Bonnanaro

Comune in fase attivazione
Provincia di Sassari
Regione storica di Meilogu

CAP: 07043
Prefisso Telefono: 079

Azienda A.S.L. 1 di Sassari
Distretto sanitario di Alghero

Superficie territoriale 21,78 kmq
Altitudine 405 m

Abitanti al:
1951: 1866
1961: 1821
1971: 1497
1981: 1287
1991: 1198
2001: 1127

Ultimo rilevamento Istat 2005: 1099


Unione dei comuni del Meilogu
Banari, Bessude, Bonnanaro, Bonorva, Borutta, Cheremule, Cossoine, Giave, Pozzomaggiore, Semestene, Siligo, Thiesi, Torralba
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Il territorio
Il Comune di Bonnanaro è un centro della provincia di Sassari, nella regione storica del Meilogu. Il territorio del Comune di Bonnanaro, che confina con quello dei comuni di Borutta, Torralba, Mores, Thiesi e Síligo, ha una superficie di 21,78 kmq. Fino agli anni ’70 la Strada Statale 131 attraversava la sua periferia, ora la superstrada “Carlo Felice” passa al di là di Monte Arana, a circa un km dall’abitato, ed è facilmente raggiungibile sulla strada per Mores. Il centro abitato è costruito in collina, tra i 405 e i 450 metri sul livello del mare, ai piedi della propaggine di Monte Pélau (denominata Sa rocca de sa niera), che domina il paese e ne condiziona il microclima e quindi l’idrografia, la natura dei terreni e perciò anche le coltivazioni. La Nièra è una costruzione interrata, risalente al Settecento, dove veniva accumulata la neve, pressata e coperta in modo che durasse fino all’estate, quando veniva usata per conservare carne e pesce oppure per fare la carapigna, una sorta di sorbetto di ghiaccio e sciroppo che veniva venduto alle fiere e alle feste. Monte Pélau è sovrastato da un vasto altipiano sul quale si innalza il Monte Mannu, un vulcano responsabile della enorme colata lavica che ha formato il plateau stesso del Pélau e di Monte Sant’Elia, un tempo uniti e attualmente divisi da una profonda valle prodotta dall’erosione. L’altipiano di Pélau è un formidabile bacino imbrifero che raccoglie le acque piovane e le restituisce lungo le sue pendici da numerosissime fonti e da ruscelli che rendono fertili e produttive le aree coltivabili a valle. Le sue pendici, ricche di vegetazione e di fauna selvatica, dai cinghiali alle volpi, ai porcospini, le donnole, le martore, i conigli, le lepri ecc., ospita anche molti uccelli: soprattutto nelle emergenze rocciose di basalto colonnare nidificano corvi imperiali, poiane e rapaci di ogni specie. Una straordinaria varietà pedologica Una straordinaria varietà pedologica caratterizza le terre del Comune di Bonnanaro, dai terreni di origine vulcanica dell’altipiano e delle pendici del monte alle terre formate dal deterioramento del substrato calcareo, fino alle sabbie delle terre più “basse”. Il territorio del Comune di Bonnanaro è protetto ad ovest dal Monte Pélau e a nord dal Monte Sant’Elia. Ai piedi dell’abitato c’è un terzo monte (per la precisione, una collina), Monte Arana, un cono vulcanico alto m 535. Verso la sommità sorge un’antica chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, dove ogni anno, l’8 settembre, si celebra una grande festa paesana, molto sentita, che sul piazzale antistante culmina con una cena aperta a tutti. La chiesa si compone di una cappella a pianta quadrata non absidata e da due ambienti di architettura settecentesca molto semplice: nella facciata principale tre archi acuti delimitano altrettante aperture. Secondo la tradizione fu un ramo della famiglia Delogu che la fece costruire a fine Seicento e la dotò di terre per la rendita. Per circa 150 anni la nobile famiglia fece prendere i voti ad uno dei figli cadetti in modo che potessero tenere la cappella e vivere dei frutti delle rendite dei terreni.

La “Cultura di Bunnanaro”
La “villa” di Bonnanaro, Gonnanor secondo il condaghe di San Nicola di Trullas, nacque intorno all’anno 1000, come Torralba e Borutta, per attrazione del monastero di Sorres, importante centro religioso ed economico, sorto sul versante est del monte. Apparteneva al Giudicato di Torres, curatoria del Meilogu. Il XIV secolo vede questo territorio sotto i Doria e poi sotto il Giudicato di Arborea. Dopo la conquista catalanoaragonese, nel XV secolo fu inglobato nel feudo del Meilogu. Quando la Sardegna entrò a far parte del Regno di Sardegna, Bonnanaro apparteneva al marchesato di Valdecalzana. Nel 1848, quando vennero istituite le tre Divisioni sarde, ossia Cagliari, Nuoro e Sassari, la divisione di Sassari comprendeva quattro province: Sassari, Ozieri, Alghero e Tempio. Il Comune di Bonnanaro rientrava nella provincia algherese insieme con Torralba, Borutta e altri 17 paesi. Fin dai tempi più antichi, tuttavia, il territorio del Comune di Bonnanaro fu abitato da popolazioni di pastori e di agricoltori che hanno lasciato numerosissime tracce del loro passaggio. Queste impronte lasciate dal tempo meritano studio, salvaguardia e valorizzazione appropriata, a partire da un'attenta segnaletica. In tutto il sistema di piccole valli con pareti di calcare sono diffusi i rifugi sotto roccia utilizzati dalla preistoria e riutilizzati saltuariamente da pastori e contadini fino alla Seconda guerra mondiale. I monumenti più importanti sono le domus de janas, scavate alla fine del Neolitico e riutilizzate per molti secoli fino a poco dopo il 2000 a.C., nel periodo denominato della “Cultura di Bunnanaro”, che dalle domus di Corona Moltana ha restituito caratteristiche ceramiche ritrovate in seguito in molti altri siti archeologici e sepolture della Sardegna. Esistono anche molte altre domus tra le località di Cannisones e Sorroi. Il territorio del Comune di Bonnanaro è punteggiato da numerosi nuraghi (nuraghe di Sassu, di Nieddu, di Taeddas, di Toncanis, di Pischénnero, di Lucas, di Malis, ecc.). Tra tutti spicca, anche per l’ottimo stato di conservazione, il protonuraghe di Bega, dalla caratteristica struttura a corridoi, costruito sulle pendici del Monte Pélau. È stata segnalata qualche traccia (soprattutto monete) dei Cartaginesi, che, intorno alla Prima guerra punica, tra il 250 e il 238 a.C., fortificarono la catena del Marghine con varie fortezze, come quella di San Simeone e le numerose muras nuragiche. Più importanti le tracce lasciate dai Romani che, dopo la Seconda guerra punica, 218-201 a.C., attraversarono questo territorio con la strada “a Calaris Turrem”, l’arteria principale del loro sistema viario, e stabilirono in località Sas Turres una mansio (praticamente una stazione di posta), dove era possibile cambiare i cavalli e dormire. La mansio si trovava in una deviazione (diverticulum) nei pressi di Jaffa, da dove si dipartiva la deviazione per Olbia. Nel territorio circostante esistono i resti di numerose abitazioni di epoca romana non ancora adeguatamente studiate. Poco è rimasto del Medio Evo; si segnala soltanto la riutilizzazione di qualche sito romano come Sas Turres. Quindi comincia la costruzione di semplici chiese a pianta rettangolare, sulle quali sorgeranno le chiese ancora esistenti.

