Borutta

Comune in fase attivazione
Provincia di Sassari
Regione storica di Meilogu

CAP: 07040
Prefisso Telefono: 079

Azienda A.S.L. 1 di Sassari
Distretto sanitario Alghero

Superficie territoriale 4,76 kmq
Altitudine 491metri

Abitanti al:
1951:649
1961:563
1971:519
1981:425
1991:377
2001:318
2005:306






Unione dei comuni del Meilogu
Banari, Bessude, Bonnanaro, Bonorva, Borutta, Cheremule, Cossoine, Giave, Pozzomaggiore,, Semestene, Siligo, Thiesi, Torralba
Scopri i 377 comuni della Sardegna

Il territorio
Un chilometro circa a sud-ovest di Bonnànaro, lungo la strada che collega la Superstrada 131 alla 131bis, sorge il centro abitato del Comune di Borutta, nella piccola valle del Rio Frida, tra Monte Pélau e lo sperone calcareo di Sorres. La superficie territoriale del Comune di Borutta è molto limitata (neppure 5 kmq), ma è ricchissima d’acqua: questo fatto ne ha favorito il popolamento fin da epoche antichissime e, nel Medioevo, è stata la causa principale dello spostamento in questa valle degli abitanti di Sorres, costruita su un pianoro che invece ne era privo. L’acqua del Rio Frida proviene dal Monte Pélau, mentre altre fonti sgorgano nella valletta sotto Sorres. La configurazione del suolo varia, passando dalle terre vulcaniche di Monte Pélau, fino agli affioramenti calcarei sedimentari. Nei secoli il territorio del Comune di Borutta si è dimostrato particolarmente favorevole alla coltivazione degli alberi da frutto. Il suo territorio confina con quello dei comuni di Bonnànaro, Torralba, Cherèmule e Thiesi. Attualmente è il più piccolo centro abitato del Meilogu, ma fu il primo paese italiano ad eleggere come primo cittadino una signora, donna Ninetta Bartoli, nel 1946.

Smart city
Il Comune di Borutta è il primo centro pioniere nel progetto Smart City (città intelligenti) della Sardegna. Le smart city disegnano il proprio futuro secondo sei assi principali: un’economia sostenibile, una mobilità intelligente, un curato ambiente naturale, cittadini informati e intelligenti; Smart Living e, infine, una governance intelligente. Obiettivo dell’Amministrazione del Comune di Borutta è quello di soddisfare l’intero fabbisogno energetico, pubblico e privato, con fonti rinnovabili.

Parco urbano comunale e S.I.C. (Sito d’Importanza Comunitaria)
Il parco comunale è sito nella valle del Rio Frida che separa le pendici del Monte Pélau (dove sorge il centro abitato di Borutta) dal colle di San Pietro di Sorres. La superficie totale del parco è di oltre 5 ettari. Al suo interno vi sono una rete di percorsi e camminamenti attraverso i quali è possibile visitare la Grotta Ulàri ed il monastero di San Pietro di Sorres. All’interno della Grotta Ulàri vive un gran numero di pipistrelli di varie specie, alcune assai rare. Per tale ragione l’Unione Europea ha riconosciuto la rilevante importanza comunitaria del sito. L’accesso al parco dal centro abitato può avvenire dalla via Europa e dalla strada comunale “Frida”. Le strade interne sono in pietra basaltica con numerosi camminamenti sterrati che si diramano all’interno del bosco. Le specie arboree presenti, fra le quali esistono esemplari secolari, sono prevalentemente Quercus Ilex (leccio),Quercus Pubescens (roverella) ed Olea Europea var. Sylvetris (olivastro).

Il passato e il presente
La nascita del paese risale al X-XI secolo, ma il territorio del Comune di Borutta fu abitato fin dal Neolitico. Sotto il colle di Sorres, nella Grotta Ulari (visibile dalla strada che da Bonnànaro conduce a Borutta), l’archeologo Maetzke portò alla luce interessanti reperti appartenenti alla “Cultura di San Michele”, oltre a utensili in selce e ossidiana e a significative tracce della presenza umana in varie epoche storiche, fino al periodo bizantino. Inizialmente si creò un Antiquarium nella sala capitolare del monastero, ma poi, i reperti più importanti furono trasferiti nel Museo “G.A. Sanna” di Sassari. Nel territorio del Comune di Borutta si trovano i resti del nuraghe Sa Tanca Noa; sul colle, a poca distanza dall’abside della chiesa, in posizione dominante, è stato scavato un nuraghe al cui interno sono stati trovati molti resti ceramici tra i quali anche delle lucerne in terracotta in forma di tazzine che testimoniano la presenza punica nel luogo. La storia del paese è strettamente legata a quella del colle soprastante: Borutta faceva parte del Giudicato di Torres, curatorìa del Meilogu, di cui Sorres era la capitale e insieme sede della diocesi. Il monastero benedettino di San Pietro di Sorres, esistente già nel XII secolo, svolgeva un’importante funzione propulsiva su tutta la vita economica, culturale e religiosa della curatorìa; gli abitanti delle “ville” tutte intorno avevano a disposizione, per le loro attività lavorative, su Fundamentu, vaste distese di terre comuni che venivano sfruttate col sistema collettivistico. In cambio venivano pagate decime in denaro o in natura alla diocesi di Sorres. Durante la dominazione spagnola Borutta faceva parte del feudo del Meilogu, assegnato alla famiglia Carrillo, che amministrava la giustizia a Bonnànaro nel palazzo baronale (su palattu); quando la Sardegna passò sotto il dominio dei Savoia, nel corso del XVIII secolo, fu unito a Bonnànaro e Torralba per formare il marchesato di Valdecalzana, che fu riscattato solo nel 1839 con la legge che aboliva il feudalesimo in Sardegna. Attualmente il paese è costituito da un numero limitato di case di modeste dimensioni con una disposizione spontanea che segue l’andamento della valle, prevalentemente allineate lungo la strada che conduce a San Pietro di Sorres e a Thiesi.

