Buddusò

Comune in fase attivazione
Provincia di Olbia-Tempio
Regione storica di Monte Acuto

CAP: 07020
Prefisso Telefono: 079

Azienda n.1, Sassari
Distretto sanitario Ozieri

Superficie territoriale 217,97 kmq
Altitudine 700 metri s.l.m.

Abitanti al:
1951:7154
1961:6865
1971:5987
1981:6217
1991:6367
2001:4142
2005:4088
2010:4009


Comunità Montana "Monte Acuto"
Alà dei Sardi, Berchidda, Monti, Oschiri, Padru
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Il territorio
Buddusò è situato nella Sardegna nord-orientale, nella regione del Monte Acuto. Sorge sull’altipiano omonimo a 700 metri sul livello del mare. Il territorio, che misura 217,97 kmq, è ricoperto per la metà da boschi di sughera, leccio e roverella. La sezione a nord del paese, Su Monte, supera i 1000 metri di altitudine con Punta Sa Jone. In parte è aspra e spoglia, in parte ricoperta di vegetazione tra la quale trova rifugio una fauna ricca e varia: cervi, daini, mufloni, cinghiali ecc.
L’altipiano è prevalentemente pianeggiante ma a est si solleva con alcune punte, tra cui Sa Pianedda, 1000 metri. In questa zona nasce ilmaggior fiume della Sardegna, il Tirso. Anche qui i boschi sono popolati da una fauna variegata.

Le età antiche
Il territorio di Buddusò è stato frequentato fin dalle epoche più remote. Al periodo Neolitico risalgono alcune domus de janas, tra le quali quelle di Ludurru. Molto numerosi i monumenti del periodo nuragico, si hanno notizie anche di torri poi demolite, di scavi e ritrovamenti di diversa natura. Tra questi una brocchetta in bronzo oggi esposta al Museo Archeologico “Sanna” di Sassari. Il nuraghe di maggior rilievo è il Loelle, che
ha vicino due tombe di giganti.

Dal Medioevo a oggi
Dal secolo XI sino al 1272 Buddusò fece parte del Giudicato di Torres, curatoria di Lerron. In seguito fu conteso fra i Doria, gli Arborea e i Pisani. Inglobato per qualche tempo nel Giudicato d’Arborea, passò infine sotto i Catalano-Aragonesi e fu feudo prima dei Centelles poi dei Borgia. Il regime feudale si protrasse fin quasi alla metà dell’Ottocento. Il primo sindaco dopo l’unità d’Italia fu Pietro Paolo Ledda Campus; il primo espresso dal Consiglio comunale dopo la caduta del fascismo Francesco Puliga. Il Comune comprendeva in origine i Saltos de Josso, per una superficie complessiva di oltre 50 kmq, e la popolazione superava i 7000 abitanti. Nel 1957 una parte di quelle frazioni fu aggregata al comune di Olbia. Nel 1996 si è distaccata un’altra parte del territorio, che è divenuta comune autonomo con Padru capoluogo. Al 31 agosto 2012 Buddusò, che è entrato a far parte della provincia di Olbia-Tempio, contava 3955 abitanti, 1989 maschi e 1966 femmine. Le famiglie attualmente sono 1398.

Il granito, il latte, il sughero
L’asse portante dell’economia di Buddusò è stata tradizionalmente la pastorizia: numerosissime le famiglie che traevano il loro reddito da un gregge che poteva andare dallecinquanta alle trecento pecore. I grandi proprietari terrieri allevavano principalmente bestiame bovino. Greggi e mandrie, oltre che nelle tanche, si muovevano nel territorio comunale, e per il periodo invernale scendevano in transumanza nella piana di Olbia, dove col tempo molte famiglie si sono stabilite. Dagli anni Cinquanta ha avuto inizio l’abbandono delle campagne, ma il paese è riuscito più di altri ad arginare l’emigrazione. Un primo rimedio è stata l’istituzione dell’Azienda agro-silvopastorale incaricata di gestire i 9000 ettari di terre di proprietà del Comune, che si è dotata di personale tecnico e di custodia. Ma l’evento più importante è stato, nella seconda metà del Novecento, la costruzione sul fiume Tirso della diga di Sos Canales: con le buste paga giunse un fiume di denaro che diede impulso all’intera economia. Negli anni Settanta si ebbe poi il passaggio dalla fase artigianale a quella preindustriale nell’estrazione del granito. L’introduzione dei nuovi dischi da taglio per un verso, l’interesse da parte dei centri di trasformazione dei lapidei di Carrara, Pietrasanta e Verona per l’altro hanno dato luogo a un’intensa estrazione di blocchi di dieci-undici metri cubi. Il granito grigio di Buddusò piace agli architetti e agli imprenditori americani, arabi e tedeschi. Negli anni Settanta le cave erano una ventina, l’estrazione annua era intorno ai 40.000 metri cubi, ma la trasformazione avveniva per il 95 % in continente. L’attività ha continuato a crescere fino agli anni Novanta, poi è iniziato un periodo di crisi e di involuzione, legato al tracollo economico mondiale e all’introduzione sul mercato di granito cinese a basso prezzo. Le cave ora in attività sono sette, e si registra ovviamente un ridimensionamento dei trasporti e delle attività collaterali, tra le quali il commercio della legna da ardere. Gli anni Settanta hanno segnato anche l’avvio della trasformazione industriale del latte. Oggi è in attività l’azienda Sarda Formaggi, che trasforma 20 milioni di litri di latte l’anno, impiega 120 persone e produce venti tipi di formaggi. Altre attività praticate a Buddusò sono l’apicoltura, l’estrazione e commercializzazione del sughero: ogni anno ne vengono prodotti tra gli otto e i dodici mila quintali.