Il nome
L’etimologia di “Bonnanaro” non è chiara, ma appare decisamente prelatina, sia nella radice BONNGONN sia nel suffisso –ANNARO (molto più antico), che pare assimilabile a –ENNERO presente in moltissimi toponimi della Sardegna. Lo stesso suffisso è diffuso in toponimi della Spagna e dell’Africa settentrionale. Per quanto riguarda il significato, la radice viene generalmente fatta derivare dal greco góinos che significa “collina”, mentre il suffisso parrebbe indicare genericamente “luogo di insediamento umano”.

Il paese delle ciliegie
L’economia del Comune di Bonnanaro è legata soprattutto all’agricoltura e alla pastorizia. Secondo i dati Istat la superficie agricola totale è di 1492 ettari, di cui la maggior parte è destinata al pascolo; 157 ettari sono coltivati a vigneto e 150 a oliveto e fruttiferi. Tra i fruttiferi è netto il predominio dei ciliegi; si coltiva una particolare qualità di ciliegia, nota per il colore rosato e per il gusto che abbina in maniera unica il dolce e l’asprigno del frutto. Nell’ultimo decennio la cerasicoltura ha subito molti danni ad opera del capnodis tenebrionis, un insetto che attacca le radici dell’albero deponendovi la sua larva, particolarmente vorace, che in breve tempo porta la pianta alla morte. Sono in corso studi sulla lotta a quest’insetto che ha provocato seri danni soprattutto nelle regioni dell’Italia meridionale. Oltre che sulla lotta biologica gli studi vertono prevalentemente sull’osservazione che con l’umidità l’insetto rallenta fortemente la sua crescita e perciò la voracità. Da alcuni anni si registra una ripresa della cerasicoltura con l’impianto di nuovi ciliegieti e l’organizzazione, verso la fine di maggio, di un’interessante Fiera delle ciliegie e dei prodotti dell’artigianato locale.

Il vino, l’olio, le cipolle
Nel passato i terreni coltivati a vigna erano molto più numerosi di quelli attuali; lo testimonia il fatto che, nei nomi di luogo, il termine “binza” o “vigna” ricorre con molta frequenza. La grande varietà di terreni dà alle uve sapori e caratteri specifici: i terreni vulcanici garantiscono ai vini una forte colorazione e sapori decisi e robusti, i suoli calcarei danno toni ancora diversi di sapore e di colore e, infine, i terreni sabbiosi riescono a dare, dallo stesso vitigno, intensità, colore e gusto ancora differenti. Nel territorio del Comune di Bonnanaro, la storia della viticoltura ha una caratteristica geografica curiosa. Le vigne più antiche si trovavano nelle pendici più alte del Monte Pélau, intorno ai 500-550 metri s.l.m.: erano piccole vigne destinate al consumo familiare, che venivano lavorate esclusivamente con la zappa, la distanza tra i ceppi era soltanto di 120 cm. In quei tempi la coltura della vite era abbinata a quella del ciliegio. Progressivamente con l’introduzione prima degli animali da lavoro e poi dei mezzi meccanici la distanza tra i ceppi aumentò e le vigne furono spostate verso la pianura, nei terreni calcarei e sabbiosi. Si ottenne, in questo modo, una maturazione più precoce delle uve e una maggior estensione dei vigneti. Per molto tempo, il Comune di Bonnanaro fu rinomato per la grande varietà dei vini dai sapori diversi ottenuti con le stesse varietà di uva coltivate su terreni dalle caratteristiche differenti per acidità e permeabilità dei suoli.
Alla crisi degli anni ’70 e ’80, legata al calo della produttività dovuto alla vetustà degli impianti e talvolta alle avverse condizioni atmosferiche, si aggiunse la legislazione europea che dava un premio per gli espianti delle vigne. Ne seguì inevitabilmente la crisi della Cantina Sociale, che nonostante gli sforzi compiuti chiuse definitivamente l’attività nel 1996. La viticoltura aveva perso importanza e viveva una crisi che pareva irreversibile. Attualmente la produzione vive una grande rinascita grazie alla scommessa di alcuni giovani che seguono corsi universitari di enologia e all’esperienza degli anziani che continuano a coltivare una grande varietà di vitigni producendo vini pregiati. Circa 200 aziende si occupano di vino comprendendo grandi, piccoli e piccolissimi produttori. Nell’ultima manifestazione dedicata al vino, organizzata dalla Pro Loco, ben 33 viticoltori del Comune di Bonnanaro hanno offerto i loro prodotti ad un pubblico di esperti ottenendo grande successo e giudizi altamente positivi. In quest’occasione di festa, denominata Binu ’e fozzas, si è ricordata un’antica tradizione vitivinicola del paese, il “vino a foglie” appunto: un vino speciale che si beveva alla fine di una serata di allegria e di molte bevute. Era il vino scelto (binu séberu) di ogni anno che veniva aggiunto e mescolato a quello dell’anno precedente. Ne derivava un “vino a strati”, come di foglie sovrapposte. Era un vino molto pregiato, per il gusto dei nostri padri, oggi caduto quasi del tutto nel dimenticatoio perché i gusti sono cambiati, anche se alcuni, più legati alla tradizione, continuano a produrlo. La produzione si adegua alle nuove tendenze del gusto: solo fino a pochi anni fa, nessuno avrebbe bevuto una Vernaccia o una Malvasia giovani, mentre oggi la gioventù di un vino diventa sempre più un pregio! A margine del settore dell’enologia, in passato, in tutta l’isola si parlava del Comune di Bonnanaro per la bellezza delle vasche in pietra calcarea destinate alla preparazione del mosto (laccos). Pare che le rocce della zona di Cannisones e Sorroi fossero particolarmente adatte a quest’uso, perché la pietra, facile da lavorare appena cavata, a contatto con l’aria diventava dura. Una curiosità lega le tradizioni religiose alla viticoltura: è per la devozione a San Giovanni Battista, (San Giovanni de la niebla o della nebbia), che i contadini lo invocassero spesso perché salvasse le vigne dalla nebbia tardiva di giugno che poteva rovinare il raccolto facendo ammalare i grappoli appena nati con sa néula, il nome dato all’oidio, un fungo dannoso. L’olivicoltura non ha conosciuto grandi cambiamenti nel corso dei decenni. Si produce prevalentemente per il consumo familiare col supporto dell’Oliopolio di Bonnanaro che ha cominciato la sua attività nel dicembre del 1967. La produzione varia dai 1000-2500 quintali nelle annate di bassa produzione ai 4000-6000 nelle annate di “carica” (alta produzione). Le pendici di Monte Pélau, una volta occupate da tante piccole vigne, sono ora destinate prevalentemente al pascolo del bestiame ovino e bovino, così come l’altipiano soprastante che ha un’altitudine media di 630 metri e offre ricchi pascoli. A valle si registra anche un allevamento di asini destinati a produrre un pregiato prodotto di nicchia: il latte d’asina. Nella pianura, ricca di sorgenti e di piccoli corsi d’acqua, si continua la tradizione dell’orticoltura, specializzata da diversi decenni nella coltivazione della cipolla bianca di Bonnanaro. Nei primi giorni di luglio la Pro Loco organizza con successo la Fiera delle cipolle di Bonnanaro, abbinata a mostre di pittura e ad un partecipato concorso di cucina per piatti di ogni specie preparati con le cipolle. Notevole la delicatezza e il gusto della marmellata di cipolle, che negli ultimi anni ha sempre vinto il concorso.