Il paese
L’architettura civile del paese è rappresentata dall’edificio delle Scuole elementari (attualmente inutilizzato) e dal palazzo del Comune, che nel 2011 è stato arricchito con un importante dipinto, di grandi dimensioni (occupa l’intera parete di fondo dell’aula consiliare), che rappresenta “L’anima di Borutta”, fitto di interessanti allegorie e “citazioni”, opera del maestro Sergio Miali, docente dell’Accademia di Belle Arti di Sassari. Il valore del dipinto è esaltato da una cornice in legno dipinto, opera della pittrice Francesca Fadda. Oltre a questi edifici l’arredo urbano è costituito da una modesta fontana prefabbricata, installata di recente al centro di una piazzetta triangolare. All’uscita del paese, verso Bonnànaro, accanto ad una vecchia fontana in pessime condizioni (si possono vedere due mascheroni in marmo), in una piazzetta in via di ristrutturazione, il vano ascensore di un edificio pubblico è stato abbellito da un interessante murale con lo stemma del Comune di Borutta ed un’efficace allegoria che attinge ai miti e alle iconografie della preistoria sarda. Gli autori sono gli stessi pittori (guidati dal prof. Sergio Miali) che hanno dipinto il lungo murale Tintèris de Historia che da qualche anno abbellisce un muro di contenimento in cemento armato all’uscita del paese, lungo la strada per Thiesi, attirando l’attenzione e l’interesse dei turisti che transitano in auto. L’architettura religiosa, ben più ricca di quella civile, è rappresentata dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena, costruita nella seconda metà del Settecento (sul portone d’ingresso è incisa la data 1776). È situata nella parte alta del paese, che è anche la più antica, e vi si accede per una pregevole scalinata in pietra. L’interno ha pianta rettangolare, ad una sola navata che si apre in quattro profonde cappelle. Il campanile con l’orologio ha una semplice pianta quadrata. Un poco più a valle, a 150 metri di distanza dalla prima, si trova la chiesa di Santa Croce costruita tra l’XI e il XII secolo, ma più volte rimaneggiata nel corso del tempo. La chiesa ha dimensioni modeste ma conserva un’aggraziata abside romanica e qualche elemento architettonico gotico all’interno (un arco sostenuto da semicolonne tortili in stile gotico catalano), mentre in facciata si ammira un grazioso rosone circolare ed una croce, entrambi in pietra. L’edificio funse saltuariamente da chiesa cattedrale per gli ultimi vescovi di Sorres. Dal 1432 il vescovo Stefano Ardizzone possedeva una casa nella “villa” di Borutta, vicino all’oratorio di Santa Croce. All’interno della chiesa si conserva la grande statua di Cristo, con le braccia snodate per il rito della deposizione (s’iscravamentu).

Dalla grotta al borgo
Secondo il grande linguista Massimo Pittau il nome del paese «corrisponde all’appellativo grutta “grotta”, e deriva dalla grande grotta che si apre sotto la rupe di Ulári, sul fianco occidentale della collina di Monte Mura, dove attualmente si trova la basilica di San Pietro di Sorres. Sicuramente in quella grotta si praticava nel lontano passato il culto delle divinità infere e dei morti e tutta la collina aveva un carattere sacro, come è dimostrato sia dalla presenza dei resti di un nuraghe a qualche decina di metri dall’abside della basilica sia da numerose tombe rupestri o domus de janas scavate sulla parete della collina stessa». E ancora, sempre il Pittau «il villaggio compare numerose volte fra le parrocchie della diocesi di Sorres che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana con le forme di Gruta e Ruta e come Gurruta tra i villaggi che sottoscrissero la pace fra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona del 1388 ed ancora parecchie volte nel quattrocentesco Codice di Sorres come Borupta, Boruta,Buruta. Il villaggio infine è citato nella Chorographia Sardiniae di G.F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Boruttae»
.
Pastori e contadini
Vittorio Angius, a metà dell’Ottocento, scriveva di susini, peri, noci, peschi, melograni e cotogni, e la sua descrizione risulta ancora attualissima. Tutta l’economia del Comune di Borutta è legata all’agricoltura e alla pastorizia, che utilizza gli ottimi pascoli dell’altipiano.

