Banari

Comune in fase attivazione
Provincia di Sassari
Regione storica di Meilogu

CAP: 07040
Prefisso Telefono: 079

Azienda A.S.L. 1 di Sassari
Distretto sanitario Alghero

Superficie territoriale 21,27 kmq
Altitudine 419 metri

Abitanti al:
1951:1580
1961:1679
1971:1359
1981:1214
1991:1086
2001:971
2005:963
2010:606


Unione dei comuni del Meilogu
Banari, Bessude, Bonnanaro, Bonorva, Borutta, Cheremule, Cossoine, Giave, Pozzomaggiore, Semestene, Siligo, Thiesi, Torralba
Scopri i 377 comuni della Sardegna

Il territorio
Dopo poco meno di 30 km da Sassari in direzione Cagliari si innesta la strada provinciale che in pochi minuti porta nel centro abitato del Comune di Banari. Un simpatico murale, dipinto all’ingresso, augura il benvenuto al visitatore di questo piccolo paese, che ha una popolazione di poco superiore ai 600 abitanti. Con il centro urbano posto ad un’altitudine di 419 metri, ha come limiti del territorio comunale, di 21,27 kmq, Sa Silva a m 583 e Truncu Nieddu a m 167. Il Comune di Banari confina a nord con Sìligo e Florinas, a sud con Bessude, a ovest con Ittiri e ad est con Sìligo. Nel territorio del Comune di Banari erano aperte sino a pochi anni fa alcune cave di trachite rossa dove abili scalpellini lavoravano la famosa pietra rossa di Banari che abbellisce facciate e caminetti.

Dal Neolitico al Medioevo
La particolare configurazione del territorio del Comune di Banari, attraversato dal Rio Bidighinzu e dal Rio de S’Adde, e la grande valle (Badde Nughedu) che unisce il sud con il nord, hanno favorito l’insediamento di piccole comunità, dedite principalmente alla caccia e, già in epoca neolitica, all’agricoltura. Numerosi sono anche i nuraghi (Faza, Su Crabione, Cunzadu, Ziu Juanne) e coroneddos, disposti principalmente nei pressi del Rio Bidighinzu. Più tardi le popolazioni qui insediate si poterono dedicare alle coltivazioni orticole, nelle brevi aree pianeggianti lungo il corso di rii e ruscelli (sas iscias), nonché allo sfruttamento dei saltus. Abitato in periodo romano, il territorio del Comune di Banari assume le caratteristiche, che in parte conosciamo, in periodo giudicale. Il villaggio di Vànari, posto nella curatorìa di Mejulocu e nella giurisdizione vescovile di Sorres, divenne possedimento dei Doria e ne seguì le vicende, cosicché con la loro definitiva sconfitta venne infeudato alla famiglia Centelles. Le due chiese (San Lorenzo e San Michele) vennero donate ai Camaldolesi da Costantino I di Torres agli inizi del XII secolo, e queste donazioni furono confermate anche in varie bolle del secolo successivo.

C’era una volta Cea
Presso gli odierni confini con Florinas sorge il complesso monastico di Santa Maria di Cea, della cui storia millenaria si sono occupati alcuni storici che, seguendo le antiche affermazioni dell’abate Ciprari e del Vico, l’hanno considerata una dipendenza del monastero di San Michele di Salvénero presso Ploaghe, dove si ritiravano i monaci che volevano dedicarsi a una vita di penitenza. In periodo giudicale fece parte dapprima della dote matrimoniale di una donnicella andata in sposa a Giovanni Malaspina: quando questi decedettero senza prole, passò in eredità alla famiglia Doria. Posto nella curatorìa di Figulinas e sotto la giurisdizione del vescovo di Ploaghe, comprendeva il villaggio di Seve, come attesta il pagamento delle decime fatto a metà del XIV secolo, con la sua chiesa intitolata a San Giacomo. La popolazione, presumibilmente composta principalmente di servi, forniva la manodopera per la tenuta dei vasti possedimenti terrieri del Priorato di Santa Maria di Seve, tutt’ora denominati S’Abbadia. Alla fine del XIV secolo Seve, come gli altri villaggi ubicati nelle vallate circostanti, improvvisamente si spopola ma, mentre gli altri diventeranno dei semplici toponimi sulle carte geografiche, per Seve, chiamato ormai comunemente Cea, la storia riserva una sorte diversa. Infatti, dopo un breve oblio, la vediamo insignita del titolo di Abazia di San Michele di Salvénero e Santa Maria di Seve: il suo titolare godeva di un seggio nello Stamento ecclesiastico del Parlamento sardo. Privilegio concesso solo a poche chiese, era dotata della Porta Santa. Il più famoso titolare fu il monaco vallombrosano Adriano Ciprari, che intavolò una controversia con l’ambasciata di Spagna a Roma per rivendicare al suo ordine tutte le proprietà delle due chiese. Nel corso del XVIII e XIX secolo i suoi titolari (Gian Francesco Simon, il decano della Primaziale di Cagliari G.A. De Roma, l’arcivescovo di Nicea Mons. Luigi Amat di San Filippo) preferirono definirsi Abati di Cea.