“Il più grande latinista del secolo”
Il Comune di Bonnanaro ha dato i natali a numerosi personaggi illustri. Già nel XVI secolo raggiunse grande fama di predicatore padre Luca Solinas. Nel XVIII il gesuita padre Francesco Carboni (1746-1817), professore di eloquenza in varie Università, fu talmente noto e apprezzato tra i latinisti più eminenti del suo tempo che il grande Melchiorre Cesarotti non esitò a proclamarlo “il più grande latinista del Secolo”. Fece parte dell’Accademia Italiana e Gian Battista Roberti scrisse allora che dai versi del Carboni aveva appreso come «in Sardegna si pregi la purità di Lucrezio e l’armonia di Virgilio». Scrisse molti componimenti poetici in italiano e in latino, raggiung do grade fama tra gli intellettuali del suo tempo. Fu grande amico del papa Pio VII che lo invitò a Roma per affidargli l’incarico di segretario pontificio per le opere latine: Carboni declinò l’invito e si ritirò a Bessude, un villaggio vicino a Bonnanaro, dove risiedevano due sorelle e diversi nipoti. Lì morì il 22 aprile 1817 per una febbre perniciosa. Tra i tanti poeti dialettali Giuseppe Raga (1873-1957), che vantava tra i suoi antenati Francesco Carboni, definì il paese “Bunnanaru Fiore”. È il poeta che ha saputo meglio interpretare lo spirito, le tradizioni e la cultura del paese. Figlio di un benestante allevatore, anche lui poeta, rivelò prestissimo la sua vocazione poetica. Dotato di una memoria prodigiosa, leggeva moltissima letteratura, sia i classici italiani che i poeti sardi. I temi affrontati e risolti con grande facilità di verseggiare furono l’amore e la vita campestre. Morì il 6 febbraio 1957. Pasqualino Budroni, noto come “Purgatorio”, nasce nel 1922 a Vado Ligure da emigrati che in seguito si stabilirono definitivamente nel centro abitato del Comune di Bonnanaro. A 18 anni si arruola nella Guardia di finanza e si trasferisce a Roma dove vive fino al 1962, data del rientro a Bonnanaro. A Roma comincia presto a dipingere da autodidatta e vince numerosi concorsi di pittura; seguirà la sua vocazione per tutta la vita. Muore per un tumore al polmone nel 1998. Sua è la pittura murale che decora la parete di fondo dell’aula consiliare del paese, dipinta nei primi mesi del 1982. In questi ultimi anni il paese ospita nuove personalità del mondo della letteratura e dell’arte che hanno stabilito qui la loro residenza: lo scrittore Antonio Strinna, il pittore prof. Giancarlo Marchisio e il pittore prof. Sergio Miali, che nelle loro case hanno creato dei veri e propri centri culturali. In particolare Miali ha anche dipinto la pala d’altare della parrocchiale dedicata a San Giorgio.

Nei due solstizi
Secondo il ciclo dell’economia agro-pastorale si celebrano sagre e feste popolari di grande interesse storico e antropologico. Non è un caso che le due feste più importanti del calendario siano quella dedicata a San Giovanni Battista (il 24 giugno, vicinissima al solstizio d’estate) e quella del Natale (il 25 dicembre, vicinissima al solstizio d’inverno). Particolare suggestione offrono i riti della Settimana Santa, funzioni di tradizione spagnola presenti in quasi tutti i paesi del Logudoro. Processioni e momenti particolarmente coinvolgenti culminano nelle sacre rappresentazioni de S’iscravamentu e de S’incontru, curate dalla Confraternita di Santa Croce. La Confraternita ha origini antichissime, anche se purtroppo è andato perduto il “libro” della sua storia. Nell’Archivio diocesano di Sassari si conserva la copia autentica del Regulamentu de Bunnanaro oratoriu de Santa Rughe Rettoria Parrocchia da S. Giorzu, un bene di notevole valore culturale che porta la data del 26 maggio 1619.