Il Beato Goffredo e donna Ninetta
Tra i personaggi più importanti della storia del Comune di Borutta è necessario operare una scelta e mettere in evidenza le figure del Beato Goffredo da Melenduno, di donna Ninetta Bartoli e di Padre Bonifacio. Il Beato Goffredo da Melenduno fu, dal 1171 al 1178, il quarto vescovo di Sorres. Prima di essere nominato vescovo era monaco infermiere nel monastero cistercense di Clairvaux in Francia, il monastero di San Bernardo, in cui fu monaco fino alla morte anche Gonario II, giudice di Torres. Quasi certamente si riferiscono a lui il sarcofago con croce e pastorale e il piccolo monumento funebre che si trovano nella parete nord della Cattedrale, anche se alcune fonti ci dicono che Goffredo è sepolto in Francia. Innegabile rimane, comunque, l’influenza di Bernardo e del suo pensiero sull’opera dei monaci di San Pietro di Sorres. Donna Ninetta Bartoli nacque nel 1896 da una famiglia nobile locale. Ricevette l’educazione tradizionale delle ragazze benestanti e frequentò a Sassari (a contatto con un sacerdote eccezionale, padre Giovanni Battista Manzella, e con donna Laura Segni) il collegio delle Figlie di Maria dove si insegnavano, a quel tempo, soprattutto le arti femminili e una cultura sufficiente a non sfigurare in società. Tornata nel Comune di Borutta si occupò di assistenza e fondò la Casa di riposo. Il suo legame con la famiglia di Antonio Segni e il suo lavoro sociale ebbero come conseguenza naturale la sua candidatura nelle liste della Democrazia Cristiana. Alle elezioni comunali, su 371 votanti ebbe 332 preferenze e fu nominata sindaco da 13 consiglieri su 14 perché lei non si votò. Era il primo sindaco donna ad amministrare un comune italiano! In un decennio realizzò opere fondamentali: l’acquedotto con l’allaccio a tutte le case, il sistema fognario, la centrale elettrica e altre opere infrastrutturali e sociali. Fu promotrice del restauro della Cattedrale di San Pietro di Sorres e del ritorno dei Benedettini. Con la sua autorevolezza riuscì a imporre le sue scelte politico-programmatiche alla Provincia e alla Regione. Si dedicò totalmente al suo paese investendo anche i suoi beni personali per realizzare una casa di riposo, un esempio nel campo dell’assistenza per anziani, e una latteria sociale in un paese che viveva quasi esclusivamente di pastorizia. Donna Ninetta Bartoli morì il 30 novembre del 1978, all’età di 82 anni. «Decisionista e autoritaria, aveva una visione moderna della politica: realizzò un primo piano urbanistico, dotò il paese di numerosi servizi essenziali, forse per prima intuì che la valorizzazione di San Pietro di Sorres sarebbe stato un volano per lo sviluppo del paese» così Pier Paolo Arru, sindaco del Comune di Borutta fino al 2011. «Ha svolto la propria azione amministrativa con una grandissima rettitudine morale, in modo appassionato ma con estremo rigore intellettuale e con un’onestà adamantina, non esitando, all’occorrenza, a finanziare le opere con risorse proprie e con quelle della sua famiglia, tutte le volte in cui il finanziamento pubblico non era possibile» ha dichiarato l’attuale sindaco Silvano Arru. Padre Bonifacio (Lorenzo Salice) era nato a Provaglio in Val Sabbia nel 1916. Entrò nel seminario di Brescia a 11 anni e fu ordinato sacerdote a 23, nel 1939. Durante la guerra fu parroco di Odeno, dove ospitò e aiutò diversi partigiani. In un’intervista pubblicata il 25 aprile del 1979 dichiarò: «La mia collaborazione con i partigiani fu sentita come un dovere di umanità e fraternità cristiana. Il 7 febbraio del ’44 fui arrestato assieme a Emiliano Rinaldini. La morte di Emi, barbaramente trucidato davanti ai miei occhi, mi riconfermò nella necessità di continuare il mio appoggio ai partigiani». Questa dura esperienza fu uno dei motivi che lo spinsero ad abbracciare nel 1947 la vita monastica nel monastero di San Giovanni Evangelista di Parma. Seguendo la sua passione frequentò l’Istituto d’Arte di Parma e poi l’Accademia delle Belle Arti di Bologna dove ebbe come insegnante il grande pittore Giorgio Morandi. Arrivato a San Pietro di Sorres nel 1958, vi rimase fino alla morte, avvenuta il 29 maggio 2004, all’età di 88 anni. Nel monastero Padre Bonifacio ha espresso la sua fede attraverso la pittura. La sua sensibilità si manifestava attraverso i pennelli e i colori. Le sue opere diventavano dono per le famiglie del Comune di Borutta e dei paesi vicini.

Le feste, nel Comune di Borutta come negli altri paesi della Sardegna, scandiscono il calendario di comunità legate all’economia agro-pastorale, e conservano spesso tradizioni o frammenti di tradizioni che ci riportano al passato. Qui il ricordo dell’antica diocesi di Sorres riemerge e assume connotazioni nuove, quando la festa privata si affianca a quella pubblica. La patrona del paese è Santa Maria Maddalena, che viene festeggiata alla fine di luglio con una bellissima processione e manifestazioni musicali alla sera. La festa più importante e sentita è quella di San Pietro, che si festeggia il 29 giugno con una processione che partendo dal centro abitato del Comune di Borutta porta la statua del Santo Apostolo alla cattedrale sul colle di Sorres. Nel passato, la festa cominciava con una processione a cui partecipavano tutti i sacerdoti delle parrocchie dell’antica diocesi. Il culto dell’apostolo Pietro tocca anche i paesi del circondario. Anche la chiesa parrocchiale di Torralba e dedicata a San Pietro Apostolo, così come lo era, in passato, la parrocchiale di Bonnànaro, situata nella parte alta del paese, nella zona della fonte storica. Di questa chiesa non rimangono che pochi indizi. L’usanza di riunire tutte le parrocchie dell’antica diocesi è stata “trasferita” alla Festa de su brou, che si colloca nell’ottava del Corpus Domini; la festa ha un’origine molto antica. In quest’occasione tutte le croci delle parrocchie e i gonfaloni dei Comuni si incontrano per convergere verso l’antica cattedrale. La manifestazione culmina in un pranzo sociale a base di brodo e bollito di vitello. Nel passato sono documentate molte liti, anche violente, tra i “sagrestani” che portavano le croci, per conquistare il diritto di entrare per primi in chiesa e di accedere per primi al gustoso banchetto. Tra le feste “laiche” ogni estate, intorno alla metà di luglio si organizza la Festa delle zucchine. In questa occasione si svolge un concorso per il miglior piatto a base di zucchine (colcorìja) e si offre ai visitatori una gustosa cena vegetariana. Si registra sempre una grande affluenza di visitatori dai paesi vicini, per un incontro socio-culturalculinario di grande valore, accompagnato da musiche e canti popolari. Ancora una volta la sapienza di coloro che cucinano viene messa a disposizione di tutti e sottoposta al giudizio degli esperti. Da alcuni anni, per iniziativa dell’Amministrazione del Comune di Borutta, si organizza verso la fine di agosto un interessante evento culturale tra natura e storia: un appuntamento storico- rievocativo chiamato La Bastida di Sorres. In occasione dell’evento viene allestita una fiera medievale con le botteghe artigiane, la vestizione di un cavaliere e la rievocazione della battaglia di Aidu de turdu del 1347. Nel corso della giornata sono previste visite guidate alle bellezze del territorio del Comune di Borutta, e in particolare alla Grotta Ulari, con interventi di specialisti che svelano agli ospiti la vita dei pipistrelli che in grandi comunità abitano i segreti recessi della grotta. Un posto di rilievo nella manifestazione è, ovviamente, occupato dalla visita alla cattedrale e al monastero.

