Bonorva

Comune in fase attivazione
Provincia di Sassari
Regione storica di Meilogu

CAP: 07012
Prefisso Telefono: 079

Azienda A.S.L. 1 di Sassari
Distretto sanitario di Alghero

Superficie territoriale 149,55 kmq
Altitudine 508 m

Abitanti al:
1951:7560
1961:6669
1971:5479
1981:4913
1991:4632
2001:4095
2005:3728
2010:3728
2011:3728


Unione dei comuni del Meilogu
Banari, Bessude, Bonnanaro, Bonorva, Borutta, Cheremule, Cossoine, Giave, Pozzomaggiore, Semestene, Siligo, Thiesi, Torralba
Scopri i 377 comuni della Sardegna

Territorio
Il Comune di Bonorva è un centro della provincia di Sassari. È situato a mezza costa, sovrastato dal versante settentrionale dell’altipiano di Campeda, localmente denominato SuMonte; ai suoi piedi si trova l’ampia e fertile piana di Santa Lucia che, allargandosi verso Giave e Torralba, è chiamata Valle dei Nuraghi. Il territorio del Comune di Bonorva, che si estende per 149,55 kmq, costituiva il distretto storico, o curatoria, di Costaval, nel Logudoro.

Un fitto insediamento
Favorevoli fattori strategici ed ambientali hanno consentito, sin dalla preistoria, la formazione in questa regione di numerosi insediamenti umani succedutisi poi nei secoli e attestati dalla grande quantità di monumenti giunti fino a noi. Ci limitiamo a pochi riferimenti essenziali. Il Neolitico (IV e III millennio a.C.) è testimoniato dalle domus de janas di Sant’Andrea Priu, Mariani, Sa Pala Larga, Monte Donna, Abialzu, Zuffinu, mentre ad età successiva sono da riferire i recinti megalitici localmente chiamati murasdi Baddadolzu, Sos Avanzale, Mura Cariasa, Muru Russu. La civiltà nuragica (1700-535 a.C. circa) è documentata dagli oltre cinquanta nuraghi, molti dei quali sono visitabili e in buono stato di conservazione, distribuiti in tutto il territorio del Comune di Bonorva: Sa Sea, Tres Nuraghes, Poltolu, Tinnuras, S’ispinalva, Oltovolo, Puttos de ’Inza, Monte Airadu e Monte Donna. Sempre da riferire all’epoca nuragica sono le fonti di Su Lumarzu e di Funtana Sansa e le tombe di giganti di Giolve, Mela Abrina, Su Baratteddu, Su Crastu Covaccadu, Morette, Salamestene e quelle di Coronas recentemente scavate. La frequentazione del territorio dell'odierno Comune di Bonorva in epoca punica e in quella romana (535 a.C-476 d.C.) è provata principalmente dalla fortezza di San Simeone, dai cippi funerari delle necropoli, dai resti di edifici a Rebeccu e dai numerosi miliari – oltre quaranta – rinvenuti lungo l’antica strada romana Karalis-Olbia, che attraversava la piana di Santa Lucia e conservati presso il Museo Archeologico di Bonorva.

Nel Medioevo. I villaggi scomparsi
Le fonti scritte di età medioevale attestano che i principali villaggi erano Trechiddo, Priu, Santa Maria Cunzadu, Bonorva e Rebeccu. I documenti citano anche altre sedi, oggi di difficile localizzazione. Questi villaggi, insieme a Semestene, costituivano la curatoria di Costaval, che aveva per capoluogo Rebeccu. È utile ricordare che si trattava di minuscoli villaggi, costituiti da dieci, venti famiglie radunate attorno a una piccola chiesa. Da una carta d’archivio sappiamo che il centro originario di Bonorva era situato presso la chiesa di San Giovanni. Il documento citato riporta: “anno ab incarnassione domini nostri jesu cristi 1174 su cardinale de primis de italia […] consagrait sa ecclesia de santu joanne de bonorva. A mandare da Roma l’ignoto cardinale per consacrare nel 1174 la chiesa di San Giovanni fu il papa Alessandro III. La continuità della presenza umana nel XIV secolo è attestata anche per la necropoli di Sant’Andrea Priu. Una delle domus, che già nell’alto medioevo venne adibita a chiesa, subì degli adattamenti, fu affrescata e riconsacrata. Una pergamena, rinvenuta nel 1775 in un vasetto di rame posto sotto l’altare, riporta che nel luglio 1313 fu il vescovo di Sorres, Guantino di Farfàra, a consacrare la nuova chiesa. A partire da questa data non abbiamo altre notizie su Priu. Verosimilmente venne spopolato prima del 1388 perché il suo nome non compare fra i villaggi che aderirono alla pace firmata in quell’anno tra il re Giovanni I d’Aragona e la giudicessa Eleonora d’Arborea. I ragguagli su Trechiddo sono piuttosto scarni, sebbene il villaggio venga citato numerose volte nelle fonti medioevali e soprattutto nel condaghe di San Pietro di Sorres del XV secolo. Sappiamo che aveva quattro chiese, tutte scomparse: Sant’Elena, Santa Maria, San Quirico e San Matteo che era la parrocchiale. A Cunzadu, nella vallata che si apre sotto il bivio di Cadreas, si trovava un altro centro demico aggregatosi intorno alla chiesa di Santa Maria. Possediamo i nomi di alcuni parroci che ressero la parrocchia del villaggio verso la metà del 1300. Dell’antica chiesa romanica è rimasta l’abside e qualche brandello di muro.

Con i Giudici e i Doria
Dopo la scomparsa del Giudicato di Torres, la curatoria di Costaval passò a Ugone II d’Arborea che nel 1328 l’otteneva in feudo dal re d’Aragona Alfonso il Benigno.
Negli anni successivi il territorio dell'odieno Comune di Bonorva fu teatro di importanti fatti bellici che, unitamente a carestie e pestilenze, portarono profonde modificazioni nella curatoria. Nel 1347 ad Aidu de Turdu, presso Ponte Molinu, si combatté la sanguinosa battaglia che vide i Doria prevalere sui Catalano-aragonesi. Nel 1353 iniziava la guerra che contrappose per lungo tempo il Giudicato d’Arborea ai Catalanoaragonesi. Questi ultimi, nel corso di una rappresaglia, invadevano ed incendiavano i villaggi di Rebeccu e di Bonorva, passando a fil di spada uomini, donne e bambini.
“I soldati – scriveva il giudice Mariano IV d’Arborea – uccisero molte persone grandi e piccole di entrambi i sessi, ed estrassero dalle visceri i feti delle donne gravide”. L’episodio costrinse Mariano a trasferire i superstiti di Rebeccu e Bonorva nell’altopiano di Su Monte presso la chiesa di San Simeone “noviter edificata in quodam monte posito iuxta villam destructam de Bonorbo”, riportava il giudice. Il nuovo villaggio però veniva abbandonato prima del 1388, sempre a causa del conflitto in atto. Gli abitanti si trasferirono più a valle, a Bonorva, presso la chiesa di Santa Vittoria dove esisteva, secondo la tradizione orale, il monastero di un ordine religioso di lontane origini bizantine. Ancora oggi gli abitanti del Comune di Bonorva (bonorvesi) indicano il rione con il nome di muristene, corruzione di monastero. Insieme a Bonorva risorgeva anche Rebeccu e si riprendeva il ruolo di capoluogo della curatoria. Qui, nella chiesa di Santa Maria, dal 1750 intitolata a Santa Giulia, si radunarono nel gennaio 1388, i rappresentanti delle ville del Costaval che avrebbero dovuto sottoscrivere la pace fra il re Giovanni d’Aragona ed Eleonora d’Arborea. In base al numero dei rappresentanti di ciascun villaggio possiamo stabilire che Rebeccu aveva 400 abitanti, Trechiddo 280, Bonorva 200; ma mentre quest’ultima conobbe un graduale incremento demografico, gli altri due villaggi andarono incontro ad un lento ed inesorabile declino. La lunga guerra tra il Giudicato di Arborea e l’Aragona si trascinò, pur con brevi periodi di tregua, fino al 1410, anno che in pratica segnò la definitiva capitolazione dei sardi.