San Giorgio
Il 23 aprile si festeggia San Giorgio, patrono del paese: «Bunnanaru in antigu hat cunsagradu a Santu Giorzi sa cheja mazore: e cando est in rigogliu ogni fiore li faghet festa bella in summu gradu», ha scritto Giuseppe Raga. Al santo è dedicata la chiesa parrocchiale del XVI secolo con la facciata rifatta in stile neoclassico. La festa, motivo di attrazione per gli abitanti del circondario, si sviluppa di regola lungo tre giorni di manifestazioni. Il giorno del vespro solenne, la serata è occupata dai Canti a chitarra per andare incontro ai gusti delle persone più legate alle tradizioni. Il giorno della festa vera e propria si svolge una grande processione che, partendo dalla casa de s’oberaiu mazore, dove era stata conservata la bandiera del santo, percorre le vie del paese: la statua, accompagnata da ragazzi e ragazze nel costume tradizionale, è preceduta da un folto numero di cavalieri e seguita da tutti i fedeli. L’8 settembre una grande festa dedicata alla Madonna di Monte Arana segna, da un lato, la fine dell’estate e, dall’altro, l’inizio della stagione della vendemmia. La festa si svolge nella chiesa di Monte Arana, un piccolo cono vulcanico a est del paese, su cui è costruita l’antica chiesa che ospita la statua della Madonna, una piccola statua di squisita fattura, di scuola napoletana, caratterizzata da un’iconografia speciale: la Madre di Gesù ha un seno nudo, non per allattare il figlio, bensì per nutrire tutti gli uomini. Nel paese si festeggiano anche Santa Maria Iscalas, Santa Barbara, Sant’Agnese, San Sebastiano, Le Anime, Sant’Antonio e San Giovanni Battista, cui è intitolata una chiesa campestre a poca distanza dall’abitato, anche se in territorio del comune di Mores. Le prime due sante hanno una chiesa a monte del paese. Altri appuntamenti sono le occasioni in cui il Coro di Bonnanaro, che ha un suo spazio all’interno delle funzioni liturgiche, esegue e interpreta i canti tradizionali del paese.
Durante la Settimana Santa, canta lo Stabat Mater e il Miserere, il 31 dicembre il canto del Te Deum nella parrocchiale di San Giorgio, e il 6 gennaio Sos Tres Res. Da qualche anno il canto del Miserere dei Morti accompagna l’ultimo viaggio dalla chiesa al cimitero.

Il costume tradizionale
Il costume del Comune di Bonnanaro si fa risalire al Seicento e si caratterizza per forti influenze di varia ispirazione iberica. Si tratta, ovviamente, del costume festivo perché solitamente i vestiti indossati tutti i giorni, fino all’Ottocento, erano molto più semplici e uguali per tutte le stagioni. In particolare si parla del costume femminile: impreziosito di orli e ricami che alternano colori sgargianti ad altri più scuri e severi, caratterizzato da un ricco corredo di gioielli d’oro e di corallo, viene indossato in occasione delle feste popolari che ricordano e consolidano le tradizioni. I costumi tradizionali furono usati fino a tutto il secolo XIX, durante il quale caddero progressivamente in disuso. Gli ultimi matrimoni celebrati con il costume risalgono agli anni della Prima guerra mondiale. Ciò che è arrivato fino a noi sulla storia del vestiario locale è legato alla tradizione orale e ai pochi costumi originali ancora gelosamente conservati. Per esempio, si sa che nelle famiglie numerose si disponeva di un unico costume, utilizzato di volta in volta da chi ne aveva bisogno per qualche ricorrenza. Ereditato veniva diviso tra i vari discendenti, cosicché oggi molte famiglie possiedono qualche elemento autentico abbinato ad altri rifatti da artigiani specializzati. La gonna (munnedda), lunga e molto ampia, era realizzata in origine con l’orbace leggero, sostituito in seguito col panno, meno costoso e più facile da lavorare. La parte centrale era costituita da doppi pannelli chiusi da file di bottoni per tutta la lunghezza, la parte posteriore era ampia e finemente plissettata. Era fermata e stretta in vita da lacci, la parte inferiore era arricchita da balze di pizzo che variavano a seconda del tipo di costume, così come la rifinitura in velluto o raso. Si conservano quattro tipi diversi di gonna: la gonna rossa, la viola, la gialla e la nera. La gonna rossa (tipica della sposa) era abbellita con una o più balze di pizzo nero in tulle, alternate con pizzo dorato o nastro di velluto giallo, rifinita, infine, di velluto o raso nero. La gonna viola (tipica de sas bajanas, le giovani nubili) aveva un’unica striscia alta di pizzo nero, su cui venivano cucite tante piccole perline, anch’esse nere, che parevano quasi delle frange. La rifinitura era realizzata in velluto o in raso nero come tutti i bottoni del pannello centrale. La gonna gialla (tipica dei ceti sociali più elevati) presenta alcuni particolari che fanno pensare piuttosto ad una gonna per donne che lavoravano. Aveva un unico pannello centrale con chiusura a sinistra ed era rifinita con una balza di velluto marrone. Di quest’ultima versione è attualmente conservato un unico esemplare originale. Una curiosità che riguarda questo tipo di gonna è il fatto che la camicia veniva sempre indossata con le maniche rimboccate, un dettaglio che richiama il lavoro manuale. La gonna nera (tipica delle vedove) veniva adornata con una semplice balza di pizzo viola o blu, lo stesso colore della rifinitura di velluto o di raso. La camicia era di cotone o di lino bianco, lunga fino al ginocchio. La pettorina era ricamata con “punti antichi”, su cui ricadevano le collane in filigrana e corallo. Il bustino (imbustu), di colore uguale o molto simile a quello della gonna, era rigido; copriva spalle e fianchi, ed era lungo oltre la vita. Presenta degli spacchi che hanno la funzione di farlo aderire perfettamente al corpo e insieme di facilitare i movimenti. Rivestito di broccato, era ricamato con motivi floreali policromi e adornato con pizzi e lustrini. Il corsetto (corittu) è la parte più elaborata del costume. Di dimensioni ridotte e attillato, lasciava scoperto il petto mettendo bene in vista i ricami della pettorina e del colletto. Era realizzato in tessuti pregiati, di solito velluto in seta liscio o operato (terziopelo). Il colore dominante aveva le varie sfumature del granato/bordeaux. Le maniche erano anch’esse strette e con due aperture: una all’interno del gomito, da cui spunta la camicia, e una all’esterno, dal gomito al polso, chiusa da file di preziosi bottoni in filigrana d’argento (buttonèra). Il grembiule (falditta) copriva i pannelli centrali della gonna ed era fatto di seta liscia in raso. Aveva forma rettangolare, leggermente increspato in vita: nel costume rosso e in quello viola era nero e ricamato; in quello della vedova era nero senza ricami, e in quello giallo era più corto della gonna e poteva essere anche grigio. Il fazzoletto (muncaloru) variava di colore, tessuto e dimensioni a seconda del costume indossato. Nel caso delle spose era molto ampio, di tulle bianco avorio, e copriva il capo e le spalle. Anche se meno elaborato di quello femminile anche nel costume maschile esistevano differenze tra quello dei più ricchi e quello dei meno abbienti: il primo era ricamato e lavorato, con qualche tocco di rosso, il secondo era semplice ed essenziale. Era formato da camicia (su entone), calzoni (carzones), gonnellino (sas ragas), giubbino (su cosso), copri-scarpe (sas ghettas), giaccone (su cabbanu) e copricapo (sa berritta).