Memorie del feudo
Dallo spopolamento di Cea trasse sicuramente vantaggio Banari, che vide accrescere la sua popolazione, prevalentemente attorno alla chiesa di San Lorenzo che, nella riorganizzazione ecclesiastica dei primi anni del XVI secolo, venne eretta in parrocchia, mentre San Michele non solo perse sempre più importanza, ma fu ulteriormente privata di beni e pertinenze che vennero assegnati alla chiesa di San Giacomo, che avrà una sua amministrazione fino alla seconda metà dell’Ottocento, sebbene la chiesa fosse stata atterrata nel primo ventennio del secolo. Il periodo feudale lo possiamo ricordare solo citando feudatari: il marchese Jacopo Artaldo di Castelvì, che, coinvolto suo malgrado nell’uccisione del viceré Camarassa, venne decapitato a Cagliari, e Raimondo Musso, conte di Villanova Montesanto ed ultimo feudatario che, quando venne a sapere l’ammontare della cifra del riscatto del suo feudo, proferì la frase: «Adesso sì che sono conte davvero». Con il regio editto del 4 maggio 1807 che istituì in Sardegna 15 Provincie, Banari venne inserita in quella di Sassari.

Lo sviluppo dell’abitato
La storia urbanistico-edilizia del paese dal Medioevo ad oggi conosce principalmente tre fasi: in periodo feudale lo sviluppo edilizio si svolge attorno alla chiesa di San Lorenzo e in minima parte nei pressi di San Michele, mentre a partire da metà Novecento (secondo momento) si registra un nuovo sviluppo edilizio col trasformarsi di S’Istradone da semplice collegamento tra Banari, Siligo ed Ittiri nella via principale del paese, creando un nuovo assetto delle vie parallele ad esso; la terza fase inizia negli anni Sessanta del secolo scorso con la nascita delle zone di espansione. Gli inizi di questo secolo sono contraddistinti dalla valorizzazione del centro storico, all’interno del quale si procede al ricupero delle abitazioni in stato di degrado e alla rimessa in vista delle facciate in pietra rossa locale. Tornano così a far bella mostra di sé tante piccole opere d’arte create nel tempo dalle abili mani di esperti scalpellini. Ovviamente l’abbellimento edilizio non è un valore fine a se stesso, perché è inserito nelle scelte impostate dall’Amministrazione del Comune di Banari e dalla stessa comunità banarese, dirette al recupero e alla valorizzazione del proprio patrimonio storico, culturale ed ambientale. Il paese è dotato dell’ufficio postale, della farmacia, di un museo, della ludoteca, del centro di aggregazione sociale, di due ristoranti, due bar, una rivendita tabacchi ed edicola, due bed&breakfast.

Gli abitanti
Il movimento demografico, costantemente in aumento sino al 1911, registrò ai vari censimenti una popolazione pari a 1206 (1842), 1214 (1861), 1357 (1871), 1345 (1881), 1503 (1901). Il massimo della popolazione residente venne raggiunto nel 1911 con 1517 abitanti. Dal secondo decennio del secolo scorso si delinea invece un costante decremento demografico, con una popolazione al censimento del 2011 di appena 617 residenti. Significativi al riguardo sono i dati relativi al decennio 1962-1971: 95 nati e 107 morti; 131 iscritti all’anagrafe e 466 cancellati.
Nel corso del secolo scorso ed in questo primo decennio l’andamento demografico negativo ha portato di conseguenza anche un ulteriore impoverimento della già fragile economia del paese (invecchiamento della popolazione, diminuzione degli occupati, contrazione del numero delle aziende agro-pastorali, mancanza di sbocchi occupazionali).