Il costume tradizionale
Tutti i costumi del Meilogu si assomigliano. Così quelli del Comune di Borutta ricordano molto da vicino quelli di Bonnànaro e di Torralba che si trovano nel raggio di un chilometro dal paese. Anche qui ritornano le gonne di orbace finemente plissettate (rossa per la sposa e nera per la vedova), oltre a corsetti finemente ricamati, camicie e grembiuli. Il costume maschile è più sobrio, tutto giocato sul bianco e sul nero.

L’intero ricettario della cucina boruttese si basa sulla bontà delle materie prime e sulla sapienza della loro preparazione: un esempio caratteristico sono i prodotti dell’orto, in un territorio ricco di acqua, con proprietà molto frazionate che vengono valorizzate con le culture intensive. Un esempio significativo è dato dalla già citata Festa delle zucchine. Tra i primi è necessario ricordare gli gnocchetti (ciccioneddos), che sono probabilmente il primo piatto più diffuso della Sardegna, come è anche testimoniato dai numerosi nomi dialettali. Si possono trovare già fatti, piccoli o piccolissimi, più o meno lunghi e più o meno arrotondati, ma nel passato venivano preparati, per la festa, in ogni casa. Anche i ravioli di ricotta sono sempre stati un primo da preparare in casa e consumare in occasioni speciali come le festività più importanti. Anche in questo caso il condimento più comune è costituito da sughi a base di carne di maiale o di pecora. Tra i secondi piatti hanno un posto di rilievo il maialetto e l’agnello, preparati allo spiedo o al forno: peculiarità sarda è la giovane età dell’animale macellato, con una carne tenerissima e saporita. L’Unione Europea ha concesso all’agnello sardo l’Indicazione Geografica Protetta (IGP). Un altro piatto tipico del Comune di Borutta è la pecora bollita, che trova origine nella necessità di consumare gli animali che avevano finito il loro ciclo produttivo: viene preparato facendo bollire la carne in un pentolone con verdure come cipolle, patate, carote, pomodori, ecc. La preparazione produce anche un eccellente brodo che viene usato per cuocere gli gnocchetti che saranno successivamente conditi con abbondante pecorino. Con le prime piogge estive è tradizione gustare le lumache, cucinate col sugo di pomodoro o semplicemente bollite e soffritte con aglio e prezzemolo. Tra le tante prelibatezze della gastronomia non vanno dimenticati i formaggi, mangiati sia freschi che stagionati e utilizzati anche per la preparazione delle gustose formaggelle (casadinas).

Il territorio assegnato al Comune di Borutta è ristretto. Quindi i sui abitanti devono passare in altre giurisdizioni e prender in affitto delle terre, in cui possano esercitar l’agricoltura. Questi lavori si fanno con 40 gioghi che solcano per starelli di grano 300, d’orzo 150, di fave altrettanto, di lino 100, di granone 5. I vini di Borutta sono bianchi, e di qualche bontà: qualche volta vendesi vino ai toralbesi, più spesso però se ne compra dai tiesini. Una piccola frazione di Pelao si computa alla giurisdizione di questo comune. Il bestiame si riduce alla sola specie pecorina distribuita in cinque branchi di 350 capi cadauno. Le pernici, i merli, i colombacci sono in molto numero e in grandi stormi (Vittorio Angius, voce “Borutta”, Dizionario storicogeografico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna di Goffredo Casalis, Torino 1833-1856). Ben a ragione Lamarmora affermò che, tra tutte le chiese dell’isola innalzate nel medio evo, quella di Sorres è la più notevole. L’esterno e l’interno di quell’edifizio sono quanto di più puro, di più elegante e di più maestoso si possa desiderare in fatto di stile romanico, o lombardo pisano. Non saprei davvero indicare quale altro antico monumento sardo possa superare, o stare a paro della chiesa di Borutta per purezza e sobrietà di architettura, per l’armonia dell’insieme, per l’equilibrio delle parti, per l’accuratezza delle decorazioni a mosaico, eseguite con pietre bianche e nere... (Nel 1606) lo storico Vico si unì all’arcivescovo di Sassari Don Andrea Bacalar per visitarla; (l’arcivescovo) volle destinare alcune rendite per la sua restaurazione, ma lo stesso Vico nel 1638 lamenta lo stato rovinoso della chiesa da lui chiamata «una de las mas hermosas, no solo en toda Sardinia, pero aun en otras partes fuera de ella». Il padre Napoli nel 1814 asseriva che la chiesa di san Pietro trovavasi in buono stato. Certo è che vent’anni dopo la chiesa era in completo abbandono, poiché Valery (che per due volte l’aveva visitata nel 1835) scrive di averla trovata «orribilmente decaduta». Aggiunge anzi che a metà della facciata vedevasi un grossissimo arbusto. Non basta: egli dice di aver veduto entro quell’edificio una vecchia ammalata che filava tranquillamente, ed un branco di pecore belanti, colà raccolte da un pastore che vi si era ricoverato. La chiesa venne restaurata nel 1859 a spese dell’arcivescovo Varesini, (dopo che Lamarmora, nello stesso anno) aveva deplorato la rovina del prezioso edifizio. Finalmente nel 1895, per incarico dell’Ufficio regionale, il pregevole monumento venne restaurato con tutta cura e coscienza... La grande ancona a riparti dell’altare maggiore fu tolta e scomposta dall’Ufficio Regionale, e le diverse tavole vennero collocate qua e là, lungo le pareti delle due navate laterali. Queste pitture furono ritoccate o rinnovate intieramente da una mano inesperta. I ritocchi vennero eseguiti verso l’anno 1825: dietro uno dei dipinti fu rinvenuto il nome del “ritoccatore”, un certo Porcu (Enrico Costa, da alcune pagine dedicate alla cattedrale di San Pietro di Sorres, visitata nel mese di luglio 1899). O Dio, nostro Padre, tuoi sono il cielo e la terra con tutte le meraviglie che hanno ispirato i grandi artisti alla poesia, alla musica, alla pittura. Illumina la mia sensibilità, rafforza la mia tecnica, perché la mia ricerca nello splendore della tua bellezza dia lode a te, sommo Ordinatore dei colori-luce e dell’armonia delle forme. Dammi aiuto, Padre Onnipotente, perché i miei quadri siano di benedizione e gioia nelle case (Preghiera del pittore Bonifacio).