Le feste
Le feste ricorrenti sono tante e si sviluppano da maggio a settembre. A fine maggio si festeggia Nostra Segnora de Su Bonu Caminu. È una festa campestre che si svolge nel santuario di Santa Reparata, in cui viene offerto il pranzo a tutti i pellegrini. La prima domenica di giugno nel borgo disabitato di Tandalò si festeggia San Giuseppe. Anche qui viene offerto il pranzo ai numerosi pellegrini. A fine giugno cade la festa di San Pietro e San Giovanni. Il culto di quest’ultimo santo è forse legato ai riti pagani del solstizio d’estate. Ragazzi e ragazze per rafforzare l’amicizia si facevano compare o comare saltando tre volte un falò. Nel mese di luglio viene festeggiato San Cristoforo, è la festa degli autotrasportatori, istituita di recente, l’origine è da ricercarsi nella trasformazione dell’economia da agro-pastorale a semi-industriale. La prima domenica e il primo lunedì di settembre si celebra la festa di Santa Reparata. S’ignora quando ebbe inizio, a Buddusò, la venerazione di questa santa, oggetto di tanta devozione sia da parte dei residenti che degli abitanti dei centri vicini. I festeggiamenti sono stati sempre curati da quattro persone oggi chiamate sogristantes. Durano in carica un anno e si curano della raccolta delle adesioni, della riscossione delle quote tra la popolazione, dell’acquisto dei bovini da macellare per il pranzo. In passato si occupavano anche della raccolta del grano che i buddusoini offrivano per il pane della festa. E sono loro che nominano i nuovi sogristantes. In passato la domenica, al mattino presto, sulle rive del fiume Mannu, a un centinaio di metri dalla sogristantìa, si macellavano i bovini, che potevano essere da sei a dieci. In mattinata venivano cucinate le interiora, servite a colazione ed a pranzo ai soli soci (quelli che si quotavano per suddividersi le spese della festa; oggi oltre che tutte le famiglie residenti si quotano parecchie non residenti), ma oggi offerte insieme alla carne di pecora con patate a tutte le persone presenti. Al pomeriggio la carne, sistemata su carri trainati da buoi, veniva trasportata a sa sogristantìa, una casa composta da due vani, uno adibito a dispensa, l’altro a cucina. Oggi comprende diversi ambienti, ampi e dotati di moderne attrezzature, fra le quali una capiente cella frigo per conservare la carne e un’ampia cucina. In passato il pranzo del lunedì si iniziava a prepararlo dalla notte precedente: verso l’alba il lesso bolliva in diverse caldaie di rame stagnato, mentre una parte delle carni, infilzata in spiedi di legno, arrostiva al fuoco. Verso mezzogiorno a tutti i pellegrini sparsi nella campagna, sotto l’ombra delle secolari piante da sughero, venivano distribuiti in abbondanza minestra, lesso, pane e in tempi più antichi, nota don Demelas, anche il vino. Oggi in una sala della sogristantìa adibita a bar i pellegrini possono dissetarsi gratis con birra, vino ed altre bevande. Dopo pranzo si svolgevano le gare di tiro “al garretto”. I garretti dei bovini macellati erano infilzati, volta per volta, in un lungo spiedo di legno che veniva conficcato perterra; sui garretti era attaccato un piccolo pezzo di carta rotondo che i tiratori dovevano centrare con la doppietta. Chi vinceva si portava a casa il garretto. Dopo questa gara aveva luogo la corsa dei cavalli che, scrive Demelas, potevano essere da tiro, da sella, “da strapazzo” e, spesse volte, venivano presi dalle campagne all’insaputa del proprietario. Durante il resto della giornata si ballava al suono della fisarmonica su passu, sa dassa, su ballu mannu. Prima della diffusione della fisarmonica questi balli erano accompagnati dalla voce dei tenores, quattro cantori che erano rispettivamente un baritono (sa contra), un basso (su basciu), un contralto (sa mesa ’oghe) e un tenore (sa ’oghe). Col tempo l’afflusso dei devoti alla festa è venuto aumentando, e oggi la manifestazione non ha più carattere locale ma regionale: pullman e auto convergono da ogni parte della Sardegna. A tutti viene offerto il pranzo a base di minestra e carne lessa (sa cassola), vino e dolci. I capi bovini che si macellano sono più di 60, per un equivalente di 100-120 quintali di carne. Quindici giorni dopo ha inizio la festa patronale che comprende le ricorrenze dei Santi Ambrogio, Quirico e della patrona Anastasia. Per indicare la festa patronale diciamo sa festa ’e Santu Chirigu, sebbene la patrona sia Anastasia. È una festa comunitaria che da qualche decennio è divenuta un richiamo per i tanti emigrati.
La Gastronomia
L’alimentazione tradizionale buddusoina si basa su prodotti e pietanze molto semplici, derivati dall’economia agro-pastorale. Tra i piatti più comuni l’agnello ed il porchetto arrosto, le salsicce, il pecorino, “le perette”, il pane carasau, alcuni tipi di pasta fatta in casa, tra cui sos maccarrones lados che si preparano per i Santi, e sas cattas pesadas, le frittelle che si preparano per Carnevale. Tra i piatti più antichi su pane cottu, a base di pane carasau, burro e formaggio grattugiato. D’inverno si prepara su fae e laldu, piatto unico a base di fave, lardo e ossi di maiale, più cipolle e cavoli. Ben nota anche sa seada che oggi viene considerata un dolce ma in passato era un pasto completo. Un altro pasto completo apprezzato dagli abitanti di Buddusò è su casu furriadu, “il formaggio girato”, a base di formaggio fresco che viene sciolto a fuoco lento e rassodato infine con l’aggiunta di semola. A