Un paese sopra i fiumi
La favorevole conclusione dell’iter che ha portato all’approvazione dello stemma comunale, mi ha convinto che l’ipotesi più plausibile dell’origine del nome Banari sia anà -ry “sopra i fiumi”.

La cipolla dorata
La popolazione attiva del Comune di Banari è occupata parte nei servizi e parte nell’agricoltura alla quale sono dedite una decina di imprese. Da una decina d’anni, grazie all’iniziativa di un giovane disoccupato, sta avendo successo la coltivazione della cipolla dorata di Banari, da tempo immemorabile conosciuta come i suoi fornelli e citata dal Lamarmora nel sul Itinerario dell’isola di Sardegna (1860). Questo secolo vede il consolidarsi delle iniziative pubbliche e private anche attraverso varie collaborazioni, soprattutto in campo culturale, tra l'Amministrazione del Comune di Banari e la Fondazione Logudoro-Meilogu, sulla quale è doveroso soffermarsi visto il grande impegno che profonde per la visibilità del nostro paese.

FLM, la Fondazione Logudoro Meilogu
La Fondazione Logudoro-Meilogu nasce nel 2001 per iniziativa di Giuseppe Carta, pittore e scultore nato a Banari ma formatosi a Genova, che mette a disposizione il proprio patrimonio per dare sede e continuità alla nuova istituzione culturale. La Fondazione non ha fini di lucro e ha lo scopo esclusivo di valorizzare e divulgare l’arte e la cultura in tutto il territorio nazionale, con particolare riferimento al patrimonio regionale sardo. Attraverso la promozione e l’organizzazione di eventi come esposizioni, convegni, concorsi e corsi, concerti, presentazione di opere letterarie, l’edizione di pubblicazioni attua il programma con il quale è stata fondata. Si adopera per la divulgazione e la conoscenza delle opere di artisti nazionali e internazionali, con particolare riguardo ad artisti e uomini di cultura sarda, così come cerca di promuovere il paesaggio e la civiltà sarda anche al di fuori della Sardegna. Per l’espletamento della sua attività la Fondazione dispone di due grandi sedi espositive, un Palazzo storico del Duecento, meglio conosciuto come Palazzo Tonca, e una struttura moderna che insieme costituiscono con gli annessi giardini, piazze e un nascente parco museale di 5 ettari un vero complesso museale operativo. Di particolare valore gli eventi espositivi finora proposti, tra cui si ricordano le mostre retrospettive di maestri di levatura internazionale come Enrico Baj, Emanuele Luzzati, Salvatore Fiume, le mostre che raccontano di alcuni dei movimenti più rappresentativi dell’arte italiana e internazionale di tutti i tempi, dai Macchiaioli toscani con Giovanni Fattori ad Amedeo Modigliani, ai classici dal Cinquecento al Settecento (da Guido Reni a Van Dick), alle grandi avanguardie storiche del Novecento da Picasso a Basquiat. Nata nel e per il territorio – non è un caso che la sua denominazione sia Logudoro-Meilogu – la Fondazione vanta ad oggi una propria collezione museale di arte contemporanea e moderna nazionale con una ricca rappresentanza regionale databile tra il 1910 e i nostri giorni. Grazie ad una riuscita sinergia territoriale e ad un’attenta politica di programmazione e divulgazione, la Fondazione, divenuta col tempo parte integrante del territorio sardo, può oggi essere considerata, insieme al Comune di Banari, un’unica istituzione culturale che guarda al futuro con gli occhi del presente ma volgendo lo sguardo al passato che è storia e memoria.