I sentieri delle neviere
Un itinerario naturalistico di grande interesse è quello che può fare capo all’altipiano basaltico di Monte Pélau. Si prende la strada asfaltata a destra del murale Tinteris de Historia, e dopo alcuni ripidi tornanti percorribili in auto si arriva sul vasto altipiano il cui territorio è diviso tra i comuni di Thiesi, Bessude, Sìligo, Bonnànaro e, naturalmente, Borutta. Siamo ad un’altitudine media di 630 metri s.l.m. Molto suggestiva è una passeggiata lungo il ciglio dell’altipiano per osservare dall’alto i paesi del circondario, e per avere una visione d’insieme, guardando verso est, della “valle dei vulcani”, definita dal Lamarmora l’Auvergne Sarda per la presenza di numerosi coni vulcanici e presso Giave del neck o collo vulcanico (un condotto vulcanico riemerso grazie all’azione dell’erosione). L’altipiano di Pélau è un tavolato basaltico di grande interesse geologico, che una volta era unito a quello che sovrasta il Monte Sant’Elia, entrambi generati dall’eruzione del vulcano di Monte Mannu (attualmente alto 730 metri). Nelle vicinanze dell’antico cratere è possibile osservare diverse caldère, le ampie depressioni che si formano in un edificio vulcanico dopo una massiccia eruzione. L’altipiano, una volta almeno parzialmente coltivato, è ora adibito completamente a pascolo e conserva moltissimi segni della presenza umana a partire almeno dal secondo millennio a.C. I monumenti più antichi e importanti si trovano, in territorio di Sìligo, a Monte Sant’Antonio, la propaggine settentrionale del Pélau. Da ricordare la presenza di un piccolo centro abitato (citato dall’Angius), in tempi in cui gli spostamenti erano meno agevoli di quanto non siano oggi. Di grande interesse sono, a questo proposito, le numerose mulattiere (spesso non più agibili), che dai paesi intorno conducono sul grande altipiano: da Bonnànaro, Borutta, Thiesi, Bessude e Sìligo si inerpicavano lungo i pendii del monte ed erano percorse da carbonai, commercianti, pellegrini, pastori e contadini. Un’opera interessante delle amministrazioni locali potrebbe essere il recupero di questa antica rete viaria da mettere a disposizione dei numerosi amanti del trekking e dell’escursionismo equestre. Recentemente Corrado Conca, che si occupa di escursioni geo-naturalistiche, ha pubblicato un interessante libro con la descrizione di numerosi itinerari per conoscere, tra gli altri, il Monte Pélau (I sentieri dei vulcani, 2012). A tempi più recenti (XVII-XVIII sec.) risalgono gli edifici interrati, costruiti per conservare fino all’estate la neve compressa che veniva poi venduta nelle feste di paese come carapigna, una sorta di primitiva granita insaporita con il succo del limone. Questi edifici sono chiamati nella lingua sarda nieras “neviere”. La più grande si trova vicino al punto più alto di Monte Mannu, a circa 730 metri di altitudine, ma erano presenti anche in altri punti dell’altipiano: una parete rocciosa che domina Bonnànaro si chiama appunto Sa rocca ’e sa niera.