Carnevale le zampe di maiale, messe sotto sale, si trasformavano in ottima gelatina (s’eladina), mentre dell’adipe del maiale fatta a pezzi e sciolta a fuoco lento rimanevano i ciccioli che si utilizzavano per confezionare delle ottime focacce, sas cotzulas ’e s’elda. Un altro piatto caratteristico è sa cassola; con questo termine vengono indicati alcuni piatti tradizionali di Buddusò: i fagioli con le patate, la carne d’agnello con la minestra, la carne bovina con la minestra. Un altro piatto succulento è s’impanadone i cui ingredienti sono la carne di maiale tagliata a pezzettini e la pasta. Per la ricorrenza dei morti si preparavano sas cocas e sos cogones, varietà di pane ottenute mescolando la farina con le patate. A sas cocas si dava una forma ellittica e sottile, ed erano più grandi di su pane carasau: attualmente sono venute in disuso. Sos cogones sono focacce di patate ancora in uso. Per ogni festa si preparava un certo tipo di dolci: a Natale sos pabassinos, sas tiliccas e sas coppulettas; a Carnevale sas origliettas e sos pinos; a Pasqua sas casadinas; in occasione dei battesimi sos biscottos, sos amarettos e s’arantzada. Quest’ultimo è un dolce caratteristico di mandorle sbucciate e poi tostate, miele e buccia d’arancia, il tutto versato in un tegame e fatto amalgamare a fuoco lento sino a ottenere un impasto omogeneo. Il preparato si versa su un tavolo e si livella con un matterello sino a raggiungere lo spessore uniforme desiderato, da uno a due centimetri. Si lascia riposare, poi si taglia a rombi.
Piccola Antologia
Le tombe curative. Si trovano sparse nel territorio alcune tombe di giganti che conservano al lato dell’esedra dei lunghi sedili in pietra. La loro presenza trova spiegazione in una notizia di Aristotele riportata da due suoi commentatori, Filopano e Simplicio, e da Tertulliano nel De Anima, secondo la quale gli antichi Sardi dormivano vicino alle tombe per ricevere consigli e incoraggiamenti da coloro che vi erano sepolti. Filopano scrive: «Alcuni scrittori hanno tramandato che certe persone afflitte da infermità se ne andavano lontano, presso [le tombe] degli eroi in Sardegna e si curavano; costoro quindi dormivano costì per una durata di cinque giorni, dopodiché svegliandosi ritenevano che il momento [in cui si destavano] fosse lo stesso in cui si erano adagiati accanto agli eroi». La domus della ragazza. Tra le domus de janas ce n’è una chiamata Sa Conchedda de sa Femina, “La grotta della donna”, che durante gli scavi ha restituito ossa e ciuffi di capelli appartenenti ad una donna. Su quei resti si tramanda una storia. Nella seconda metà dell’Ottocento una ragazza di un paese del Nuorese rimasta incinta per una relazione illegittima fu uccisa dal fratello maggiore. Con la scusa di condurla a una festa nei pressi di Buddusò, il giovane ne organizzò l’omicidio nascondendone poi il corpo nella grotticella. La strage di Sos Vaccos. Il 28 maggio 1892 una pattuglia di tre carabinieri fece sosta alla cantoniera di Sos Vaccos, al confine tra i territori di Buddusò e Bitti. All’interno dell’edificio i militari intercettarono Quirico Vargiu, uno dei più pericolosi banditi di quel tempo. Colto di sorpresa, si scagliò contro il carabiniere Lecca, pugnalandolo al petto, ma questi riuscì a premere il grilletto colpendo però in pieno petto Benedetta, figlia di quattro anni del cantoniere. Nel tentativo di guadagnare l’uscita Vargiu, aiutato dal cantoniere, si scagliò contro l’appuntato Sini, che rimase ferito al collo. Il terzo carabiniere, Porcu, ebbe modo di fare fuoco e uccise sia Vargiu che il cantoniere. Santa Reparata. Una leggenda racconta l’origine della chiesetta campestre di Santa Reparata. Un vecchio pastore, giunto in località Caddos de Funes, vide una fanciulla bellissima, dalle vesti candide come la neve, seduta su un insieme di piccole rocce. La giovane gli rivolse il saluto: «Ave Maria», e lui rispose, secondo l’usanza: «Gratia plena». «Io sono santa Reparata», disse la fanciulla, e alzandosi tese la mano destra e soggiunse: «Su quel piccolo promontorio voglio che si edifichi una chiesa in mio onore». Poi assicurò il suo aiuto e scomparve, lasciando impressa sulla roccia l’orma del piede. In breve tempo la notizia dell’apparizione si sparse nel villaggio e tutti i buddusoini contribuirono con entusiasmo all’edificazione della chiesa.
Il centro storico
Spiccano alcune dimore di proprietari e benestanti: vaste e a più piani, erano costruite con conci di granito a vista o sommariamente squadrati. Caratteristici i portali, con colonne decorate da fasce variamente sagomate e nella parte alta da un concio squadrato che riporta l’anno di costruzione e le iniziali del proprietario. Fra le costruzioni civili più antiche, rimaste in parte intatte, una delle più interessanti è la casa del decano Sotgiu. Situata in via Musio, è un raro esempio di abitazione di origine sardo-catalana. Si nota l’ingresso sulla destra, con modanature che partono dalla base dei plinti e si uniscono al centro dell’architrave nel caratteristico motivo a fiamma. Altro edificio degno di nota è il palazzo della famiglia Ledda Campus, in corso Vittorio Emanuele III, eretto nella seconda metà dell’Ottocento su progetto dell’architetto Calvia di Mores. Al 1894 risale la fontana monumentale di Bolostris, alla periferia in direzione di Bitti: comprende due piazzali, uno con la fontana e l’altro con un abbeveratoio, il tutto realizzato in blocchi di granito.