Banaresi illustri
Grazie alla sua particolare configurazione territoriale, il Comune di Banari ha maturato nel corso dei secoli quella caratteristica di comunità rurale della quale hanno dovuto tenere conto anche i vari feudatari che si sono succeduti e che per ridurre le conflittualità hanno preferito avvalersi dei prinzipales (i possidenti nativi del paese) per amministrare il feudo. Pertanto la composizione sociale era rappresentata in gran parte da braccianti, dal clero che viveva dei proventi delle varie chiese e dai prinzipales che, grazie soprattutto alle grandi proprietà terriere, furono insigniti della nobiltà nel corso del XVIII secolo. A queste famiglie appartengono i personaggi più illustri del paese. Monsignor Alberto Maria Solinas - Nurra (Banari 1740-Thiesi 1817). Carmelitano, superiore regionale del suo ordine sino alla nomina da parte di papa Pio VII nel 1803 a vescovo di Nuoro, cattedra che resse sino al 1812. Fu un valente oratore, scrisse quattro volumi di sermoni e tradusse il Catechismo per gli adulti del Pouget. Monsignor Diego Marongiu-Delrio (Banari 1819-Sassari 1905). Professore ordinario di diritto ecclesiastico all’Università di Sassari nel 1844, membro del Parlamento subalpino per tre legislature, responsabile dell’Ospedale civile di Sassari e co-fondatore della Società di San Vincenzo de’ Paoli, arcivescovo di Sassari dal 1872 al 1905. Di lui lo storico Enrico Costa scrisse: «Nessun Arcivescovo sardo fu più dotto di lui, né coprì più svariate cariche eminenti in Sardegna e in Italia. Dotto, modesto, sobrio, caritatevole, di costumi patriarcali». Leonardo Solinas (sec. XVIII). Avvocato, amico della famiglia algherese dei Simon, fu uno dei responsabili del partito moderato durante i moti antifeudali di fine secolo. Sono anche da citare Benedetto Arru, collaboratore di G. Marconi, e Barore Sassu, poeta estemporaneo.

La festa più importante del Comune di Banari, citata anche da Vittorio Angius, è senz’altro la festa patronale di San Lorenzo ,che grazie all’impegno degli organizzatori e alla generosità che da sempre ha contraddistinto i banaresi fa affluire numerosi visitatori dai paesi vicini, soprattutto la sera della vigilia, per assistere allo spettacolo pirotecnico predisposto nel campo sportivo. La sera del 10 agosto, con la partecipazione di moltissimi fedeli, si tiene la solenne processione preceduta da cavalieri, uomini e donne vestiti con i costumi tradizionali di vari paesi. Altre due feste sono particolarmente sentite dalla popolazione: Nostra Signora di Cea (8 settembre) e San Michele (alla fine dello stesso mese). Resta tuttora viva la tradizione di andare a piedi, nei giorni della novena, a Santa Maria di Cea dove la sera del Vespro viene offerto un rinfresco da parte degli obrieri (i devoti organizzatori della festa) mentre il giorno della festa, dopo la Messa, si tiene il pranzo sociale, offerto dagli stessi obrieri. Analoga iniziativa viene osservata dagli obrieri di San Michele. Durante le processioni si ha modo di vedere giovani e non indossare il costume tradizionale. Una iniziativa che sta ottenendo un lusinghiero e meritato successo, è Carrelas in festa, che si tiene verso la metà di dicembre. Nata timidamente tre anni fa, ha visto crescere espositori e visitatori da varie parti della Sardegna. Quella che era nata come mostra-mercato di prodotti tipici locali preparati non da artigiani, ma da cittadini che nella vita di tutti i giorni si occupano di ben altro, si è trasformata in poco tempo in una iniziativa culturale che ha contagiato anche chi per vari motivi frequenta questo paese ed è attratto dal suo senso di ospitalità. Risultato di tutto ciò è stato che l'ultima Edizione, che si è svolta il 17 e 18 dicembre, ha visto la partecipazione non solo di numerose famiglie banaresi che hanno presentato i prodotti della gastronomia e pasticceria tradizionali, riscuotendo un meritato successo, ma anche di vari artisti che hanno esposto lavorazioni artigianali, il tutto integrato da mostre e allietato dalla piacevole musica di due orchestrine. La manifestazione permette di degustare i prodotti tipici della gastronomia e della pasticceria locali che, per quanto riguarda la gastronomia sono: su pane untinadu (focaccia che, a seconda della cottura, prende il nome di ammudigadu o fresinu, con salsiccia), gelatina (beladina), testa in cassetta, sanguinacci (sos sàmbenes), favata, pane con strutto, ravioli (culuzones), tatallìu(interiora) in tegame o allo spiedo. I prodotti della pasticceria sono biscotti, amaretti, papassini, cozzula d’erda (focacce con i ciccioli del maiale), formaggelle (casadinas), seadas, pirichittos, tericcas, anca de cane (alla lettera “zampa di cane”, dolce tipico della ricorrenza dei defunti).