Sotto la Spagna
Coi nuovi dominatori la Sardegna venne divisa in feudi che furono assegnati a quanti, militarmente e finanziariamente, ne avevano sostenuto la conquista. Nel 1421 il Costaval veniva concesso in feudo a Bernardo Centelles. Successivamente passava a Leonardo Alagon, poi a Enrico Henriquez, zio del sovrano Ferdinando il Cattolico, e infine ad Alfonso Carrillo, il quale nel 1578 lo vendeva per 60.000 scudi d’oro a Gerolamo Ledà, un sassarese particolarmente ricco che aveva combattuto nelle file degli eserciti dell’imperatore Carlo V. Il nuovo feudatario moriva nel 1582, lo stesso anno in cui il rettore Jacopo Passamar, per venire incontro alle esigenze di una popolazione in continua crescita, dava inizio alla costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale. A quella data Bonorva contava oltre mille abitanti, un numero apprezzabile per una regione a bassa densità demografica, qual’era allora la Sardegna. I lavori della nuova chiesa, dedicata a Santa Maria la Major, durarono 28 anni e a consacrarla, nel 1614, fu lo stesso Passamar che nell’anno precedente era stato eletto vescovo dell’attuale diocesi di Tempio-Castelsardo (in seguito, dal 1623, divenne anche arcivescovo di Sassari). Col suo successore, Francesco Merlo, veniva innalzato il campanile poligonale gugliato in cui furono collocate due campane: una reca la data del 1629, l’altra del 1643. Superata la devastante epidemia di peste della metà del Seicento che ne aveva paralizzato l’economia, l’ultimo trentennio del secolo vide la popolazione di Bonorva impegnata in due importanti cantieri. Nel 1606 era stata istituita dal pontefice Clemente VIII l’Arciconfraternita di Santa Croce, maschile e femminile. La chiesa di San Giovanni veniva assegnata al nuovo sodalizio religioso come sede per tenervi gli incontri e le proprie celebrazioni liturgiche. Le modeste dimensioni dell’edificio di fronte al numero cospicuo dei membri dell’associazione suggerirono, sul finire del XVII secolo, di ampliare la chiesa. Dell’originaria struttura medioevale veniva conservata la porzione corrispondente all’attuale presbiterio. Nel retablo è riprodotto lo stemma araldico dell’arcivescovo Giovanni Morillo che resse la diocesi di Sassari dal 1685 al 1699 e che consacrò la chiesa nel corso di una visita pastorale a Bonorva.
L’altro cantiere riguardava la costruzione della chiesa di Sant’Antonio da Padova. Iniziato nel 1671, il nuovo luogo di culto veniva consacrato nel dicembre 1688 dall’arcivescovo Morillo. La chiesa era una cappellania sorta per volontà di un nobiluomo di Bonorva, il mossen Bachisio Mura, e della moglie Maria Palmas. Alla sua morte, avvenuta nel febbraio 1676, il fondatore lasciava un patrimonio di 32 ettari di terre, 105 vacche, 265 pecore, 30 maiali, 15 capre perché il cappellano della chiesa vi celebrasse ogni giorno una Messa di suffragio per lui e per i suoi familiari. Ma l’ultimo scorcio del Seicento vide anche il definitivo tramonto di Trechiddo. Secondo una diffusa tradizione orale – riportata anche da Enrico Costa – il remoto villaggio fu abbandonato in seguito alla scomunica comminata dal vescovo per l’assassinio, durante la celebrazione della messa, del rettore Giovanni Soggiu che si opponeva al matrimonio di un certo Zirone Seche con una ragazza del luogo, della quale il sacerdote si era invaghito. In realtà, il villaggio venne abbandonato definitivamente fra il 1688 e il 1691. L’uccisione del rettore, che tanto ha colpito la fantasia popolare, precedette di circa trent’anni il completo abbandono di Trechiddo. Nell’atto di morte del rettore si legge infatti: “A seighi de novembre 1664 Bonorba. Es mortu su reverendo Giuanne Sogiu retore de sa villa de Trequiddo de edade de baranta annos circa, su cale es mortu de una archibusada”. Il primo decennio del XVIII secolo vedeva l’arrivo a Bonorva dei frati Minori Osservanti. L’iniziativa era dovuta al feudatario del luogo, Gavino Amat marchese di Villarios, al rettore Angelo Manca e alla popolazione del villaggio. Nell’atto di istituzione si impegnavano tutti a garantire le elemosine indispensabili per la costruzione di un convento da erigersi nel lato attiguo alla chiesa di Sant’Antonio. I francescani, invece, assicuravano l’assistenza spirituale, il culto divino e l’apertura di una scuola per impartire ai fanciulli del paese i primi rudimenti dell’istruzione. Il 17 maggio 1708 il clero locale, accompagnato da una numerosa folla di fedeli, al canto del Te Deum impiantava la croce e poneva la prima pietra del convento.

Nel Regno di Sardegna
Qualche anno più tardi, nel 1720, anche i Gesuiti aprivano un collegio nel rione più antico del villaggio. Nel progetto veniva coinvolta l’intera popolazione: era infatti indispensabile che la nuova residenza disponesse dei mezzi economici necessari per la sua sopravvivenza. Il contributo più corposo lo accordavano le due Confraternite laicali, quella del Rosario e quella di Santa Croce. Grazie ad esse i Gesuiti potevano contare su un patrimonio costituito da 2600 pecore, 800 capre e un vigneto. Il collegio si trovava presso la chiesa di Santa Vittoria che veniva officiata dai sacerdoti dell’Ordine. I Gesuiti aprirono una scuola dove “oltre il sillabario ai bambini, s’insegnava ai più grandi la grammatica latina”. A frequentarla non erano soltanto gli studenti di Bonorva ma anche altri che provenivano dai centri più lontani, quali Macomer e Bosa, luoghi che non avevano scuole adeguate. Con la soppressione del Collegio dei Gesuiti nel 1773, il collegio venne chiuso e con esso la scuola. Fu un danno gravissimo per Bonorva, soprattutto per la formazione dei giovani. Nel 1746 il conte di Viry, incaricato dal governo sabaudo di ispezionare il funzionamento delle Tappe d’Insinuazione -corrispondenti agli attuali Uffici del Registro -, nella relazione stesa alla conclusione del suo viaggio riportava che la curatoria di Costaval – elevata nel 1633 dal re Filippo IV al rango di contea – aveva un territorio ricco di grano, pascoli e boschi, che Bonorva aveva 2555 abitanti, che vi era un collegio di Gesuiti con 5 sacerdoti e una famiglia di frati Minori Osservanti con 10 religiosi. La relazione non tralasciava di citare i personaggi della piccola nobiltà locale: don Antonio Deliperi, don Antonio De Tori, don Salvatore Angelo Sequi Nin, don Pietro Prunas e don Gavino Satta. Riportava anche che la parrocchia, retta dal dottor Antonio Michele Satta, aveva una rendita di 2700 lire sarde contro le 5000 che ne ricavava, tra i tributi dell’intera contea, il feudatario Antonio Amat, marchese di Villarios.