L’alimentazione tipica sarda si basa sulla bontà delle materie prime e la fedeltà alla tradizione locale. Agriturismo e Bed&breakfast fanno sempre più riferimento a queste tradizioni. Tutta la cucina del Logudoro, e quella del Comune di Bonnanaro in particolare, si caratterizza per la semplicità e l’assoluta genuinità, a chilometri zero, dei suoi ingredienti. La cucina è espressione del territorio che la marca dal punto di vista del sapore con caratteristiche specifiche che derivano dall’ambiente, dal “carattere” della terra, dalle acque e dall’aria. L’allevamento, condotto con metodi assolutamente naturali, a pascolo libero, senza additivi, produce carni saporite, sia ovine che bovine e suine, e gli insaccati vengono preparati secondo processi tramandati per via orale, nel rispetto dell’ambiente e delle stagioni, nella paziente attesa che ciò che si è creato si trasformi secondo ritmi dettati unicamente dalla natura. Molti sono i piatti che si avvalgono del sapore di agnelli e maialetti che non possono mancare sulla tavola dei giorni di festa. Oltre alla preparazione tradizionale al forno o allo spiedo, l’agnello si prepara, in primavera, con i finocchietti selvatici, e, nelle altre stagioni, con i carciofi o con le patate e con le olive. Il Meilogu, che fino a pochi decenni orsono produceva grandi quantità di grano pregiato, ha conservato intatte tutte le tradizioni relative al pane, considerato, a tutti gli effetti, simbolo e messaggero di genuinità. Spianate, fresa, pane zichi, focacce, ecc. raggiungono, nel territorio del Comune di Bonnanaro sapori inimitabili e vengono utilizzati anche come ingredienti di cucina: su zichi, per esempio, è usato al posto della pasta per esaltare sughi particolarmente saporiti. In occasione dei matrimoni si prepara ancora, in molte famiglie, il pane degli sposi, un pane “ricamato” di grande suggestione e bellezza.
Per le feste e le ricorrenze più importanti si preparano speciali primi piatti come ravioli o gnocchetti, realizzati appositamente in casa. Gli orti del Comune di Bonnanaro continuano a produrre verdure squisite e legumi utilizzati in cucina; spesso entrano nella preparazione dei piatti varie erbe spontanee come cicoria, bietole, finocchietti, borragine, asparagi, ecc. che forniscono un tocco in più alle varie preparazioni della tradizione contadina. Tipico delle abitudini contadine è l’uso di completare il valore nutritivo di un piatto di verdure con un uovo. La fantasia dei gusti si esalta nelle specialità dolciarie. La straordinaria maestria delle donne crea, a seconda delle stagioni e delle ricorrenze, tericcas, pabassinos, casadinas, copuletas, pirichittos e montogadas. Si scelgono gli ingredienti migliori e, in occasione delle feste più sentite come Pasqua, Ognissanti, Natale e Carnevale, si raggiungono notevoli risultati estetici nelle particolari forme. Gli ingredienti sono la farina, il miele e la sapa (una sorta di marmellata ottenuta dal mosto).

Un paese senza legna
In vicinanza del paese hànnosi degli orti, dove si coltivano diverse varietà di cavoli, rape, ravanelli, lattuche, cipolle e se ne vende ai vicini. Raccogliesi non poca quantità di lino. Le chiudende occuperanno un terzo del territorio. Nelle maggiori, quando si lasciano a maggese, si tiene il bestiame domito e rude massime nell’inverno. Nelle terre di comunità manca il lavoro e devesi comprare il dritto di tagliar la legna per la provvisione delle famiglie dalle vicine giurisdizioni di Siligo e Mores. (Vittorio Angius, voce Bonnanaro, nel Dizionario geografico-storico-statisticocommerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, a cura di Goffredo Casalis, Torino 1833-1856).

Dalle poesie di Giuseppe Raga
Una ghiterra
A disora una ghiterra
Sonat in sa janna mia,
Mentres de malinconia
So supportende una gherra.
(…)
Zessa, non sigas a dare
A s’anima pius pena,
Ghiterra, bae… serena
Cantu cheres serenare
Ue solen palpitare
Coros ancora in fiore...
Lassa chi sempre in dolore
Eo solamente sia.


S’orfanu
Non fit ancora su sole ispuntadu,
Ma fit in s’orizzonte sa fiama,
Cando unu pastoreddu hoe cun s’ama
Truvende a Bega est in Siva passadu,
Cantende: “canarinu avventuradu”
Fatendesi ghiterra cun sa lama.
Si lu ’idiat sa povera mama
Chi suende l’hat orfanu lassadu…
Cun cantos caros basos in su chizu
Lu diat carignare como, e cantu
Istringher si lu diat a su coro!
Nendeli: “Coremmamma, su tesoro
De sas intragnas mias, in su piantu
Chie t’hat cunfortadu, amadu lizu?”


Su pastoreddu cantende
Canta, pastoreddu canta
Como chi torrat beranu,
Sezzidu in su solianu,
Solu, solu, in paghe santa
(…)
(…)
Como chi sas passiones
De s’ierru sun passadas
Chi sas aeras mudadas
Rien in colore ’‘e mare;
S’ultimu nie brillare
S’idet lontanu, lontanu...