Il costume tradizionale
Alla semplicità del costume maschile, confezionato in orbace (su fresi), composto da su calzone, sa camija di tela, su corpette, su gabbanu, sa zamarra (nei giorni feriali), sa berritta, si contrappone quello femminile da festa raffinato e dai tessuti pregiati i cui elementi sono: la gonna (sa munnedda) in panno rosso plissettato con la parte inferiore ricamata a punto raso, il grembiule (sa fallitta) di seta con ricami a punto raso, la camicia bianca di mussolina a pieghettine ricamate a mano con collo basso avente due asole nelle quali sono applicati due bottoni d’oro sardi, il busto (s’imbustu) ricamato a mano con stecche ed asole, allacciato in modo tale da aggraziare la figura femminile, il copricamicia (su corittu) ricamato anche nelle maniche con filo di seta a punto raso, in cui alle asole dei polsi viene inserita sa bottonera, con bottoni in filigrana. La testa viene coperta da su muncaloru de conca, in seta color panna. Siccome sia la lana per l’orbace sia il lino che si coltivava e lavorava si producevano in loco e quasi in ogni casa c’era il telaio, la realizzazione dei costumi avveniva in paese. In varie case si custodiscono tuttora i costumi indossati dai giovani banaresi che fino ai primi anni Sessanta del secolo scorso partecipavano alla Cavalcata Sarda, alla Sagra cagliaritana di Sant’Efisio e a quella nuorese del Redentore.


Parlare di gastronomia, in un paese che da sempre ha dovuto gestire le proprie scarse risorse derivanti, dalla preponderante economia contadina, vuol dire ripercorrere i modi di uno sfruttare al meglio le risorse a disposizione della quasi totalità della popolazione, composta da braccianti agricoli e da pastori. Pressoché ogni famiglia, oltre a coltivare legumi (che costituivano il pasto serale ma anche il pasto principale della giornata), allevava in casa (per paura dei furti) almeno un maiale, vista la sua alta resa alimentare. La macellazione del maiale, fatta da mani esperte che provvedevano in modo preciso al taglio delle varie parti (perché del maiale non si butta via niente), coinvolgeva non solo la famiglia interessata ma tutto il vicinato che collaborava in vario modo e veniva ricompensato con una parte del maiale chiamata s’ipinu. Il maiale diventava così protagonista della gastronomia del Comune di Banari con i suoi piatti più conosciuti. La favata preparata con fave secche, cipolle dorate di Banari, aglio selvatico (s’àppara), borragine (sa limbuda), finocchietti selvatici, ossa di maiale e cotenna salate, cavoli. Le fave, le ossa e la cotenna, lasciate a bagno dal giorno prima, vengono messe a cuocere; a metà cottura si aggiungono i finocchietti, l’aglio selvatico, i cavoli e la borragine. Dopo circa due o tre ore la favata è pronta. Quello che rimaneva veniva cucinato con pane fresa tostato (tipo di pane zichi, ma un po’ più sottile) chiamato pane bollito con fave. La gelatina (sa beladina) preparata con zampe di maiale, aglio, aceto, pepe, cipolla dorata di Banari. Dopo averle lessate per ore in acqua abbondante, sino al disossamento, le zampe di maiale disossate si mettono in una insalatiera; il brodo di cottura si cola, si aggiunge un po’ di aceto, qualche spicchio d’aglio, un po’ di pepe, e il tutto si mette a bollire per poco meno di mezz’ora; quindi viene versato nell’insalatiera dove ci sono le zampe. Si lascia raffreddare e la gelatina è pronta per essere servita. Il sanguinaccio dolce (sos sàmbenes). Appena ammazzato il maiale se ne versa il sangue in una pentola, colandolo per evitare la coagulazione, quindi si aggiunge il latte, l’uva passa, un pizzico di anice stellata e lo zucchero: il tutto si versa dentro il budello del maiale che si lega, tipo salamino, e si mette a bollire in un paiolo d’acqua. Appena va in ebollizione la cottura è finita. Parte del maiale veniva e viene riservata per la produzione delle ottime e rinomate salsicce del Comune di Banari, per la testa in cassetta e per la pancetta. Delle altre parti del maiale, il lardo era usato per cucinare e come companatico; il grasso (s’àbile), tagliato a pezzetti, messo a scaldare, man mano che ne esce il liquido, si travasa in altro tegame e diventa strutto, mentre la parte rimanente che non si scioglie diventa ciccioli (sas berdas) che servono per preparare sa cozzula (la focaccia) d’erda. Lo strutto si usa per la preparazione della maggior parte dei dolci tradizionali.

