalla strada di penetrazione agraria Gavoi-Sa Itria. È il nuraghe meglio conservato, la muratura di blocchi granitici ricoperti di muschio dorato sale sino a 6 m con una scala a chiocciola per chiuderlo con la volta a tholos. A 500 m di distanza da Talaichè, il nuraghe Mucru con altri nuraghi dell’agro di Mamoiada fa corona alla piana di san Cosimo. Ai nuraghi si accompagnano le Tombe di giganti di Lìdana e di Trutzu, Pisànu Mele e Fìola, le domus de janas di Isteddoè e di Istelàthe, di Corrinthòla e di Oniài. Dal nuraghe Soroèni, sul confine con Lodine, al nuraghe Castrulongu, tratti della cordonata della via per mediterranea Karalis-Ulbia che raggiungeva Sa Itria, in zona limitrofa al nuraghe Zorzi Froris. Nella stazione preistorica di Sa Itria, si erge, solenne e severo, un bétilo alto circa tre metri e mezzo dal suolo, a sezione ellittica, con una circonferenza media di due metri e mezzo, rastremata in alto. È l’unico superstite di un gruppo di menhirs del sito sacro prenuragico, ora incluso nel recinto del santuario cristiano della Madonna d’Itria, dopo che la croce sostituì ligna et lapides. 











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