La tirannia dei barones
I rapporti tra la famiglia Amat e i loro vassalli non furono per niente pacifici per tutto il Settecento. Ma lo scontro più duro si ebbe nell’ultimo scorcio del secolo. Da Sassari il marchese di Villarios, Francesco Amat, si era trasferito a Cagliari, dove era divenuto la prima voce dello Stamento militare, uno dei tre rami del Parlamento sardo. Fu lui ad organizzare la difesa di Cagliari quando nel 1793 la Francia tentò di occupare la Sardegna. In soccorso del capoluogo sardo accorreva anche un contingente di 40 volontari bonorvesi con in testa Pietro Muroni, fratello di Francesco, il rettore di Semestene, che aveva promosso la missione sostenendola a proprie spese. Ma nel volgere di breve tempo i buoni rapporti fra gli Amat e la famiglia Muroni dovettero guastarsi. Troppi i soprusi coi quali il marchese di Villarios aggravava la spaventosa miseria dei suoi vassalli perché Francesco Muroni potesse restare muto spettatore. Pienamente concorde con gli ideali del suo popolo per scelta cristiana, il rettore di Semestene era al corrente delle idee e dei problemi che si dibattevano nell’Europa di fine ’700 e dello spirito innovativo che esse propugnavano. A questo si aggiungeva la lunga amicizia che lo legava a Giommaria Angioy, capo riconosciuto a Cagliari del cosiddetto partito democratico, di cui divenne stretto collaboratore. La propaganda antifeudale condotta da lui e dal fratello Salvatore investiva i villaggi del Logudoro, spingendo i vassalli a sollevarsi contro i propri baroni, a non pagare i tributi e a chiedere la fine del feudalesimo. Dopo il fallimento del tentativo insurrezionale di Angioy fu il parroco Muroni, con i fratelli Pietro e Salvatore, a tenere le fila del movimento antifeudale. Dopo lunghi mesi in cui erano stati costretti a vivere alla macchia, Pietro veniva catturato e rinchiuso nel carcere della torre di San Pancrazio a Cagliari; Salvatore faceva perdere le sue tracce a Torino.  Francesco, invece, tradito, venne catturato a Suni dai cavalieri di Bonorva accompagnati da due distaccamenti di dragoni e da un nutrito numero di miliziani dei paesi vicini. Condotto a Sassari, veniva accolto fra grida, sputi e sberleffi da una popolazione sobillata ad arte dai feudatari residenti nella città. Le proprietà della famiglia Muroni furono confiscate: la casa adibita a caserma per accogliervi le truppe regie stanziate a Bonorva per controllare una popolazione che negli anni precedenti si era mostrata tra le più attive nella lotta antifeudale. La madre dei fratelli Muroni, Maria Frau, ormai ottantenne, fu costretta a mendicare di porta in porta per le vie del paese. La repressione sabauda fu molto dura e alto fu il tributo che Bonorva pagò per le insurrezioni di quegli anni: parte degli aderenti al movimento antifeudale furono scaraventati in prigione, altri salirono sul patibolo. Come Giovanni Pintus Biosa, soprannominato Su toppu, contro il quale la sentenza capitale fu eseguita il 6 settembre 1797, non prima che fosse sottoposto a nuove torture nella speranza di strappargli i nomi dei complici: “Missignore meu, Maria Santissima, no isco nudda, chi Deus nostru Signore mi cunden net”, furono le sue ultime parole. E in effetti, lui, uomo della campagna, non sapeva nulla di intrighi politici né dell’Illuminismo; sapeva soltanto di aver partecipato alla lotta di quegli anni per liberarsi dal giogo feudale e per assicurare il pane alla sua famiglia. Bisognerà attendere il 1835, quando fu nominata una Delegazione col compito di stabilire il reddito dei singoli feudi e procedere alla fase del riscatto. A favore dei feudatari furono liquidate somme più alte di quelle che essi effettivamente riscuotevano. Il costo dell’operazione ricadeva sui villaggi, aumentandovi la pressione fiscale. Per il riscatto della contea di Bonorva Vittorio Amat ricevette 69.502 lire sarde.