Dalla Grotta Ulari all’antica Basilica
Il percorso più importante per una visita storico-artistica del territorio del Comune di Borutta è quello che, partendo dalla chiesa parrocchiale, scende verso l’oratorio di Santa Croce e passa accanto ai murales allegorici e alla fontana pubblica, di cui abbiamo già parlato. All’uscita del paese si prende l’antica strada per Bonnànaro, a destra della Provinciale, e, attraversato il Rio Frida, ci si dirige, risalendo il pendio, verso la Grotta Ulàri (o Rocca Ulàri), che merita una visita per la sua importanza naturalistica e storica. La grotta ha due ingressi: uno molto ampio, 10 metri di altezza per 4 di larghezza, l’altro molto più ristretto, una sorta di sifone. Al suo interno, il cui sviluppo totale è di 350 metri, vivono numerose colonie di pipistrelli che si concentrano in un nicchia dell’ultima sala (chiamata nursery): per secoli esse hanno fornito abbondante guano per la concimazione dei campi. Un interesse naturalistico particolare è dato dal fatto che, all’interno della grotta vivono ben 6 specie diverse (3 rinolofidi e 3 vespertilionidi) che si riuniscono nel periodo estivo per partorire. Per questa ragione l’ingresso è parzialmente chiuso, in modo da scoraggiare i visitatori che potrebbero disturbare i piccoli mammiferi con le ali. La grotta, per il suo grande valore naturalistico, sta per ricevere un grande riconoscimento da parte delle autorità competenti: sarà dichiarata S.I.C., Sito di Interesse Comunitario. La cavità è stata abitata, fin da tempi remotissimi, dagli uomini del tardo Neolitico. I reperti più numerosi e significativi sono ascrivibili alla “Cultura di San Michele”, ma durante gli scavi sono venuti alla luce anche cocci di terracotta databili al Neolitico medio, ovvero alla “Cultura di Bonuighinu”. Numerosi altri reperti (di epoca nuragica, punica, romana, medievale) ci dicono che la frequentazione della grotta è durata almeno 5000 anni. Risalendo ancora verso la cima del colle di Sorres si passa accanto ai resti di una necropoli tardoneolitica a domus de janas, studiata e pubblicata dall’archeologo Pier Paolo Soro, da mettere in relazione con la più antica funzione abitativa della Grotta Ulari. Arrivati sulla cima del colle è interessante visitare le rovine del nuraghe San Pietro, trilobato, costruito in blocchi di calcare. Sopravvivono solo due o tre filari di pietre, le altre sono state usate per la costruzione della chiesa, ma la pianta è perfettamente leggibile. Dal nuraghe, per tutta l’Età del Bronzo, si poteva controllare un vastissimo territorio che comprendeva tutte le pendici orientali di Pélau, il valico che lo separa da Monte Santo, tutta la pianura di Mores e, ancora oltre, la valle dei nuraghi fino alle pendici del Marghine. A 50 metri dal nuraghe si trova la cattedrale di San Pietro di Sorres, forse la più bella delle cattedrali romaniche della Sardegna. Sorge a un’altitudine di 570 metri s.l.m. Sorse come conseguenza della riforma della Chiesa voluta dal papa benedettino Gregorio VII. Sede vescovile fin dai primi anni del XII secolo, fu consacrata nel 1107. Il territorio dell’antica diocesi comprendeva anche Monte Santo di Sìligo che nel 1065 ospitò il primo insediamento in Sardegna di Benedettini inviati da Montecassino. Enrico Costa dice che forse il primo vescovo fu Alberto. In vita nel 1113, a lui tennero dietro 22 successori, l’ultimo dei quali fu Giovanni del Podio, consacrato nel 1462 e morto a Sassari nel 1505. Il più importante fu senz’altro il Beato Goffredo da Melenduno che resse la diocesi dal 1171 al 1178. Come altri monaci vescovi proveniva da Chiaravalle (Clairvaux), il famoso monastero di San Bernardo dove morì Gonario di Torres, il giudice che si era fatto monaco dopo aver abdicato. La diocesi di Sorres fu soppressa e unita all’arcivescovado turritano con la bolla di Giulio II del 1503. Dal 1894 fu dichiarata monumento nazionale, e fino al 1955 era sotto la custodia dell’Amministrazione del Comune di Borutta. Nel 1955 fu riaperta al culto dopo un lungo restauro. Sui ruderi dell’antica canonica si è impiantato un monastero benedettino la cui «pretenziosa fabbrica non giova alla poesia del luogo, introducendo falsi elementi medievali in un contesto che sino alla fine del secolo scorso si conservava inalterato, com’è possibile constatare dal confronto con documenti fotografici d’archivio» (Renata Serra, Italia romanica: la Sardegna, 1989). Oggi si tende a pensare che l’edificazione della chiesa attuale, costruita sopra una struttura più antica, ebbe inizio nel 1170 e fu terminata intorno al 1200, ma si tratta di una ricostruzione radicale per rimediare a una qualche rovina o per un adeguamento a nuovi modelli toscani, o per altre cause che ci sfuggono. La Cattedrale è costruita in stile romanico- pisano, orientata con l’abside ad est e la facciata ad ovest, ha un’aula rettangolare senza transetto e perimetro rettangolare con abside semicircolare. La facciata, che ci mostra subito che la chiesa è formata da una navata centrale e da due navatelle laterali, è divisa in quattro parti. Partendo dal basso, la prima ha cinque archi con lunette ornate. L’ingresso ha per stipiti due grandi monoliti di basalto sormontati da un solido architrave, al di sopra una croce in calcare bianco e la lunetta di conci alternati di calcare e basalto. In uno dei gradini è incisa la scritta MARIANE MAISTRO. A sinistra dell’ingresso, su un blocco di calcare è incisa la croce di Malta inscritta in un cerchio. I due archi ai lati dell’ingresso hanno le lunette decorate da due rombi con cornice nera e la parte interna bianca con preziose tarsie nere. Gli altri due archi hanno la lunetta arricchita da due elementi decorativi circolari, anch’essi ornati da tarsie nere. La seconda parte è decorata da sette archi, con finte logge, che poggiano su quattro colonne e quattro semi-pilastri: nell’arco centrale si apre un’elegante bifora che denuncia influssi orientali nella forma degli archetti a ferro di cavallo. Gli archi laterali hanno la lunetta decorata con quattro elementi romboidali e due circolari. La terza parte è formata da tre archi decorati con tre elementi romboidali e corrisponde alla navata centrale. Al centro si apre una finestra circolare. La quarta parte, al di sopra dei tre archi, è uno spazio pentagonale fatto con filari alternati di blocchi bianchi e neri; al centro del timpano una croce bianca, mentre il culmine tra i due spioventi è sormontato da una croce in pietra. I tre “oculi” rotondi