Le chiese
La parrocchiale. Dedicata a Santa Anastasia, venerata da tempo immemorabile, è stata ricostruita quasi per intero nella prima metà dell’Ottocento e ulteriormente ampliata alcuni decenni più tardi: i lavori ebbero termine nel 1945. Tutta in blocchi di granito a vista, ha la facciata a capanna con portale architravato e timpano decorato a mosaico. Al fianco si leva il campanile, a pianta quadrata. L’interno della chiesa è a tre navate; la centrale, con volta a botte, è divisa in cinque campate. Una cappella, arricchita da un mosaico, ospita il fonte battesimale in granito; un’altra custodisce un altare in marmo policromo dedicato alla Vergine; un’altra ancora mostra un mosaico con al centro il simulacro marmoreo della titolare. San Quirico. Costruita agli inizi del Seicento, è la più interessante, dal punto di vista architettonico-artistico, di quelle di Buddusò e dei dintorni. Sulla facciata si apre un bel portale con architrave, pilastri monolitici e capitelli in granito grigio inseriti in una fase successiva. Ha struttura complessa, con al fianco un edificio che fungeva da asilo. L’interno è a navata unica, con volta a botte, sulla quale si aprono quattro cappelle. Nel corso di un recente restauro degli affreschi sono venute alla luce una decorazione a bugne colorate e alcune antiche immagini. L’abside, sormontata da una cupola, ospita un altare ligneo in stile barocco che comprende statue del titolare e della madre, Santa Giulitta. Altro “pezzo” raro e di pregio è, sul lato destro della navata, il pulpito ligneo con confessionale incorporato.