Il colera, il banditismo, la crisi
Il 1855 vide il diffondersi nel Logudoro di una terribile epidemia di colera. Il primo caso a Bonorva si manifestò il 3 agosto, l’ultimo l’8 settembre. Gli anziani del paese raccontavano di preti frettolosi e di medici che accorrevano di casa in casa, di cadaveri avvolti in un semplice lenzuolo e deposti in fosse comuni in sa tanca de sos padres, un tancato che i francescani avevano presso il convento, perché nell’antico zimitoriu (il cimitero) non c’era più spazio. Su 5000 abitanti si ebbero circa 350 vittime. Il poeta Paolo Mossa perse la moglie Giuseppina Deliperi: ricordandola nell’elegia S’attitidu descriveva gli effetti devastanti del colera e il clima di angoscia e disperazione che regnava nel paese: “Ahi, disgrascia! Disgrascia! Ruet sa zente a fascia tott’est morte, terrore e isprammentu”. Il 20 gennaio 1866, in seguito alla legge sulla soppressione degli ordini religiosi e sull’incameramento dei loro beni, il convento veniva chiuso. L’edificio fu adibito a caserma dei carabinieri, a scuola pubblica, a carcere mandamentale e a palazzo comunale. I libri esistenti nel convento andarono ad arricchire la Biblioteca universitaria di Sassari. I francescani, tuttavia, non lasciarono il paese ma si stabilirono in un palazzotto che presero in affitto. Nel 1930 si sarebbero trasferiti nel collegio che avevano costruito su una collina immersa nel verde, chiamata Monte Calvariu, avuta in dono da un benestante del luogo, don Camillo Dettori. Attigua al convento oggi si trova la moderna chiesa dedicata a San Salvatore da Horta. Nel 1887 la rottura dei trattati commerciali fra l’Italia e la Francia causò danni incalcolabili per l’economia sarda, con gravi risvolti sociali, come l’emigrazione e la recrudescenza della delinquenza. Il territorio del Comune di Bonorva divenne il teatro d’azione dei due banditi più temuti dell’epoca, Cicciu Derosas e Pera Zuanne Angius. Quest’ultimo era nato nel centro abitato del Comune di Bonorva nel 1861. Sposatosi giovanissimo e senza un lavoro fisso, lasciava in paese moglie e figlioletto per recarsi a La Maddalena dove veniva occupato come sterratore. Ma durante la sua assenza la moglie ebbe una relazione con il cognato Salvatore e rimase incinta. Per fuggire alle chiacchiere del paese si rifugiò a Nughedu San Nicolò presso un’amica di famiglia, mentre Salvatore s’imbarcava per la Sicilia. Messo al corrente di tutto, Pera Zuanne prese la strada per Nughedu deciso a compiere la sua vendetta: trovatosi di fronte la moglie le squarciò il ventre con un coltellaccio. Datosi alla macchia, si unì a Derosas, con cui compì i più efferati delitti, tra i quali spicca quello del poeta Paolo Mossa, ucciso il 6 agosto 1892 a Nurapè, nella piana di Santa Lucia. I due banditi furono catturati dopo un conflitto a fuoco nel maggio 1894 a Sette Funtani, alle porte di Sassari. Ma la crisi economica era destinata a durare anche negli anni successivi. Il crollo del prezzo del latte determinò un’invasione di casari napoletani e romani – come i Castelli e i Marinucci a Bonorva – che trovarono vantaggioso procurarsi a basso prezzo il pecorino in Sardegna. In questo contesto di malessere si inserisce la clamorosa manifestazione di protesta del 27 maggio 1906. Una folla numerosa, composta anche da donne e bambini, si presentava al sindaco Giovanni Maria Dettori chiedendo la chiusura dei caseifici, ritenuti la causa principale dell’aggravarsi del carovita. Non ottenendo quanto aveva richiesto, la folla si diresse verso il caseificio dei fratelli Castelli ma trovò la strada sbarrata dalla truppa. Per reazione a una fitta sassaiola contro le forze dell’ordine un milite lasciò partire una fucilata che colpì mortalmente il pastore Onofrio Mazzau. Sulla sommossa fu presentata anche un’interpellanza parlamentare che si concludeva con queste parole: “La folla non voleva incidere contro i caseifici ma contro la loro miseria aggravata dalle imposte che non possono pagare. Abbasso le imposte perché i nostri figli non hanno pane, gridava la folla”. La guerra europea coinvolse l’isola su due fronti. Uno è quello dei campi di battaglia, sui quali morirono 94 abitanti del Comune di Bonorva; l’altro è quello dei paesi sardi, dove le superiori ragioni di approvvigionamento delle truppe portarono ad affamare le popolazioni. A soffrirne furono soprattutto i fanciulli. Pertanto un intervento legislativo del 1916 disponeva che, per la durata della guerra, venissero distribuite gratuitamente le refezioni scolastiche. Sindaco, insegnanti ed alcuni notabili del Comune di Bonorva si rivolsero alle suore della Carità di San Vincenzo, le uniche, a loro avviso, in grado di offrire personale e posti adatti allo scopo. Erano arrivate nel centro abitato del Comune di Bonorva nel 1892 e vi avevano aperto una casa per l’educazione delle ragazze tra i 6 e i 20 anni e per insegnare loro a leggere e scrivere, ricamare, cucire e filare. In capo a pochi mesi il loro laboratorio superava i 400 iscritti.

“Posto sotto il monte”
Il toponimo “Bonorva”, secondo l’autorevole opinione del linguista Antonio Sanna, lui stesso cittadino eminente del Comune di Bonorva, deriverebbe dalla radice preromana Gonor, “monte”, unita al suffisso indoeuropeo Pa, “sotto”. Il termine Bonorva, quindi, starebbe ad indicare un “paese posto sotto un monte”. Questa tesi è supportata dalla sua posizione geografica descritta nella prima pagina.

L’economia
L’economia è basata sull’allevamento di ovini e bovini, largamente diffuso nelle zone collinari e di pianura. Rinomata è la produzione dei formaggi. Dal latte di pecora si ricava il fiore sardo e il pecorino romano. E poi la ricotta, fresca e cremosa o salata e affumicata, di largo uso anche come condimento. Con il latte di vacca si ottengono sos casizolos, le perette a pasta dolce, prodotte su larga scala per i mercati dell’isola. Ma gode ottima reputazione anche l’allevamento equino. Il territorio del Comune di Bonorva è particolarmente ricco di fonti di acque minerali. Nella piana di Santa Lucia si trova la sorgente omonima, conosciuta già dai protosardi. L’acqua è limpida, effervescente, di sapore acidulo assai gradevole. Dal 1895 opera uno stabilimento per l’imbottigliamento dell’acqua da tavola. Grazie ad una fonte esterna è possibile ai numerosi visitatori attingere l’acqua liberamente. Sono presenti nel territorio del Comune di Bonorva anche altre unità produttive, in genere di piccole dimensioni occupazionali e concentrate in prevalenza nei settori tradizionali dell’artigianato. Nel comparto edilizio si segnala la produzione di manufatti da costruzione in calcestruzzo e la lavorazione in profilati d’alluminio e in ferro battuto di letti, cancellate, ringhiere per balconi e quanto altro è di uso quotidiano; nel comparto del legno si evidenziano le falegnamerie che confezionano mobili, infissi e suppellettili varie, mentre l’arte dell’intarsio manuale ha il suo prodotto tipico nella cassapanca, pregevole per la ricchezza decorativa. L’ente regionale l’ISOLA ha creato nel Comune di Bonorva un centro pilota per la tessitura. L’artigianato raggiunge, in questo settore, risultati impareggiabili per qualità delle produzioni e varietà di temi. A seconda della pesantezza e della decorazione i tessuti, lavorati con tecniche quanto mai varie, sono destinati a divenire tappeti, arazzi, coperte, bisacce, tessuti di arredamento. I temi decorativi sono inesauribili: fantasie di fiori, di alberi e di altri elementi del mondo vegetale; composizioni ritmiche e serrate di elementi decorativi astratti; figure essenziali di animali fantastici e di persone; temi narrativi di cavalcate, di feste, di usanze. L’arte del ricamo trova la sua più compiuta ed artistica espressione come elemento decorativo di tovaglie, copriletto, elementi da corredo e dei costumi tradizionali.