I nomi del pane
Il pane, alimento essenziale, conosce nel Comune di Banari (come del resto in molti paesi sardi) tanti tipi, tante forme e tanti nomi: su pane de su jogulu, un pezzo di pane che veniva messo sotto il cuscino del bambino non battezzato; su pane ischeddadu, pane preparato per il pranzo di nozze; su pane franzesu, pane dato in dono agli invitati impossibilitati ad intervenire al matrimonio; su semolinu, su bullette, poddine piccadu, tipi di pane prodotti in occasione delle principali festività; su pane purile, cozzula de s’ou, pane non lievitato; su pane de sa fortuna, contenente una monetina, dato a pezzetti ai bambini nel giorno dell’Epifania, chi trovava la monetina veniva considerato il fortunato della famiglia; su pane triguìndia, ammudigadu, fresinu, pòddine, fresa, pane russu, pane d’uso quotidiano.

Una caserma per i Carabinieri
L’ultimo decennio del XIX secolo fu un periodo funesto per il Comune di Banari, colpito da gravi avvenimenti delittuosi, per cui il 9 novembre 1895 si adottò una deliberazione consiliare per la domanda di concessione della caserma dei Reali Carabinieri così giustificata dall’avv. Michele Piras, facente funzioni di sindaco: «Da tempo le condizioni della pubblica sicurezza in questo Comune lasciano molto a desiderare, poiché ai furti sono succedute le rapine ed a queste tengono dietro i reati contro le proprietà. Che l’agro banarese si presti facilmente a nascondiglio e a sicuro rifugio di malviventi per l’accidentalità del terreno tanto è vero che fu teatro di indescrivibili e tristissime scene di sangue compiute per opera dei famigerati Derosas e Angius. Che dalle recenti statistiche risulta che il Comune di Banari dà il sei per cento del contingente di delinquenti, mentre gli altri comuni del mandamento non danno che il due per cento». A seguito dell’autorizzazione della Prefettura di Sassari nel 1898, nell’anno successivo si provvide all’appalto dei lavori di ristrutturazione del’ex palazzo Solinas da adibire a uffici comunali e a caserma dei RR. Carabinieri.

Sa correddada
Questa usanza, che coinvolgeva da una parte la popolazione e dall’altra i vedovi che si risposavano, aveva modalità simili a quelle del charivari di origine medievale, pur se con finalità meno negative. Si è tramandato nel Comune di Banari fino ai primi anni Settanta del secolo scorso. Infatti, mentre il charivari era una forma di coercizione sociale che si manifestava contro chi infrangeva le regole delle comunità rurali, e tali erano considerati i vedovi che si risposavano, esso durava anche per giorni e tendeva a colpire soprattutto la donna rea di aver tradito la memoria del marito morto. In sa correddada banarese, che aveva luogo il solo giorno del matrimonio, rimaneva soltanto la parte goliardica della “cerimonia”. In paese se ne ricorda una che risale a metà degli anni Settanta. Nel primo pomeriggio il suono di un corno marino (sa porra) era il segnale per la popolazione che sa correddada stava per iniziare: ognuno si procurava oggetti che producessero suoni i più sgraziati possibili (pentole, coperchi, campanacci, pezzi di lamiera) e confluiva nella piazza dove si trovavano gli ideatori dell’iniziativa e, al seguito del figlio dello sposo che guidava una sgangherata motocarrozzetta alla quale era attaccato un vecchio elettrodomestico, si diede vita a quella che gli anziani definirono la più imponente correddada della storia del paese, visto che vi partecipava quasi tutta la comunità del Comune di Banari. Attraversando le vie si fece tanta gazzarra che la si sentì nel vicino paese di Siligo. Dal tramonto fino all’alba del giorno seguente il chiassoso corteo si radunò nei pressi della casa degli sposi e alla gazzarra si aggiunsero canti da osteria, battute e gesti di scherno. La stessa cerimonia fu ripetuta altre volte negli anni successivi, con spirito ben diverso visto che gli sposi erano consenzienti, e soltanto per far rivivere una tradizione che nel corso dei secoli aveva avuto un significato ben diverso.

Banaresos furreddaios
Il centro abitato del Comune di Banari era famoso in tutta l’isola per la produzione di fornelli in terracotta e della cipolla dorata che venivano venduti ovunque, perché sos Banaresos furreddaios erano anche degli abili commercianti che giravano per tutti i paesi. Il Comune di Banari ha avuto sempre dei bravi potatori, scalpellini e muraioli, ricercati anche nei paesi vicini. Per quanto riguarda i muraioli un anziano soleva dire che certi prinzipales, come il cav. don Antonicu Mannu-Solinas, collaudavano il muro passandovi sopra a cavallo: la parte che cedeva non veniva pagata e il muraiolo doveva rifarla a sue spese.