La scultura
Dal 1984 al 2003 l’Amministrazione comunale di Buddusò, tramite il Centro culturale, ha organizzato un Simposio Internazionale di Scultura su legno che si alternava di anno in anno con un Simposio di Scultura su granito. L’intento era incrementare la valorizzazione e la conoscenza di queste due risorse, base dell’economia buddusoina. Per Buddusò il Simposio, che aveva portata internazionale, rappresentava il più importante appuntamento artistico e culturale, inteso a illustrare l’utilizzazione del legno e del granito nell’arte, nell’arredo urbano e in architettura. Nei giorni in cui si svolgeva il Simposio il corso Vittorio Emanuele si trasformava in un laboratorio attrezzato di tutto punto. Artisti provenienti da tutte le parti del mondo davano forma a una scultura tratta di volta in volta da un masso di granito, da un tronco o da un pannello in legno messi a disposizione dall’organizzazione. Lo spettatore aveva la possibilità di seguire l’intero ciclo di realizzazione della scultura. I primi anni la maggior parte dei buddusoini educati all’arte figurativa faceva fatica a capire certe tecniche di composizione e di stile: oggi, dopo più di vent’anni, sono molti quelli che apprezzano anche le espressioni artistiche più originali. Questo grazie al rapporto e al dialogo che si instauravano tra artisti e pubblico. Gli scultori, oltre al loro estro e alle loro capacità tecniche, facevano conoscere la propria cultura, per cui l’evento diveniva un momento d’incontro tra culture e tradizioni diverse. Con risultati rilevanti, e non solo dal punto di vista artistico. Del Simposio parlavano tutti i media: giornali, radio ed emittenti televisive pubbliche e private; migliaia i visitatori. Un ritorno di immagine positivo ed incalcolabile. Nelle località artistiche più importanti, afferma lo scultore Pinuccio Sciola, «Il nome di Buddusò è continuamente presente e con esso la Sardegna con i valori di ospitalità della nostra gente, e la forza della natura che rimane impressa nella mente degli scultori come un autentico paradiso di pietra». Il Simposio non è terminato nell’arco di tempo stabilito dall’organizzazione, ma ancora oggi rivive nello straordinario patrimonio artistico di circa 250 sculture, 130 in legno e 120 in granito, che ha modificato lo spazio urbano del  paese. Lungo le vie, le piazze ed i giardini, nelle scuole e negli uffici comunali di Buddusò si possono ammirare le sculture in granito, mentre nel Museo d’arte contemporanea hanno trovato adeguata sistemazione le sculture a tutto tondo e a bassorilievo, soprattutto in legno, premiate nei vari simposi. Le opere esposte sono state realizzate da artisti di varie nazionalità (tedeschi, francesi, giapponesi, coreani, bulgari, polacchi, argentini, uruguaiani, inglesi, e naturalmente italiani) e premiate da storici e critici d’arte.