I personaggi
Delle figure che hanno dato lustro al paese è doveroso ricordare almeno le più eminenti. Francesco Maria Muroni (1751- Sassari 1810). Sacerdote, dottore in teologia, aderì attivamente alla lotta antifeudale. Partecipò all’assedio di Sassari del 28 dicembre 1795, accompagnò Angioy nella marcia su Cagliari e con i fratelli continuò alla macchia la propaganda antifeudale.
Malato e tradito, fu catturato il 25 marzo 1797 e rinchiuso nelle carceri di San Leonardo a Sassari. Finiva i suoi giorni il 26 gennaio 1810. Paolo Soro Morittu (1804-Sassari 1875). Ordinato sacerdote, dottore in teologia, fu nominato professore di teologia morale presso l’Università di Sassari; fu anche preside della Facoltà Teologica e rettore dell’Università. Uomo di profonda e vasta cultura umanistica, venne insignito dal sovrano dell’Ordine equestre dei SS. Maurizio e Lazzaro. Fu anche profondo conoscitore della lingua sarda: suo è un dizionario con rettifiche e aggiunte al Vocabolariu sarduitalianu del canonico Giovanni Spano. Paolo Mossa (1821-1892). 
Figlio di un farmacista, iniziò gli studi sotto la guida di alcuni sacerdoti del paese. Nel 1842 s’iscrisse in Belle Lettere all’Università di Sassari e conseguì il titolo di bacelliere. L’anno dopo sposava Rosina Taras, che morì nel febbraio 1846. Abbandonò gli studi e rientrò nel Comune di Bonorva dove investì l’eredità della moglie nell’attività agricola. Grazie ai mutui bancari, ma anche alle usurpazioni di terre demaniali, diventò uno dei maggiori allevatori e proprietari terrieri del paese. Non tralasciò neppure la politica: fu infatti consigliere comunale e, a partire dal 1861, anche provinciale. Morì il 6 agosto 1892 assassinato dai più famigerati banditi del tempo, Derosas e Angius, mentre rientrava dalle sue tenute. La sua figura di autore, raffinato e ispirato alla lezione dei classici italiani, ha un posto di assoluto rilievo nel panorama della poesia sarda. Eligio Pintore (1831-Genova 1914). Pittore e patriota, partecipò nel 1855 alla guerra di Crimea, documentandola con una serie di bozzetti dal vero conservati nel Museo del Risorgimento di Genova, e alla Seconda guerra d’indipendenza. Rientrato nel Comune di Bonorva per un breve periodo, si stabilì definitivamente a Genova. Come scriveva un quotidiano del capoluogo ligure, “alto di statura, sempre vestito con un vecchio ed ampio palamidone, con un cappello alla calabrese con larghe falde, Eligio Pintore era assai noto a Genova come artista singolare per i suoi modi, la sua condizione e le sue capacità di pittore e disegnatore”. La maggior parte dei suoi lavori, oli e affreschi, adornano ville e palazzi di Genova. Giovanni Antioco Mura (1882-Sassari 1972). Figlio di proprietari terrieri, si laureò in legge a Padova nel 1907. Militò nel Partito Socialista su posizioni massimaliste, interessandosi ai problemi del mondo delle campagne. La violenza dei suoi scritti e dei suoi comizi, nei centri rurali del Meilogu, gli procurò molte incriminazioni e non poche condanne per reati politici. Combattente nella Prima guerra mondiale, nel 1921 si schierò sulle posizioni della fazione comunista del PSI. Tenuto sotto sorveglianza durante il fascismo, nel 1944 fondò con Antonio Cassitta il Partito comunista sardo ma subito dopo si ritirò dalla scena politica per dedicarsi all’avvocatura e alla cura del suo ricco patrimonio. Oltre agli scritti politici e polemici, di lui rimangono in sardo raccolte di poesie e testi teatrali, tra i quali la commedia S’incunza. Antonio Sanna (1918-Cagliari 1981). Era studente universitario a Cagliari quando venne richiamato sotto le armi. Combattente in Africa settentrionale durante la Seconda guerra mondiale, venne catturato dagli inglesi, prigioniero in India, rientrò nell’isola dopo sei anni. Riprese gli studi a Cagliari laureandosi in Lettere nel 1947. Fu quindi assistente alla cattedra di filologia romanza, poi libero docente. Nel 1954 divenne il primo professore ordinario di linguistica sarda nella Facoltà di Lettere dell’Università del capoluogo sardo. Alla lingua sarda dedicò molte ricerche e numerose pubblicazioni. Peppe Sotgiu (1914-2008). Poeta estemporaneo, esordì in pubblico a Foresta Burgos nel 1939 e per oltre mezzo secolo fu acclamato nelle piazze dell’isola come uno dei più grandi interpreti della poesia improvvisata. Concluse la sua carriera nel 1993, con una gara a Bonorva, il 24 giugno, giorno del suo 79esimo compleanno. Insieme a tiu Peppe è doveroso ricordare Barore Testone (1865-1945) e il figlio Bachis (1900-Carbonia 1953), Pedru Biosa, Pedru Muroni, Neddu Solinas, improvvisatori tutti che hanno frequentato, con vasto consenso di pubblico, i palchi delle feste paesane della Sardegna. Ma di Bonorva – definita dal canonico Spano “la Siena sarda” – non possiamo tralasciare di ricordare almeno qualche nome di poeti “a tavolino”: Foricu Bichiri (1881-Sassari 1927), Nannino Marchetti (1909-1996) vincitore della I edizione del premio di poesia “Città di Ozieri”, Angelo Dettori (1894-Cagliari 1981) fondatore della rivista “S’Ischiglia”, nonché autore della raccolta Rizolos cristallinos, e Antonio Soggiu".

Le numerose feste che si celebrano lungo l’anno costituiscono un’ottima opportunità per conoscere ed apprezzare gli aspetti più genuini delle tradizioni locali e l’indole conviviale del bonorvese. Si inizia il Primo maggio con la festa di Santa Lucia nella chiesa campestre che sorge nella piana omonima, a pochi passi dalla necropoli di Sant’Andrea Priu.
Segue quella di Santa Vittoria, l’antica patrona del Comune di Bonorva. Si celebra la terza domenica di maggio con la corsa dell’àrdia. Il 13 giugno, nella chiesa di cui è titolare, viene ricordato Sant’Antonio da Padova. Lo stesso comitato, il 16 gennaio, organizza il falò per i festeggiamenti in onore di Sant’Antonio abate. Il 24 giugno gli allevatori del paese celebrano San Giovanni Battista, il loro santo patrono. Con lo spettacolo agonistico dell’àrdia, grande esibizione di abilità equestri. La terza domenica di luglio si celebra la festa di San Simeone. Il 2 agosto viene commemorata la Madonna degli Angeli. L’8 settembre viene ricordata la Natività di Maria, patrona del paese. La prima domenica di ottobre viene festeggiata Santa Barbara, titolare della chiesa posta prima dell’ingresso del paese per chi arriva dalla Statale 131. Il momento centrale di attrazione delle manifestazioni è costituito dallo spettacolo pirotecnico. Oltre alle feste religiose, gli abitanti del Comune di Bonorva hanno altri momenti di aggregazione. Uno di questi è il Carnevale, di antica tradizione, organizzato dalla Pro Loco. Inizia il giovedì grasso, con la preparazione in piazza della favata e prosegue nei giorni successivi per culminare con la sfilata delle maschere e dei carri allegorici il martedì. Il sabato e la domenica successivi al Carnevale si tiene la giostra equestre delle pariglie. Viene proposta, sulla falsariga di un’antica tradizione locale, dall’associazione Cavalieri S’Ischiglia. È l’opportunità per apprezzare la corsa a s’ischiglia e le evoluzioni d’acrobazia e destrezza dei giovani cavalieri del Comune di Bonorva. La ricorrenza annuale della Settimana Santa è il toccante appuntamento con una secolare tradizione del paese. Molto sentita è la visita dei fedeli ai Sepolcri che si effettua il giovedì santo nelle chiese del paese dopo il tramonto del sole. Il venerdì santo rappresenta il momento culminante e più coinvolgente della settimana col rito in sardo del S’Iscravamentu e la processione notturna lungo le vie dell’abitato.