Nel centro storico
Il Comune di Bonnanaro ha un interessante centro storico e molti beni paesaggistici e culturali nel suo territorio. Per la visita si consigliano tre diversi itinera ri: uno all’interno del paese, nel centro storico, e due nelle immediate vicinanze. L’originario centro abitato, citato fin dall’anno 1000 nei condaghes di San Nicolò di Trullas e di San Pietro in Silki e nei codici di San Pietro di Sorres, si estendeva dall’attuale chiesa campestre di Santa Maria Iscalas a quella di Santa Barbara, allargandosi verso il basso in Binza ’e cantaru, dove si trovava la parrocchiale dedicata a Santu Pedru (oggi scomparsa). Santa Maria Iscalas è una bellissima chiesa secentesca restaurata e scavata di recente. All’interno della chiesa, a destra dell’ingresso, è stato trovato appena sotto il pavimento un masso di grandi dimensioni, quasi sferico, con tracce di lavorazione a martellina (un ómphalos), e un elemento architettonico attribuibile ad una struttura nuragica per il culto delle acque. Fino alla metà del secolo scorso esisteva, nelle vicinanze, un altro ómphalos molto più grande, che fu sbriciolato con l’esplosivo per permettere l’allargamento della strada. Questi ed altri segni dimostrano che la chiesa è stata edificata su un sito già utilizzato in età prenuragica e nuragica. Si arriva nella piazza di Càntaru, dove sorge la fonte “a edicola” di fattura ottocentesca, con una struttura esagonale irregolare e sei mascheroni con sottostante bacino in basalto nero, e l’antico lavatoio, dove si trovava con ogni probabilità la fonte più antica. Sulla piazza si affaccia ciò che resta del palazzo feudale di don Alfonso Carrillo de Albornoz, in stile gotico catalano, in cui si concentravano le funzioni legislative e amministrative, per tutto il tempo in cui Bonnanaro fu capoluogo del feudo. Attualmente è possibile ammirare ciò che resta dopo l’incendio appiccato alla fine del Settecento durante i moti angioiani, in cui andò distrutta la cappella nell’ala nord e gli appartamenti dell’ala sud. Poco distante dalla fonte, in via Fontana, un pregevole arco introduce ad un cortile (Su Corrale), su cui si affaccia una bella casa del Settecento, purtroppo rovinata da una recente ristrutturazione e, ora, in abbandono, oltre a una bella cantina tuttora attiva. Scendendo lungo via dei Giardini, con la pavimentazione in acciottolato, è possibile osservare un suggestivo scorcio rimasto intatto nei secoli, con alcune case di impianto del Seicento-Settecento appartenute alle famiglie “nobili” del paese. Sulla stessa via si affaccia il grande Palazzo Passino, costruito alla fine dell’Ottocento, a pianta quadrata, su tre piani, con un avancorpo e ingresso monumentale fornito di un pregevole scalone a ferro di cavallo. A poca distanza dal palazzo sorge la chiesetta di Santa Croce, sede dell’omonima Confraternita, costruita nel 1624 ma rifatta nel XIX secolo. All’interno si conserva in parte l’antico altare settecentesco in stucco, mentre la facciata ottocentesca è simile negli elementi a quella della parrocchiale. Lungo la via Lamarmora si godono altri suggestivi scorci urbani. Rientrando verso quello che è, oggi, il cuore del paese, si arriva su una piazzetta, largo Giuseppe Raga, su cui s’affaccia un’antica casa a tre piani con muratura a vista in pietra; quindi, passando davanti alla casa parrocchiale con un’interessante loggia a due arcate, si arriva di fronte alla chiesa parrocchiale di San Giorgio. Quando si cominciò a costruirla, nel 1530, si trovava in aperta campagna, nell’immediata periferia del paese. La costruzione della chiesa finì per aggregare tutt’intorno le case “nuove”, con una tendenza che si confermò fino all’Ottocento.
A metà del XIX secolo, tra il 1855 e il 1867, accanto alla chiesa, dall’altra parte della strada, venne costruita la Casa comunale, a dimostrazione che ormai il centro del paese si era spostato verso valle. Questa tendenza urbanistica, cominciata nei primi decenni dell’Ottocento con la costruzione della Statale “Carlo Felice”, continua per tutto il XX secolo, con l’espansione del paese verso Est, lungo la prosecuzione della via Vittorio Emanuele e di via Lamarmora, scendendo dalle falde medio-basse di Monte Pélau fino ad inerpicarsi sulle pendici occidentali di Monte Arana.

I nuraghi e Santa Maria Iscalas
La visita del territorio del Comune di Bonnanaro può cominciare ugualmente dalle pendici di Monte Pélau e più esattamente dalla località di Bega. Partendo dal punto di sosta del sistema delle Ippovie, seguendo un’antica carrareccia, si arriva dopo alcune centinaia di metri al nuraghe di Bega, interessantissimo “nuraghe a corridoi” o proto-nuraghe, al cui interno, al posto della tholos, esiste un lungo corridoio a T, con copertura a grandi architravi, perfettamente conservato. L’ingresso, con una robusta architrave a sezione triangolare, è difeso da un massiccio antemurale ed è rivolto a nord. Proprio sotto il nuraghe, costruito su un’emergenza rocciosa, si possono vedere una fonte monumentale e una capanna, anch’esse quasi certamente di epoca nuragica. La zona in cui si trova l’insediamento nuragico è dominata da Sa rocca de ’Ega, una spettacolare formazione di basalto colonnare su cui nidificano ancora i corvi imperiali e le poiane che inanellano armoniosi voli alla ricerca di piccoli roditori sull’altipiano e sulle pendici del monte. Scendendo verso la valle si passa vicino al nuraghe de Lucas, a circa 800 metri in linea d’aria dal nuraghe di Bega. È un nuraghe complesso, in gran parte crollato e coperto di rovi, che riesce a darci l’idea del sistema di fortificazione e di controllo del territorio da parte degli uomini del II millennio a.C. Con una piacevole passeggiata lungo la strada medievale di mezza costa, comodamente percorribile in auto, andando in direzione del paese si passa accanto alla semplice chiesetta di Santa Barbara il cui culto risale al periodo bizantino. La chiesetta, costruita a fine Seicento, ha pianta rettangolare con ingresso a metà della parete sud. A indicare l’antichità del sito sta il piccolo busto in pietra posto dietro la croce litica sulla parete est: si tratta, secondo gli storici, del busto della santa, realizzato con una tecnica elementare che rimanda alla scultura protoromanica (X-XI sec.). A circa 500 metri di distanza, procedendo verso il paese, si incontra la chiesa di Santa Maria Iscalas. L’edificio è molto interessante: mono-navato, diviso in tre campate, è privo di transetto e con presbiterio rettangolare. La chiesa prende luce da due sole finestrelle, una in facciata e l’altra sopra l’arco presbiteriale. Le fiancate sono sostenute da due contrafforti per lato, in linea con i due archi traversi interni a tutto sesto. In facciata sono notevoli i decori: una rosellina al centro dell’architrave, due colonne e due semicolonne inquadrano l’apertura mentre sull’architrave monolitico si legge l’epigrafe in cui viene indicata la data di costruzione (1682) e il committente, Nicola Delogu. Il decoro si conclude con un timpano e tre pinnacoli in altorilievo inseriti ai lati e al centro del portale. La facciata “a capanna”, con pilastri angolari in blocchi di calcare, termina con un attico in pietra sormontato da una croce litica. Il nome “Iscalas” in Sardegna è comune a tutte le chiese dedicate alla Madonna degli Angeli e si riferisce al sogno di Giacobbe raccontato nella Bibbia. Nella primavera del 2001 la chiesa è stata oggetto di restauro e di uno scavo archeologico che ha messo in luce, sotto l’edificio attuale, una chiesa protoromanica attribuita all’XI secolo. Da Santa Maria Iscalas è possibile, attraverso una mulattiera, raggiungere la zona di Nieddu, dove il Taramelli indicava l’esistenza di un nuraghe. Lì sorgono i ruderi della chiesa di San Basilio Magno, parrocchiale del distrutto villaggio medievale di Nieddu o Nigellu, ricordato fino al 1571 come villa nei documenti della diocesi di Sorres. Nel 1735 la chiesa fu demolita e ricostruita in dimensioni maggiori, come attesta un’epigrafe ora conservata nella sacrestia della parrocchiale. Sempre nella chiesa parrocchiale, alla sinistra dell’altare è conservato un quadro di notevole fattura, proveniente da San Basilio (datato al 1742 e firmato dal pittore Carlo Calzi), che raffigura la Madonna col Bambino, San Basilio e Sant’Antonio. La chiesa sorge presso alcune fonti dette Sas funtaneddas le cui acque scorrono verso valle e confluiscono nel Rio Malis.