Tra storia e paristoria
Gli anziani del paese narrano che durante la loro infanzia i genitori, nel corso di violenti temporali, li distraevano raccontando che anticamente nelle serate di maltempo si sentiva il rintocco della campana della chiesa di Santa Maria di Cea. Alcuni storici, convinti che il Priorato di Cea sia stato, nel XIII-XIV secolo, un Hospitale dei Cavalieri di San Giacomo d’Altopascio, ritengono che il racconto degli anziani parta dal seguente dato storico: nell’Hospitale di Altopascio vi era una campana, “La Smarrita”, che ogni sera al tramonto suonava per orientare i viandanti e i pellegrini che percorrevano la “Via Francigena” verso il monastero dove ricevevano un pasto caldo ed eventuali cure. Accogliendo questa tesi, durante il possesso dei Cavalieri di Altopascio, al tramonto veniva suonata la campana della chiesa di Santa Maria di Cea per orientare i viandanti che percorrevano s’istrada de sos padres “la via dei frati”.

Il centro storico
L’itinerario che si propone al visitatore si svolge nel centro storico del paese, che conserva in vari punti quella che è stata la struttura urbanistico-edilizia del passato. Lungo il percorso si avrà la possibilità di ammirare facciate, rosoni, stipiti in pietra rossa. Merita una visita l’Oratorio di Santa Croce, costruito presumibilmente nel XVII secolo con una bella facciata, che conserva, pur non presentando al suo interno opere di particolare pregio, una sua importanza per essere stato la sede di una delle Confraternite più antiche della provincia. A qualche decina di metri si trova la chiesa parrocchiale di San Lorenzo. Non conserva niente della sua origine romanica: all’attuale struttura in stile neo-classico si è giunti a seguito delle modificazioni intervenute a partire dal XVIII secolo, quando nel 1722 il rettore Gavino Manunta edificò a proprie spese il presbiterio e la cappella dei santi Gavino, Proto e Gianuario; qualche anno dopo (1732) la famiglia Solinas fece erigere la cappella di Sant’Antonio, mentre per le altre quattro cappelle si è provveduto con fondi della parrocchia ed oblazioni della popolazione. Nel corso del XIX secolo si è provveduto alla costruzione della sacrestia (1806); nel 1834 l’antico tavolato fu sostituito dalle volte e vennero rinforzati i muri perimetrali, essendo rettore il teologo Salvatore Cugurra; nel 1851-52, con il contributo di donna Antonica Solinas, della parrocchia e della popolazione le piccole arcate che sostenevano le campane vennero sostituite dal campanile tuttora esistente: le stesse campane vennero rifuse nell’anno 1868 dai fratelli Muzzo di Tempio e consacrate da Mons. Marongiu Delrio nel 1872. Durante i lavori di restauro del basamento dell’altare maggiore del 1858 è stato rinvenuto un sepolcreto contenente delle reliquie e dei frammenti di pergamena, certamente contenenti l’atto di consacrazione della chiesa. Sul piazzale della chiesa si affaccia il Palazzo Solinas, di proprietà del Comune di Banari, adibito attualmente a mostre e che conserva all’interno alcuni ambienti originari. Poco oltre si raggiunge via Marongiu detta anche Sa Carrela de sos Palattos, perché abitata in periodo feudale dalle famiglie nobili dei Marongiu, Delrio, Delogu. La prima parte della visita si conclude al Palazzo comunale e alla sua piazza, chiamata già in periodo feudale Sas Bòvedas>/em>, perché le abitazioni che si affacciavano avevano tutte la volta. È da sempre il punto d’incontro comunitario (qui nel 1796 nobili e capifamiglia firmarono l’atto di delega a favore dell’avv. Leonardo Solinas contro il feudatario, mentre negli anni del regime fascista vi si svolgevano saggi ginnici e dalla finestra della sezione del fascio una radio ne diffondeva le direttive). Il Palazzo comunale (erroneamente chiamato da qualcuno Palazzo Corda) è una bella costruzione in pietra rossa (di particolare pregio l’ambiente adibito ad aula consiliare) della prima metà del XIX secolo, appartenuto alla famiglia Solinas e poi espropriato dalla Banca Nazionale. L’Amministrazione del