Il costume tradizionale
Vittorio Angius, nel 1834, scriveva: “Usano i bonorvesi nel vestire maggior eleganza degli altri del dipartimento. Molti però alle brache (Sas ragas) sostituiscono pantaloni di panno ruvido”. Già all’epoca il bonorvese amava vestire calzoni di foggia corrente piuttosto attillati, confezionati in orbace nero. Ma non ha trascurato del tutto l’abito tradizionale. Quello femminile presenta sa camija, la camicia in cotone bianco, pieghettata sul petto e impreziosita da gemelli d’oro; su corittu, la giacchina di velluto nero, ricamata e ornata di perline, con lunghe maniche guarnite con una serie di bottoni d’oro; s’imbustu, il bustino rigido allacciato da nastri e arricchito da ricami e paillettes; sa munnedda, la gonna rossa plissettata col bordo inferiore guarnito da una balza in velluto o damasco; sa fallita, il grembiule bianco di seta ricamata; su muncaloru, il fazzoletto bianco di seta anch’esso ricamato. L’abbigliamento maschile è costituito da sa camija, la camicia di lino bianco; sa camijola, il giubbetto in panno rosso bordato da una fascia di velluto nero, impreziosito da ricami e da una serie di bottoni d’oro; sas ragas, il gonnellino di panno nero indossato sopra i calzoni bianchi di lino. Completano l’abbigliamento maschile sas ghettas, le uose nere, e sa berritta, il copricapo in panno nero a forma di sacco.

Il pane peculiare di Bonorva è su zichi.
Ha forma sferica e schiacciata, spessore di circa un centimetro; presenta una certa consistenza ed è privo di mollica. È a base di farina di grano duro, sale e acqua, cui va aggiunta sa madrighe ottenuta da su fremmentarzu, il lievito madre derivante dalla panificazione precedente. La caratteristica principale di questo pane è che si può consumare morbido appena sfornato per accompagnare pietanze oppure completamente croccante. In questo caso si può conservare a lungo ed essere utilizzato per la preparazione di piatti tipici come il classico pane ’uddidu, al quale è dedicata una sagra, bollito e insaporito nel brodo di pecora, o il pane a fittas condito con su ghisadu e abbondante pecorino grattugiato. E ancora col pesto, con i funghi, con gli asparagi, o semplicemente inzuppato nel latte alla prima colazione. Ma oltre ai piatti confezionati con lo zichi, ricordiamo i ravioli con la ricotta e il formaggio fresco, sas cordas, su trattaliu e su ’oltadu (tutti a base di interiora), sos sàmbenes (sanguinaccio), s’anzone cun finùju (l’agnello coi finocchietti) e gli arrosti tutti. Un cenno particolare meritano i dolci, che si preparano, a casa o in alcuni laboratori artigianali, per le occasioni importanti e per le feste scandite nell’anno: sas tiliccas, sos pabassinos, sas casadinas, cattas e montogadas; e poi, amaretti e gallettinas, cogone de ’erda, cogones de soru e tant’altro ancora: un vero florilegio di golosità.

Meravigliosa è poi l’agilità dei degli abitanti del Comune di Bonorva (bonorvesi), quando sopra il cavallo a ciò addestrato corron dietro la vacca o il toro appena un d’essi ravvisa nella selva l’animale, che pungendo il destriero si caccia a precipizio tra burroni e tra le macchie e gli alberi. Bello è vedere come egli si governi per evitare lo scontro dei rami. Ora si curva sul collo del corridore, ora dà la testa sulle groppe, or si piega a destra, ora a sinistra, ora porta su una gamba, or l’altra senza mai perder l’equilibrio, sì che pare vi sia inchiodato, e la corsa continua, finché il cavallo non raggiunga il toro, e lo addenti nella schiena, e così lo fermi, o il cavaliere con la corda di cuoio a cappio scorsoio (sa soga) non lo colga. (Vittorio Angius in Dizionario geograficostorico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, a cura di Goffredo Casalis, 1833). Il re Carlo Alberto, in un lodevole intento di civilizzazione, aveva deciso di congiungere Sassari, seconda città dell’isola, a Cagliari con una grande e magnifica strada, la sola che oggi esista in quella giungla chiamata Sardegna.
Ebbene: secondo il tracciato più diretto, questa strada avrebbe dovuto passare per il Comune di Bonorva, distretto abitato da selvatiche popolazioni discendenti dai mori, e tanto più, perciò, paragonabili alle nostre tribù arabe. Sentendosi in pericolo di essere raggiunti dalla civiltà, i selvaggi abitanti del Comune di Bonorva, senza nemmeno prendersi la pena di sottoscrivere una deliberazione ufficiale, manifestarono la loro opposizione al progetto. Il governo non ne tenne alcun conto, ma il primo ingegnere giunto nel paese per dare il primo colpo di piccone, ricevette una pallottola in testa e morì sul colpo. Non venne fatta alcuna inchiesta al riguardo, ma il fatto è che la strada descrive una curva che l’allunga di otto leghe. (Honorè de Balzac, Casa di scapolo). In questi ultimi tre giorni gran quantità di maschere e balli ani matissimi nella piazza. Ieri lunedì vi furono corse di cavalli e bellissime maschere a cavallo percorsero il paese. Animatissimi i balli nello stradone San Giovanni. Riuscirono splendidamente le feste da ballo nella sala del sig. Francesco Faedda. Il circolo di lettura tanto animato lo scorso anno, questo invece dorme sonni tranquilli. Chi dice ciò dipendere da mancanza di unione, chi dai lutti che impedirebbero a molti di intervenire. Nel locale del circolo ieri si improvvisò per cura dei signori Rivoira una festa da ballo che riuscì splendida. Varie maschere ed ottima musica, grazie alla buona volontà dei signori Francesco Ballero e Pintore. Anche oggi, martedì, al mattino vi furono corse di cavalli, animate e senza inconvenienti. Indi passeggiate a cavallo di briosi cavalieri con simpaticissime maschere, notati splendidi costumi. Nessun incidente ha turbato la festa che procedette animata ma tranquilla. Questa notte con i soliti veglioni chiuderemo il carnevale, per pentirci domani dei peccatucci commessi. (“La Nuova Sardegna”, 21 febbraio 1896).

Nel centro storico 
La parrocchiale. L’assolata piazza Santa Maria, cuore delle funzioni civili e religiose del paese, deriva il suo prestigio dal Palazzo comunale, dall’ottocentesco Palazzo Mossa e dalla bella fronte della parrocchiale col portale d’ispirazione classica e l’elegante campanile. Eretta in forme gotico-catalane, la chiesa fu consacrata nel 1614 e oggi è dedicata alla Natività di Maria. L’edificio presenta un impianto ad aula, aperta lateralmente in cappelle e conclusa da un presbiterio quadrato. Di straordinario interesse è la decorazione della volta della seconda cappella a sinistra, i cui motivi decorativi hanno un forte significato simbolico: si tratta di conci di pietra intagliati a motivi floreali e geometrici, allusivi al cielo stellato e al paradiso. Nella chiesa è custodito un ricco patrimonio artistico di cui fanno parte sculture, paramenti e vasi sacri. Da non perdere la grandiosa tela della Madonna del pilar, incoronata dagli angeli e circondata da numerose sante, che porta la firma di Baccio Gorino, un pittore fiorentino attivo nel Sassarese nel primo scorcio del Seicento.