Nella campagna
Santa Reparata si trova a 3 chilometri dal paese, lungo la statale che conduce ad Alà dei Sardi. Sull’anno di fondazione di questo santuario campestre non si hanno documenti, resta solo la data 1579 incisa su una campana. Dal registro dei versamenti a favore del seminario, compilato poco tempo dopo, si desume che la chiesa aveva un buon reddito che proveniva da terre, bestiame ed altri beni. Wally Paris suppone che la parte più anticadel tempio, l’abside – di foggia gotico-catalana –, risalga alla fine del XV secolo. Sulla facciata si aprono due portali, uno centrale e uno, costruito di recente, che immette nella navata destra con tre cappelle, aggiunta agli inizi del Novecento. Al colmo del tetto si leva un piccolo campanile a vela. Nella parte sinistra della navata centrale si apre una cappella a cui si accede tramite un arco acuto: costruita di recente, è illuminata da due piccole finestre. Al centro il presbiterio, di forma quadrata e lievemente rialzato rispetto al piano di calpestio, ripropone il modello delle chiese sarde di origine gotico-catalana. L’arco trionfale, a sesto acuto, è stato ottenuto con blocchetti di trachite rosa sovrapposti e modanati. La volta a crociera è divisa da nervature in trachite. L’altare e la mensa mostrano colonnine in granito. Originariamente, afferma don Giovanni Battista Demelas, l’altare era in muratura. Al di sopra è stata realizzata una nicchia, chiusa da un pannello in legno con disegni in stile gotico e da un vetro che custodisce il simulacro della santa. La statua originaria, presente nella chiesa sin dalla sua edificazione e sostituita dall’attuale nella prima metà del Novecento, dice Demelas, «[…] era in legno e ad altezza quasi naturale, teneva in mano la palma del martirio e un libro. Rassomigliava a quella rappresentata in un quadro di scuola fiorentina che si trovava esposto nella chiesa di Santa Maria del Fiore a Firenze. Nonostante la ricoloritura plasmatavi da una mano inesperta, permaneva ancora la policromia originale, che è di un giallo carnoso nel volto, di un rosso cupo nelle vesti e di un bianco grigio nei capelli». Non ci è dato sapere che fine abbia fatto questa statua. Nell’attuale simulacro la santa è rappresentata in croce, mentre nella passio si afferma che fu uccisa con un colpo di clava. Indossa una veste di colore marrone chiaro e dalla spalla destra scende lungo la schiena un mantello azzurro con bordi dorati. Il pavimento originale, in argilla, è stato sostituito nel 1951 con l’attuale in cemento. Un tempo, scrive ancora Demelas, «[…] le pareti del presbiterio erano tappezzate di ex voto offerti dai fedeli per grazie ricevute. Erano trecce nere, ciocche di capelli, cuori d’argento, gambe, mani e piedi modellati su cera con segni di ferite aperte, di cicatrici e di fratture. Nel 1915 monsignor Cesarano, vescovo di Ozieri, in occasione della sua prima visita pastorale, fece rimuovere dalla chiesa tutto questo materiale». Le domus de janas di Ludurru si trovano a nord del paese, a circa 300 metri dall’abitato. Sono quattro sepolture ipogeiche. La prima, a sinistra rispetto al fronte roccioso, è composta da un atrio quasi distrutto, un’ampia anticella rettangolare e una cella dalla quale si accede a due vani secondari. Di particolare interesse è l’anticella con soffitto spiovente caratterizzato da un rilievo semicircolare, pareti decorate da cornici scolpite e lato di fondo ornato da un motivo a linee parallele e verticali dipinte di rosso sovrapposte al portello di accesso alla cella. La seconda, monocellulare, mostra un setto in rilievo che ne divide il pavimento in tre settori. L’ipogeo n. 3 comprende un atrio con la riproduzione di un focolare e una cella fornita di piccola nicchia. La quarta sepoltura è composta da un’ampia anticella con piccolo bancone scolpito – forse un tavolo per offerte – preceduta da un vestibolo con focolare centrale, di cui rimangono poche tracce. L’anticella comunica con tre ambienti, tra cui un vano rettangolare con portello provvisto di incasso. La necropoli, ricordano gli anziani, ha subìto a più riprese la potenza distruttrice dei fulmini. Il nuraghe Loelle si erge maestoso a sei chilometri da Buddusò, lungo la Statale per Bitti, circondato da un lussureggiante bosco di querce da sughero. Gli antichi costruttori hanno inglobato fra le mura una parte della parete granitica su cui è stato innalzato il monumento. Si tratta di un nuraghe trilobato su due piani, costruito con conci di granito di piccole e medie dimensioni ben lavorati. Vi si accede attraverso un ingresso architravato con sovrastante finestrella di scarico. L’ingresso introduce in un corridoio alla destra del quale si trova una nicchia. Da qui si diparte una scala che conduce a un altro corridoio (lungo 20 metri) parallelo al perimetro del muro esterno. Una serie di feritoie lungo la scala e il corridoio ne assicura l’illuminazione. All’inizio del corridoio, sulla destra, una seconda scala porta a una torretta, in origine a due piani collegati da rampa, di cui si conserva in parte la camera fornita di ripostiglio. Gli scavi e i restauri condotti di recente dalla Soprintendenza archeologica hanno consentito di scoprire un secondo ingresso che immette in una camera e di evidenziare, a breve distanza, una delle capanne che componevano il villaggio: l’ambiente ha restituito macine, macinelli, resti di ceramiche e schegge di ossidiana.Tandalò. Alla frazione disabitata di Tandalò ci si arriva immettendosi, dopo aver percorso circa 500 metri della Statale che conduce a Pattada,nella strada comunale, in parte asfaltata, che porta al perimetro forestale di Sa Conchedda. Il villaggio è situato sul crinale di una collina sfiorata dal fiume omonimo, è composto di 19 case, attualmente quasi tutte dirute, più una chiesetta dedicata a San Giuseppe. Probabilmente era sorto nella prima metà dell’Ottocento con l’applicazione dell’“Editto delle Chiudende”, quando i notabili di Buddusò recintarono una parte considerevole delle terre pubbliche. I pastori, che sino ad allora pascolavano liberamente quelle grandi estensioni di pascoli, all’improvviso si trovarono senza terre. Alcuni di loro si spostarono nella lontana cussorgia di Tandalò, unendosi ai pastori che ci dimoravano da tempo. Altra ipotesi: il borgo è sorto forse quando i carbonai toscani iniziarono a diradare i boschi di Tandalò per produrre carbone, servendosi di 35 manodopera locale che per l’occasione si insediò in questa località. Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso risiedevano nel borgo 120- 130 persone. Le famiglie si dedicavano all’allevamento del bestiame e alla produzione del carbone. Alla fine degli anni Cinquanta del Novecento alcuni di loro iniziarono ad abbandonare il borgo per trasferirsi in paese. Nel 1974 il villaggio fu abbandonato dalle ultime famiglie. Un percorso archeo-naturalistico. Al Km 44,3 della Statale che porta ma Bitti si innesta sulla destra una strada comunale di penetrazione agraria in gran parte asfaltata che conduce alla regione di Su Campu. Dopo averne percorso circa 2 chilometri si giunge a Su Laccu. Qui, a metà costa e a pochi metri dalla strada, è ubicato il dolmen omonimo, di facile individuazione perché al suo fianco è cresciuta una grande pianta di sughera. Continuando si arriva a Su Campu, 600 metri s.l.m., e percorrendo trecento metri della strada tracciata alla destra di quella principale si giunge a Eligannele dove, su una piana ondulata ricoperta da rade piante di sughero, è ubicato un nuraghe. Si trova a un chilometro dall’invaso di Sos Canales e a circa 300 metri dal fiume Tirso. Da questa località, proseguendo lungo la strada comunale, dopo averne percorso circa 400 metri si giunge al dolmen di Molimentos, ben visibile sul piano di campagna e raggiungibile facilmente dalla strada. Dopo altri 200 metri si raggiunge il Tirso; oltrepassandolo, si trova a destra la strada che porta al villaggio nuragico di Sos Muros, dove si trova il pozzo nuragico, conosciuto come Su putu de sas coloras “Il pozzo delle bisce”. I resti degli edifici si stendono sul declivio di una collina ricoperto da un giovane bosco di querce. Oltrepassato il fiume, per raggiungere la diga di Sos Canales ci si deve immettere sulla strada comunale. Dopo averne percorso circa un chilometro si giunge all’invaso: da qui, attraversando un bosco di lecci e di sughere, si ritorna sulla Statale 389, non lontano dal complesso nuragico di Loelle.