della facciata formano un triangolo rettangolo-isoscele. Da un’osservazione attenta della facciata appare evidente l’atteggiamento aperto e spregiudicato del maestro (MARIANE MAISTRO?), che gli ha permesso di mettere insieme elementi di estrazione diversa e non solo pisana, ma anche lucchese e pistoiese. La facciata è stata parzialmente modificata dal restauro del 1895 e, a detta degli esperti, sulla base delle foto d’archivio, in quest’occasione è stata aggiunta la croce in alto sotto il timpano. Le pareti laterali e l’abside (nella quale si aprono tre monofore, una centrale, nell’abside vera e propria, e altre due ai lati) sono decorati, all’esterno, da eleganti archetti pensili e mensole, spesso con una grande varietà di intarsi neri. L’abside, all’esterno, è particolarmente aggraziata: a parte occasionali listature nere, è costruita con blocchi di arenaria dorata; in alto è impreziosita dallo slancio architettonico della loggetta cieca sotto il timpano, formata da due pilastrini e da quattro colonnine a sostegno dei cinque archi; al centro si trova la croce a intarsio, esattamente come nella facciata. Nei lati nord e sud, come nell’abside, le finestrelle hanno le strombature caratteristiche dell’architettura romanica. Nel lato sud si aprono due porte con archi di scarico: una è l’ingresso della chiesa, l’altra conduce alla sacrestia. Su entrambi i muri laterali si notano parti con strutture murarie di fattura più antica, e questo ci conferma l’ipotesi che la chiesa attuale sia stata costruita su una struttura preesistente, probabilmente una chiesa più piccola. L’interno ha pianta a tre navate separate da due file di pilastri cruciformi e coperte con volte a crociera realizzate con pietra vulcanica nera. Risulta voltato a crociera in ogni campata con uno slancio insolitamente cupoliforme, che trasforma quasi la crociera in una vela; le sole maestranze capaci di realizzare simili volte sembrerebbero quelle francesi: l’ipotesi della presenza di maestranze borgognone è confermata dalla totale zebratura del paramento interno, sconosciuta in ambito toscano. Il presbiterio è molto sopraelevato rispetto ai fedeli e mette in particolare evidenza la cattedra del vescovo in una nicchia al centro dell’abside. Il pulpito (o ambone, il luogo della parola) è edificato in stile gotico, successivo alla costruzione della chiesa: è appoggiato al terzo pilastro cruciforme di destra e funge da tramite tra il presbiterio e i fedeli ed è particolarmente ricco di simbologie. In fondo alla chiesa, addossati alla parete nord, si notano un sarcofago con croce e pastorale, e un piccolo monumento funebre, probabilmente del Beato Goffredo da Melenduno. Dopo il ritorno dei benedettini nel 1950, fu restaurata ed esposta al pubblico la statua di legno dorato del XV secolo della Madonna col Bambino, conosciuta come la Madonna delle Grazie Rgina del Meilogu. Le piccole aperture nella facciata, nelle pareti laterali e nell’abside, grazie all’orientamento est-ovest della chiesa, garantiscono per tutta la giornata lo stesso grado di luminosità: una penombra particolarmente adatta alla meditazione e alla preghiera. Anche a San Pietro è possibile verificare di persona la sapienza degli antichi costruttori che riuscivano a fare dell’edifico architettonico una “cassa acustica” di straordinaria efficacia, particolarmente adatta ai concerti d’organo e alle corali. Negli anni ’50, sotto la direzione del Padre Lanzani, fu restaurato e ricostruito il monastero originario di cui era rimasto ben poco. Ampliato, fece perdere al complesso architettonico la sua armonia col contesto paesaggistico. Da una porta vicina all’altare si può passare nella sacrestia formata da due ambienti con volta a ogiva. Dalla sacrestia si passa alla sala capitolare, in gran parte ricostruita sotto la direzione del monaco architetto. Attualmente ospita una Via crucis di 15 litografie del pittore Aligi Sassu. Appare evidente che la sacrestia è stata aggiunta dopo la costruzione della chiesa: infatti una delle monofore risulta interamente coperta all’esterno dal muro della sacrestia stessa. Dal 1970 è in funzione un attrezzato laboratorio di restauro del libro attualmente diretto da don Gregorio Martin. Negli anni è diventato sempre di più un punto di riferimento per enti ecclesiastici, archivi e biblioteche della Sardegna, oltre che per i più importanti collezionisti privati che si fidano della professionalità del laboratorio e vengono al monastero anche dal resto d’Italia. Nel piano su cui sorgeva l’antica Sorres, è possibile osservare numerosi furraghes (in italiano le calcàre), cioè i forni per la calce, utilizzata fin dal tempo dei Romani come legante nelle costruzioni e come intonaco. Si tratta di strutture cilindriche realizzate avendo cura di usare per l’interno pietre di basalto, più resistenti alle alte temperature. Su un lato della torre veniva fatta, all’altezza del suolo, un’apertura paragonabile all’entrata di un forno. La sommità del cilindro veniva lasciata aperta. Il procedimento per ottenere calce dalle pietre calcaree era molto complesso: si riempiva l’interno con una gran quantità di pietre di calcare che, pare, potessero essere coperte da uno strato di malta con dei fori per lo sfiato del fumo. Si accendeva poi il fuoco che doveva essere continuamente alimentato per 4 o 5 giorni mantenendo una temperatura costante intorno agli 800 gradi. Dopo lo spegnimento del fuoco e il raffreddamento si era ottenuta la calce viva, che dopo essere stata unita all’acqua diventava calce spenta pronta all’uso. All’interno del monastero benedettino di San Pietro, è stato di recente allestito il Museo della Cattedrale di San Pietro di Sorres. L’esposizione permanente, istituita nei locali della foresteria del monastero (“Ex casa del Pellegrino”), conserva diversi reperti archeologici che testimoniano la presenza dell’uomo nel sito di Sorres e nel territorio del Comune di Borutta a partire dal Neolitico medio. I materiali sono organizzati in percorsi espositivi che consentono di toccare tematiche diverse legate, ad esempio, alla storia dell’evangelizzazione in Sardegna, alla storia altomedievale riferita al periodo di dominio vandalico e bizantino, alla storia della Diocesi di Sorres in periodo giudicale, aragonese e spagnolo. Una sezione è dedicata alla storia e agli aspetti architettonici della cattedrale così come alla presenza dei monaci che vivono in questo luogo dal 1955. Di particolare interesse la sezione numismatica.