San Giovanni. L’attuale assetto è frutto del radicale intervento di ampliamento a cui fu sottoposto l’edificio romanico nel XVII secolo. La pianta venne ridisegnata a croce latina con le cappelle laterali. La fac ciata presenta un portale fiancheggiato da colonne tortili che reggono un timpano e, in asse, il grande rosone finemente traforato. Degni di nota sono l’altare ligneo e la tela del primo Seicento di Baccio Gorino con gli angeli musicanti e i santi Carlo Borromeo, Antonio Abate e Gavino di Torres. In una cappella sono esposti i simulacri, tutti di fattura spagnola, che accompagnano i riti e le processioni della Settimana Santa. La chiesa, infatti, è sede della Confraternita di Santa Croce.

Santa Vittoria. Sorge nel rione più antico del paese denominato appunto Muristene, il nucleo da cui si sviluppò l’attuale centro abitato del Comune di Bonorva. Santa Vittoria ne era la parrocchiale. Dal 1720 al 1774, la chiesa venne officiata dai Gesuiti: della loro presenza rimane la statua lignea di San Francesco Saverio. Nell’interno si conserva il simulacro, riccamente adornato, della Vergine Dormiente, la Madonna di Ferragosto, e quello di Santa Maria de Cunzadu, proveniente dall’omonima chiesa medioevale, oggi ridotta allo stato di importanti ruderi.

Sant’Antonio da Padova e il suo convento. La pianta del luogo di culto presenta un’unica navata aperta da tre cappelle e chiusa dal maestoso retablo opera dello scultore Antonio Alexandro. Nel 1708, infatti, erano arrivati a Bonorva i frati Minori Osservanti che vi aprirono il convento attiguo. Attualmente in un’ala è stato allestito il Museo archeologico che si estende su una superficie di circa 300 metri quadrati per ospitare una collezione composta da betili, miliari, cippi sepolcrali, stele figurate, provenienti tutti dal territorio del Comune di Bonorva. In un’altra ala ha sede la Biblioteca comunale, ricca di oltre 23.000 mila volumi distribuiti in un esteso corridoio e in undici sale che hanno conservato intatte le peculiarità architettoniche dell’antico convento: la pietra a vista e la volta a botte. 

Nei dintorni
La necropoli di Sant’Andrea Priu. Si trova nella piana di Santa Lucia a circa 10 km dal paese ed è costituita da una ventina di tombe ipogeiche scavate, nel Neolitico recente (3500 a.C.), nella parete trachitica di una collina e negli af fioramenti rocciosi del pianoro sovrastante.
In epoca paleocristiana prima, bizantina e medioevale dopo, la cosiddetta Tomba del Capo fu riutilizzata come luogo di culto. Veniva interamente affrescata con soggetti religiosi, ancora visibili: un volto femminile di singolare bellezza, festoni e rami dai quali si levano in volo gli uccelli dai colori sgargianti e, nel presbiterio, scene tratte dal Vangelo dell’infanzia di Gesù. Sulla rupe della necropoli si eleva una singolare scultura dalle forme di un toro, l’animale che raffigurava l’essenza maschile procreatrice della natura e che contrastava il demone malefico della morte. L’archeologo Antonio Taramelli sosteneva che le domus di Sant’Andrea Priu “sono le più belle sepolture ipogeiche che si conservano in tutta la Sardegna”. Rebeccu. Chi vi arriva per la prima volta prova quanto è vera la leggenda di Donoria, la principessa del luogo che venne scacciata dal padre per essersi invaghita di un popolano. Mentre si allontanava per sempre Donoria scagliò la sua tremenda maledizione: “Adiosu Rebeccu, e bois rebecchei, dae trinta domos no bos movei”, cioè che Rebeccu non avrebbe mai superato le trenta case. 
Oggi, infatti, conta un solo abitante e un pugno di casupole, recentemente restaurate, sparse su un pianoro roccioso, che tentano di resistere al logorio del tempo. Ma il silenzio dei vicoli soleggiati, rotto unicamente dal borbottio di un’antica fonte, e l’umile intimità delle case non lasciano indifferente il visitatore meno frettoloso. E dalla terrazza che domina la piana lo sguardo si perde lontano, fino ai monti del Goceano, tra deliziosi scenari di boschi e vigneti sorvegliati da domus de janas e da remote vestigia. Su Lumarzu. “In un’amena vallata di frutteti e coltivi – scrive Taramelli – si trova la bella fontana di Su Lumarzu, un vero gioiello di costruzione preistorica, che si accosta al tipo delle fontane sacre”. La fonte, da riferire all’età nuragica, sorge poco distante dal minuscolo borgo di Rebeccu ed è accessibile per un sentiero percorribile unicamente a piedi.
Presenta una cupoletta che racchiude una sorgente dinanzi alla quale si apre un atrio rettangolare, dove si raccoglievano i devoti per partecipare al rito delle abluzioni con fini purificatori. Poco distante dalla fonte si incontrano ragguardevoli resti di un edificio termale di età romana. Oggetto di un recente restauro, dalla popolazione viene chiamato Sas Presones perché veniva utilizzato come carcere baronale in epoca feudale. 

San Lorenzo. La chiesa romanica di San Lorenzo sorge su una lieve altura lungo la strada per Rebeccu. Fu edificata nella seconda metà del XII secolo, come sembra suggerire un sigillo di piombo rinvenuto al suo interno, con l’effigie e la scritta Barusone rege, sovrano del Logudoro dal 1147 al 1190, e che forse pendeva dalla pergamena di consacrazione. Di dimensioni modeste ma nell’insieme armoniose, è in conci di calcare perfettamente squadrati, con innesti di pochi blocchi di tufo vulcanico nerastro. La pianta è a navata unica con l’abside semicircolare. La facciata è sormontata da un campanile a vela, forse secentesco.

San Francesco. Eretta lungo l’antica strada carrozzabile che da Bonorva conduce a Rebeccu, la chiesa romanica di San Francesco, anche se ridotta a pochi ruderi, trae parte del proprio fascino dalla sua ubicazione: si affaccia a guardia della piana di Santa Lucia. È databile alla seconda metà del secolo XII. Alcuni blocchi dell’abside recano delle incisioni che tratteggiano l’orma di un piede o di una calzatura: erano i graffiti lasciati dai devoti che nel Medioevo dai villaggi del circondario si recavano in pellegrinaggio presso questa chiesa.