RIFERIMENTI PER IL VISITATORE
Associazione Turistica Proloco
Tel. 346 8914568/333 5779211 (Presidente)/338 7431650 (Vice-presidente)
348 2445840 (Segretaria) - www.prolocobudduso.it - info@prolocobudduso.it
Coro polifonico Santa Cecilia, Tel. 079 714044
Liber Cooperativa Sociale, Corso Vittorio Emanuele, Tel. 392 5234333

Ospitalità
Agriturismo “Sa Rocca”, Località Sa Rocca, Tel. 392 1190903/338 7222552
Agriturismo-Ristorante “Santa Reparata”,
Località Santa Reparata, Tel. 079 715463
Angel’s Bar, Corso Vittorio Emanuele
Bar Bistrot, Corso Umberto
Bar Caffetteria da Valentina, Corso Vittorio Emanuele
Bar del Corso, Corso Vittorio Emanuele
Bar della Piazza, Piazza Monumento
Bar F.lli Sistu, Piazza Monumento
Bar F.lli Taras, Corso Vittorio Emanuele
Bar Gerolamo, Via Mons. Sini
Bar Giovanni Porcu, Corso Vittorio Emanuele
Bar Kennedy, Piazza Barore Tuccone
Bar La Caffetteria della Nonna, Corso Umberto
Bar Libero Porcu, Corso Vittorio Emanuele
Bar Mario, Corso Regina Elena
Bar Sa Corte, Corso Vittorio Emanuele
Bar Tabacchi Satta, Corso Vittorio Emanuele
Bar Trattoria “L’Ottocento”, Corso Vittorio Emanuele 80/C, Tel. 349 0994953
Hotel Ristorante “La Madonnina”, Via Pres. Antonio Segni, Tel. 079 714645
Piatti Freddi “Sa Corte”, Corso Vittorio Emanuele 45, Tel. 079 714568
Pizzeria “Da Dario”, Via Mannu, Tel. 079 716060
Pizzeria di Marilena Canu, Via Garibaldi 10, Tel. 079 715556
Pizzeria “Fantasy Pub”, Via Regina Elena, Tel. 079 715511

Artisti e artigiani, attività commerciali
Artintaglio srl, Via Fodde 10, Tel. 079 714043
Falegnameria Marrone, Via Fabrizio De Andrè, Tel. 079 714535
Falegnameria Taras Gian Paolo, Via Petrarca, Tel. 348 8127399
Sergio Ferreri Falegnameria, Via La Madonnina
Soro Antonio Falegnameria, Via S. Lucia, Tel. 079 715203
Pischedda Group snc Calzature, Tel. 079 714320
Salvatore Marrone Calzoleria, Tel. 340 2377593
Tappezzeria 2000 di Marzia Bancu, Via Colonello Langiu, Tel. 079 4122960
Lavorazioni Ferro Deledda Mario, Via Damiano Chiesa
Soro Vittorio Lavorazioni Ferro e metalli, Via Circonv. Nord, Tel. 079 714335
Deledda Giovanni Maria Serramenti ed infissi alluminio,
Località Bidolzu, Tel. 079 714781
Deledda Giovanni Serramenti ed infissi alluminio,
Corso Vittorio Emanuele, Tel. 079 714111
Bertotto Giuseppe Graniti, Via D’Azeglio, Tel. 339 7740869
Due F. Graniti, Via Cimitero, Tel. 079 714082
Fiore Service srl Graniti, Via D. Chiesa, Tel. 079 714559
F.lli Bua Graniti, Località Biralò, Tel. 079 715220
F.lli Nieddu Graniti, Corso R. Margherita, Tel. 079 715311
Graniti e marmi di Francesco Sistu, Tel. 348 5245195
Maureddu F.lli Graniti srl, Via IV Novembre, Tel. 079 714706
Pintus e Pintus Lavorazione Granito, Via Vespucci, Tel. 079 715007
Lavorazione Pietra Biancu Antonello, Via Francesco Cossiga
Beccu Quirico e Figli Autotrasporti e Movimento Terra, Via Santa Reparata
Tel. 079 714564
Tipografia 87, Via Brigata Sassari, Tel. 079 715346
Cartolibreria Chessa, Tel. 079 714107
Tutto scuola tutto sport, Via Monsignor Sini
Molinu Maria Tabaccheria, Tel. 079 715268