La fonte di Malis e il suo nuraghe
Una passeggiata apposita merita la zona di Corona Moltana e il territorio circostante. Dalla strada che porta a Mores si svolta seguendo l’indicazione “Malis”: si arriva ad una zona ricca d’acqua dove si può godere della freschezza della fonte storica di Malis e sedersi all’ombra di un ciliegio secolare (forse il più vecchio tra tutti quelli del territorio del Comune di Bonnanaro). Un recente intervento dell’Amministrazione comunale ha costruito una scalinata di accesso e ha pavimentato lo spazio davanti alle vasche rendendolo più facilmente fruibile, tanto che da alcuni anni la Pro Loco organizza delle passeggiate e dei momenti di musica e di teatro nell’anfiteatro che ne è derivato: gli spettatori si siedono sui gradini e i musicisti o gli attori agiscono nello spazio scenografico davanti alle vasche. La fonte è dominata dal nuraghe Malis (citato dall’Angius come uno dei più grandi del territorio), molto interessante per le dimensioni e per il fatto che è ancora possibile vederne (dall’alto) la tholos. Sotto il nuraghe si apre una piccola valle ricca di rifugi sotto roccia scavati dall’erosione delle acque e riutilizzati per secoli fino ai primi decenni del Novecento. Dalla fine del secolo XIX i rifugi furono via via trasformati, con l’aggiunta di muri e di finestre, in abitazioni utilizzate stagionalmente da contadini e pastori insieme alle famiglie, e in qualche caso occupate anche stabilmente da diversi gruppi familiari. L’acqua che scorreva liberamente fu incanalata e utilizzata per muovere la ruota di un mulino per macinare il grano.

Sas Turres e Corona Moltana
Attraversata la valletta, dopo non più di 400 metri si arriva alle imponenti rovine di Sas Turres. Si tratta di resti massicci di una costruzione di epoca indefinita (romana?). Il sito non è mai stato oggetto di scavi archeologici, ma in superficie sono moltissimi i resti ceramici romani molto evidenti al momento dell’aratura: tutti gli indizi ci portano a ritenere che si tratti dei resti di un’antica mansio, o stazione di posta, collocata su un diverticolo della a Calaribus Turrem, il più importante asse viario che i Romani hanno realizzato in Sardegna. Non secondario è il fatto che si trova a circa 50 km da Porto Torres (distanza percorribile in media in un giorno a cavallo, in età romana). Gli studiosi ritengono che si trovasse vicino alla località di Jaffa, da cui partiva la deviazione per Olbia. Il toponimo è chiaramente riferito alla presenza di strutture turriformi. Attualmente è visibile una massiccia struttura bi-absidata, forse i resti di una riutilizzazione medievale del sito. Da Sas Turres si consiglia di proseguire con una facile passeggiata che ci permette di visitare le numerose domus di Sorroi, Cannisones, ecc. fino ad arrivare agli ipogei di Corona Moltana. Si tratta di tombe scavate nella roccia durante il Neolitico e l’Età del Rame (6000-2300 a.C.). Nel caso di Corona Moltana una tomba, isolata dalle altre quattro della necropoli e la più ampia, è sicuramente legata a un personaggio di rango all’interno della comunità. Le tombe furono riutilizzate nel periodo del Bronzo Antico (2600- 1800 a.C.): al momento dello scavo, effettuato nel 1889, si sono rinvenuti intatti i corredi dei defunti. Questo rinvenimento e lo studio dei numerosi vasi della tomba I, hanno permesso di individuare la cosiddetta “Cultura di Bunnanaro”, risalente al Bronzo Antico distinta dalle altre culture preistoriche prima conosciute. L’itinerario della visita si potrebbe concludere col rientro al centro abitato alla ricerca di sapori e profumi della tradizione. Si consiglia una visita a qualche cantina o un assaggio dei prelibati insaccati tradizionali presso le due macellerie del paese dove si è sicuri di essere accolti con garbo e gentilezza. Tra le tante cantine disponibili si consiglia, in via del Riposo, la Cantina Zonca (tel. 079 845171), in cui il proprietario Antonio Maria, ricco di esperienza e di sapienza contadina, racconta da grande esperto quanta cultura c’è dietro un bicchiere di Cannonau o di Vermentino. Suo grande merito è aver saputo trasmettere la propria passione al figlio Federico, studente di enologia all’Università, che garantirà il presente e il futuro di questa millenaria tradizione.

Il paese è collegato per mezzo di autobus di linea con Sassari e con gli altri centri del Meilogu.