San Simeone. Collocato nella parte nord dell’altipiano di Campeda, il complesso archeologico di San Simeone conserva numerose testimonianze che documentano la continuità dell’insediamento umano dall’età nuragica al Medioevo. Il sito, difeso da due torri e da una muraglia, aveva notevole importanza militare, perché permetteva di controllare la strada a Karalibus-Turres. Di forte impatto emotivo sono i ruderi della chiesa, con gli archi a sesto acuto che si stagliano nudi verso il cielo. Qui si rifugiarono gli abitanti sopravvissuti di Rebeccu e Bonorva distrutte nel 1353. La leggenda popolare racconta che la distruzione fu dovuta a Sa musca maghedda (magheddare in sardo significa “assalire”), un insetto favoloso – nella realtà sarebbero i soldati spagnoli – che con la sua puntura uccideva uomini e bestie. Tenuta di Mariani. Si tratta di un’area di notevole interesse archeologico e naturalistico per la presenza di varietà uniche di animali selvatici protetti, quali la gallina prataiola e la maestosa aquila reale. Posta in regione Sas Baddes, la tenuta prende il nome dal viceconsole di Francia in Sardegna, il corso Bonaventura Mariani, che nel 1863 ottenne dal governo italiano la concessione delle estese foreste di roverelle e lecci che ricoprivano il territorio, che furono abbattute per ricavarne traversine e carbone per le ferrovie. Nel 1888 veniva completata la piccola chiesa di San Giuseppe, centro di aggregazione per le famiglie che vi abitavano stabilmente attendendo all’allevamento e alla coltivazione dei terreni di volta in volta disboscati. Di recente l’amministrazione comunale ha affidato in gestione all’Ente Foreste tutto il compendio di Mariani, eccezion fatta dell’area per la sosta dei camper, del Centro di documentazione sull’arte casearia (centro ARCAS) e della residenza padronale. Quest’ultima può vantare di aver accolto tra i suoi frequenti ospiti, che si recavano nelle foreste di Sas Baddes per una battuta di caccia, anche la famiglia reale dei Savoia.

Il paese è collegato per mezzo di linea ferroviaria e di autobus di linea con Sassari e con gli altri centri del Meilogu.

RIFERIMENTI PER IL VISITATORE
Associazione Turistica Pro Loco: Corso Umberto 1, Tel. 079 867722, associazioneturisti@tiscali.it
Cooperativa Costaval: Tel. 348 5642611, santandreapriu@libero.it
Associazione Culturale Muristene: Tel. 346 5114941
Associazione Culturale Premio “Paolo Mossa”: Tel. 340 5685406
Associazione Culturale Rebeccu Film Festival: Tel. 347 7228578
Associazione Culturale Teste rotanti: Tel. 347 8712699
Associazione Polifonica Logudorese: Piazza Sant’Antonio 18, Tel. 347 7127257, polifonicalogudorese@gmail.com
Coro Paoliccu Mossa: Corso Umberto 81, Tel. 349 7786912
Gruppo Folk Bonorva: Tel. 340 3890134
Unitre-Università delle Tre Età: Tel. 079 867711/348 2492454

Ospitalità
Agriturismo Sas Abbilas: Loc. Mariani, Tel. 347 6758725, abbilas@tiscali.it
B&B Benennidos: Via Amsicora 4, Tel. 079 867731/338 3608095
B&B Ben’ennidos in domo mia: Via Trento 38, Tel. 079 867647/340 5679676
B&B A casa di Paola: Via Branca 11, Tel. 079 866575/346 3846098
B&B Cavallino bianco: Via Gramsci 1, Tel. 079 867819/340 9301248
B&B Da Francesca Pintus: Via Nenni 15, Tel. 079 867427/338 3502740
B&B Il boschetto: Via Regina Margherita 7, Tel. 348 7675668
B&B La casa del melocotogno: Via Moro 4, Tel. 347 3530804, anto@terredilogudoro.it
B&B Liberty: Via Soro 7, Tel. e fax 079 867512
B&B Mesu e oltos: Via Luigi di Savoia 4, Tel. 340 3579054, nicolettasias@tiscali.it
B&B Sa domo tua: Via Roma 77, Tel. 079 867565/349 1018072, sadomotua.bb@tiscali.it
B&B Sole di Sardegna: Via Cairoli 11, Tel. 347 2461847, abbiles@tiscali.it
B&B VI.A.GIO: Corso Vittorio Emanuele III 78, Tel. 349 7750636
B&B Cunventu: Piazza S. Antonio 27, Tel. 340 5587188
Casa per ferie “San Salvatore da Horta”: Via Lussu 36, Tel. 079 867626/347 5482659"

Settimana Santa: (si tiene in aprile il 17/04 e 18/04)

Il giovedì santo 17/4 si effettua la visita dei fedeli ai Sepolcri, nelle chiese del paese; il venerdi santo 18/4 si tiene il rito in Sardo del S'Iscravamentu e la processione notturna lungo le vie del paese.

Festa di Santa Lucia: (si tiene in maggio il 01/05)

Si svolge nella chiesa campestre che sorge nella piana omonima, a pochi passi dalla necropoli di Sant’Andrea Priu.



Le pariglie.


Santa Vittoria:
(si tiene in maggio)

Antica patrona di Bonorva. Si celebra la terza domenica di maggio con la consueta corsa dell’ardia.

L’ardia nella festa di San Giovanni.

San Giovanni Battista:
(si tiene in giugno il 24/06)

Gli allevatori del paese celebrano il loro santo patrono con lo spettacolo agonistico dell’ardia, grande esibizione di abilità equestri
.

Festa di San Simeone: (si tiene in luglio)

Natività di Maria: (si tiene in settembre il 08/09)

Festa in occasione della quale viene ricordata la patrona del paese.

Santa Barbara: (si tiene in ottobre il 05/10)

In questa occasione viene festeggiata la patrona della chiesa posta all’ingresso del paese. Il momento centrale di attrazione della manifestazione è costituito dallo spettacolo pirotecnico.

Carnevale: (si tiene in febbraio)

Di antica tradizione, si apre il giovedì grasso, con la preparazione in piazza della favata e prosegue nei giorni successivi per culminare con la sfilata delle maschere e dei carri allegorici il martedì. Il sabato e la domenica successivi al Carnevale si tiene la giostra equestre delle pariglie. Viene proposta, sulla falsariga di un’antica tradizione locale, dall’associazione Cavalieri S’Ischiglia.



Tres Nuraghes.
Tres Nuraghes.
La necropoli di Sant’Andrea Priu, il Toro.
La necropoli di Sant’Andrea Priu, il Toro.

La fonte di Su Lumarzu.
Il villaggio di Rebeccu.
Il villaggio di Rebeccu.
La chiesa di San Giovanni.
La chiesa di San Giovanni.
Chiesa di Sant’Antonio da Padova, l’altare ligneo.
Chiesa di Sant’Antonio da Padova,
l’altare ligneo.
Il convento francescano.
Il convento francescano.
Tessitura a s’agu.
Tessitura a s’agu.
L’ardia nella festa di San Giovanni.
L’ardia nella festa di San Giovanni.
Le pariglie.
Le pariglie.
Il costume di Bonorva.
Il costume di Bonorva.
Il costume tradizionale, particolare del ricamo.
Il costume tradizionale, particolare del ricamo.
Su zichi.
Su zichi.
Su Pane ’uddidu.
Su Pane ’uddidu.
Dolci tipici.
Dolci tipici.
La tela della Madonna del pilar.
La tela della Madonna del pilar.
Il Museo Archeologico.
Il Museo Archeologico.
La chiesa di Sant’Antonio da Padova.
La chiesa di Sant’Antonio da Padova.
La chiesa di San Francesco.
La chiesa di San Francesco.
La necropoli di Sant’Andrea Priu con gli splendidi affreschi della Tomba del Capo.
La necropoli di Sant’Andrea Priu con gli splendidi affreschi della Tomba del Capo.
La chiesa di San Lorenzo.
La chiesa di San Lorenzo.


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