Prodotti alimentari
Bontà e salute, Via Dante 5, Tel. 340 0552334
Danilo Crobe, Via Cimitero, Tel. 079 714655
Essedue di Serra, Corso Umberto, Tel. 079 714521
Logudoro Carni, Località Biralò, Tel. 079 715410
Market Eurospin, Via Fabrizio De Andrè, Tel. 392 9024390
Market Satta snc, Via Brigata Sassari, Tel. 079 716076
Sanciu Market, Corso Vittorio Emanuele, Tel. 079 715125
Pasticceria “Il Pasticcio”, Corso Vittorio Emanuele, Tel. 079 714000
Pasticceria “Le dolci Tentazioni”, Via Santa Reparata, Tel. 079 714215
Sarda Formaggi Spa, Via Chiesa, Tel. 079 714081

SERVIZI DI PUBBLICA UTILITÀ

Comune
Piazza Comm. Fumu, Tel. 079 7159003
Carabinieri, Via Regina Elena, Tel. 079 714022
Vigili Urbani, Piazza Comm. Fumu, Tel. 079 715070
Corpo forestale, Via Fabrizio De Andrè, Tel. 079 714362
Barracelli, Largo Puliga, Tel. 338 1067329
Parrocchia, Via Parrocchia, Tel. 079 714044
Guardia Medica, Via Fabrizio De Andrè, Tel. 079 716057
Buddusò Soccorso, Largo Puliga, Tel. 340 2833631/349 1029039
Pronto intervento/Ambulanza 118
Farmacia, Via San Quirico 4, Tel. 079 714747
Parafarmacia, Via Dante, Tel. 079 714432/340 0552334
Parafarmacia Silvesan, Corso Vittorio Emanuele, Tel. 079 714546
ENEL, Via S. Satta, Tel. 079 714126

Musei e centri culturali
Museo d’Arte Contemporanea, Località Donnu Freale, Tel. 079 715308
Biblioteca Comunale, Corso Vittorio Emanuele 55, Tel. 079 715308
biblio.budduso@tiscali.it

Strutture sportive
c/o Istituto Superiore Tecnico Commerciale Geometri e Agrario
Via Gronchi, Tel. 079 715058

Nostra Segnora de Su Bonu Caminu: (si tiene in Maggio)
Festa campestre che si svolge nel santuario di Santa Reparata a fine Maggio.

San Giuseppe:
(si tiene in Giugno)
Si festeggia la prima domenica di
Giugno nel borgo disabitato di Tandalò.

San Pietro e San Giovanni:
(si tiene in Giugno)
Si festeggia a fine Giugno.

San Cristoforo:
(si tiene in Luglio)
Si festeggia nel mese di Luglio. E' la festa degli autotrasportatori.


Festa di Santa Reparata, in una foto del 1948.

Santa Reparata: (si tiene in Settembre)
Festa celebrata la prima domenica e il primo lunedì di Settembre.

Sa festa ’e Santu Chirigu:
(si tiene in Settembre)
Festa patronale che comprende le ricorrenze dei Santi Ambrogio, Quirico e della patrona Anastasia. Si tiene quindici giorni dopo Santa Reparata.

Panoramica del centro abitato
Panoramica del centro abitato
Necropoli ipogeica di Ludurru.
Necropoli ipogeica di Ludurru.
Cava di granito di Gramont.
Cava di granito di Gramont.
Preparazione del pecorino sardo.
Preparazione del pecorino sardo.
Operai impegnati nell’estrazione del sughero.
Operai impegnati nell’estrazione del sughero.
Festa di Santa Reparata, in una foto del 1948.
Festa di Santa Reparata, in una foto del 1948.
Festa patronale di San Quirico
Festa patronale di San Quirico
Il costume tradizionale.
Il costume tradizionale.
S’impanadone.
S’impanadone.
Sos cogones.
Sos cogones.
Sas origliettas.
Sas origliettas.
Sa Conchedda de sa Femina.
Sa Conchedda de sa Femina.
Chiesa campestre di Santa Reparata.
Chiesa campestre di Santa Reparata.
Nuraghe Loelle.
Nuraghe Loelle.
Nuraghe Loelle, il corridoio.
Nuraghe Loelle, il corridoio.
Dolmen di Molimentos.
Dolmen di Molimentos.


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