RIFERIMENTI PER IL VISITATORE
Associazione turistica Pro Loco: Tel. 347 6519012
Ospitalità Affittacamere Il ciliegio: Via Milano 10 (trav. 1) - Tel. 079 844042.
Agriturismo Riu Adu: Strada Bonnanaro-Torralba - Tel. 349 7750750
Bed&Breakfast Casa Diaz: (apertura 01/06-30/08, 6 posti letto) Via Musio 2/4 - Tel. 079 845040/338 2910448 - www.casadiaz.it
Bed&Breakfast Due ruote: (apertura tutto l’anno, 5 posti letto) Via Amsicora 8/10 - Tel. 079 845491 - www.due-ruote.net
Bed&Breakfast Il vecchio frantoio: (apertura 01/01-30/09, 6 posti letto) Via Lamarmora 75 - Tel. 079 845073/340 6743774 - www.ilvecchiofrantoio.info
Bed&Breakfast Sa tanca noa: (apertura tutto l’anno, 5 posti letto) Via Vittorio Emanuele II 40 - Tel. 079 845239/340 4634070

Strutture sportive
Centro equestre Sardo-Cheyenne di Angelo Masia: (equitazione ed escursioni a cavallo, domatura, addestramento e pensione cavalli, club-house) Tel. 333 8386455
L’ippocampo di Gian Franco Carboni: (con programmi specifici rivolti ai bambini) - Tel. 333 5975209
Produzione e vendita prodotti alimentari Cooperativa Corona Moltana: (produzione di pasta fresca, dolci tradizionali e tipici sardi, piatti da asporto della tradizione sarda) Via P. Solinas 7 - Tel. 389 8382676
Macelleria salumeria di Paolo Zichi: (vendita di carni fresche e produzione di insaccati) Via Corda 7 - Tel. 328 3747249
Macelleria salumeria di Soro Giovanni: (vendita di carni fresche e produzione insaccati) Via Nazionale 52 - Tel. 079 845203

SERVIZI DI PUBBLICA UTILITÀ
Municipio: Via Garibaldi 10 - Tel. 079 845403/845003/845008
Biblioteca comunale: Via della Regione 1 - Tel. 079 845005
Banco di Sardegna: Via Nazionale 19 - Tel. 079 844002
Farmacia: Via Nazionale 37 - Tel. 079 845018
Ufficio postale: Via della Regione 1 - Tel. 079 845038
Scuola Media: Via Vittorio Emanuele II, trav.1 - Tel. 079 845259

Festa di Sant'Agnese: (si tiene in gennaio il 21/01)

Il 21 Gennaio in onore della Santa si svolgono le consuete celebrazioni religiose e varie manifestazioni civili, curate dalle giovani del paese.

San Sebastiano: (si tiene in gennaio il 28/01)

Il 28 Gennaio si svolge la festa dedicata al Santo, molto sentita dai pastori del paese con celebrazione di una messa solenne, rinfresco a tutti i partecipanti e cena finale

Carnevale (si tiene in febbraio il 31/02)

Come vuole la tradizione i festeggiamenti iniziano con sfilate di carri allegorici, cortei mascherati, balli in piazza e culminano col classico rogo di re Giorgio (Giorzi Bullittadu), che viene processato e bruciato nella pubblica piazza in quanto colpevole di tutti i mali. Durante tutto il carnevale vengono distribuite le frittelle accompagnate dal buon vino locale. Si svolgono inoltre manifestazioni carnevalesche con gare equestri di abilità.
Processione della Confraternita di Santa Croce.

Settimana Santa
: (si tiene in febbraio il 28/02)
I riti si svolgono tra il mese di Marzo e quello di Aprile. Appuntamento molto sentito per la comunità bonnannarese.

La statua di San Giorgio.Parrocchiale di San Giorgio.

S
an Giorgio: (si tiene in aprile il 23/04) Patrono del paese a cui è dedicata la chiesa parrocchiale del XVI secolo. La festa, motivo di attrazione per gli abitanti del circondario, si sviluppa di regola lungo tre giorni di manifestazioni. Il giorno della festa vera e propria si svolge una grande processione che, partendo dalla casa de s’oberaiu mazore , dove era stata conservata la bandiera del santo, percorre le vie del paese: la statua, accompagnata da ragazzi e ragazze nel costume tradizionale, è preceduta da un folto numero di cavalieri e seguita da tutti i fedeli.

Fiera delle ciliegie: (si tiene in giugno il 09/06)
Alla fine Maggio,  inizi di Giugno si svolge la fiera dedicata al prelibato frutto che viene esposto negli stands sia per la degustazione che per la vendita. Collateralmente vengono allestite mostre-mercato con degustazioni, spettacoli musicali, folcloristici e sportivi.

Madonna degli Angeli: (si tiene in agosto il 02/08)

La solenne celebrazione si svolge con una processione organizzata dai muratori, e si conclude con l'immancabile rinfresco.

Madonna di Monte Arana: (si tiene in settembre il 8/09)

Festa che segna, da un lato la fine dell’estate, dall’altro l’inizio della stagione della vendemmia. La festa si svolge nella chiesa di Monte Arana, un piccolo cono vulcanico a est del paese, su cui è costruita l’antica chiesa che ospita la statua della Madonna.


Panoramica del centro abitato.
Panoramica del centro abitato.
La chiesetta della Madonna delle Grazie.
La chiesetta della Madonna delle Grazie.
La necropoli di Corona Moltana.
La necropoli di Corona Moltana.
Fiori di ciliegio.
Fiori di ciliegio.
Processione della Confraternita di Santa Croce.
Processione della Confraternita di Santa Croce.
La statua di San Giorgio.
La statua di San Giorgio.
Parrocchiale di San Giorgio.
Parrocchiale di San Giorgio.
Il costume tradizionale.
Il costume tradizionale.
Giovani in costume tradizionale.
Giovani in costume tradizionale.
Il p ane degli sposi.
Il p ane degli sposi.
Dolci tipici.
Dolci tipici.
Albero di ciliegio.
Albero di ciliegio.
La fonte di piazza Cantaru.
La fonte di piazza Cantaru.
La chiesa di Santa Croce.
La chiesa di Santa Croce.
La chiesa di Santa Maria Iscalas.
La chiesa di Santa Maria Iscalas.
Le rovine romane di Sas Turres.
Le rovine romane di Sas Turres.
Tomba ipogeica di Corona Moltana.
Tomba ipogeica di Corona Moltana.


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