Il paese è collegato per mezzo di autobus di linea con Sassari e con gli altri centri del Meilogu.

RIFERIMENTI PER IL VISITATORE
Associazione turistica Proloco Borutta Via della Libertà - Tel. e fax 079 276637/339 4450983 - prolocoborutta@libero.it
Punto di informazioni turistiche Comune di Borutta - Tel. 079 824025 - fax 079 824164
Associazione sportiva dilettantistica culturale ricreativa “Sorres” (A.S.D.C.R. Sorres) Via Santa Maria Maddalena 1 - asdcr.sorres@tiscali.it
Cooperativa Sardegna 2000, servizi turistici Via Pelau 2, sede operativa a San Pietro di Sorres - Tel. 334 8537751/339 3312355 - www.sardegna2000.135.it

Ospitalità
Monastero Benedettino San Pietro di Sorres Tel. 079 824001
Bar Sorres di Falchi Gianni e Francesco Corso Trieste
Circolo Endas “Il Gambero” Corso Trieste 45, Tel. 339 7265446

Artisti e artigiani
Elena Sai, lavorazione ceramiche artistiche Corso Trieste 41 - Tel. 328 4518867
Fratelli Demartis di Gesuino e Francesco, lavorazione e commercio pelli grezze Località S’Acchìle Ezzu - Tel. 079 824044
Demartis Pietro, lavorazione pelli grezze Località S’Acchìle Ezzu - Tel. 079 824038
Arru Luciano, impianti Via Enrico Toti 12 - Tel. 339 7516983
Janas di Ventriglia Mirko, consulenza marketing Via Silvio Pellico 15 - Tel. 079 824124

Prodotti alimentari
Manca Marina Alimentari Corso Trieste, Tel. 079 824017
Pierco, lavorazione e commercio di piedini di agnello Via Italia 17 - Tel. 079 824153

SERVIZI DI PUBBLICA UTILITÀ
Municipio Via della Libertà 11 - Tel. 079 824025 - fax 079 824164
Polizia municipale Via della Liberta 11 - Tel. 079 824025
Guardia medica Thiesi Tel. 079 889177
Poste Italiane Via della Libertà 1 - Tel. 079 824161
Monastero Benedettino di San Pietro di Sorres Tel. 079 824001/824019

Musei e centri culturali
Museo della Cattedrale di San Pietro di Sorres Località San Pietro di Sorres - Tel. 079 824025/334 3513591 - fax 079 824164 - museo@comune.borutta.ss.it - infomuseo@comune.borutta.ss.it
Biblioteca comunale Tel. 079 8250009 - biblioteca@comune.borutta.ss.it

La processione di San Pietro alla cattedrale di Sorres.


San Pietro
: (si tiene in giugno il 29/06)
In onore del santo si svolge una processione che partendo da Borutta porta la statua di San Pietro sino alla cattedrale sul colle di Sorres.

 

Santa Maria Maddalena: (si tiene in luglio)
alla fine di Luglio viene festeggiata la patrona del paese con una bellissima processione e delle manifestazioni musicali durante la sera.

 

Festa delle zucchine: (si tiene in luglio)
Intorno alla metà di luglio si organizza questa manifestazione durante la quale si svolge un concorso per il miglior piatto a base di zucchine e si offre ai visitatori una gustosa cena vegetariana.

Bastida di Sorres: (si tiene in agosto)

Da alcuni anni, per iniziativa dell’Amministrazione comunale, si organizza verso la fine di agosto, un interessante evento culturale tra natura e storia, in occasione del quale viene allestita una fiera medioevale con botteghe artigiane, la vestizione di un cavaliere e la rievocazione della battaglia di Aidu de turdu del 1347
Panoramica del centro abitato.
Panoramica del centro abitato.
L’ingresso della Grotta Ulari.
L’ingresso della Grotta Ulari.
Murale.
Murale.
La chiesa parrocchiale.
La chiesa parrocchiale.
La chiesa di Santa Croce.
La chiesa di Santa Croce.
Il colle di Sorres.
Il colle di Sorres.
La processione di San Pietro alla cattedrale di Sorres.
La processione di San Pietro alla cattedrale di Sorres.
Il parco urbano.
Il parco urbano.
Altipiano di Monte Pélau.
Altipiano di Monte Pélau.
La Grotta Ulari.
La Grotta Ulari.
Nuraghe San Pietro.
Nuraghe San Pietro.
La cattedrale di San Pietro di Sorres.
La cattedrale di San Pietro di Sorres.
Reperti conservati nel Museo della Cattedrale.
Reperti conservati nel Museo
della Cattedrale.



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