Comune di Banari, fallite le trattative instaurate con donna Antiocangela Corda, nel 1893 raggiunse un accordo con l’Istituto di Credito, che lo cedette per la somma di Lire 5.500, pagabili in 10 anni, più un interesse scalare del 5%. La seconda parte dell’itinerario è la visita a quello che storicamente è stato l’altro rione di Banari, sorto attorno alla chiesa romanica di San Michele. A testimonianza della sua antichità è il rinvenimento verso la fine del XIX secolo di un tubo di rame contenente una pergamena, alcuni grani d’incenso e delle reliquie all’interno di una delle tre colonnette che reggevano l’altare. La traduzione dal latino del contenuto della pergamena è la seguente: «Nel giorno 23 dicembre dell’anno del Signore 1020 questo altare è stato consacrato ad onore di Dio Onnipotente e del Beato Michele Arcangelo per mano del venerabile padre Guantino per grazia di Dio vescovo di Sorres». Il documento risulta che sia tutt’ora sotto l’altare in un incavo sigillato a cemento. Da ammirare sia la chiesa con la sua caratteristica scalinata, sia alcuni palazzi in pietra rossa fatti costruire da borghesi e massai tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. L’altro itinerario che si propone è la visita al complesso monastico di Santa Maria di Cea, posto a circa 6,5 km dal paese sulla SP. 41/bis in direzione di Ittiri. La struttura, meritevole di un’approfondita campagna di scavi, è composta dalla chiesa romanica del XII-XIII secolo, dal “Romitorio”, dai resti di alcuni ambienti (probabili depositi di attrezzi agricoli), da un pozzo e da una piccola fornace per la cottura delle figulinas. Viste le sue caratteristiche architettoniche, simili a quella di Santo Stefano a Magazzini nell’isola d’Elba, si pensa che la chiesa sia opera di maestranze toscane operanti anche in Sardegna nel XII-XIII secolo. È ad impianto mononavato con campanile a vela: i resti di un arco sono la testimonianza del suo collegamento al “Romitorio”; dove ora è la porta di accesso al cortile era posta, fino al XIX secolo, una lastra di marmo recante le date di apertura della Porta Santa. Alla destra del portone una scritta in gotico antico indica il nome dei priore (padre Guiciardo da Votida) che reggeva la chiesa nel 1260. Questo itinerario permette al visitatore di percorrere quella che nel Medioevo era la Bia Grekiska o s’istrada de sos padre, usata da monaci e viandanti in alternativa alla principale a Karalibus ad Turrem e, inoltre, di ammirare le splendidi vallate che circondano questo sito ricco di storia. Agli amanti della natura, il Comune di Banari offre un territorio pressoché tutto immerso nel verde con decine di chilometri di sentieri, facilmente percorribili sia a piedi che in mountain bike, a contatto con un ambiente incontaminato. Di particolare bellezza ed interesse sono i percorsi che raggiungono Monte Sa Silva (m 584) da cui la vista spazia fino alle cime del Limbara e la strada di Sa Cattighera che, attraversando le verdi vallate, conduce a Badde Manna (già ricordata nel Condaghe di San Michele di Salvénero) per unirsi alla carovaniera di s’istrada de sos padres.

Il paese è collegato per mezzo di autobus di linea con Sassari e con gli altri centri del Meilogu.

RIFERIMENTI PER IL VISITATORE
Associazione culturale Su Concordu Banaresu Via Vittorio Emanuele 50 - Tel. 349 1362876

Ospitalità
B&B Montiju Via Marongiu 5 - Tel. 079 826082
B&B S’Asilo Via Marongiu 28 - Tel. 079 826232
Ristorante-pizzeria “Sa Carrozzera” Via Sassari 2 - Tel. 348 0147234
Ristorante-pizzeria “Sa Casara” Località Pirazida - Tel. 349 8369893
M & M Viaggi (gite, escursioni) - Tel. 339 7655393

Artisti e artigiani
Lavorazione artigianale del ferro di Efisio Alba Via XXV Aprile - Tel. 328 5807292

Prodotti alimentari
Panificio Sanna Marianna (produzione ammodigadu, fresinu e sa corona) Via Vittorio Emanuele 21 - Tel. 079 826081
Alimentari Falchi (vendita biglietti autobus) Via Brigata Sassari 2 - Tel. 079 826223
Rivendita carni di produzione propria Angelo Salvatore Pes Via Vittorio Emanuele - Tel. 079 826082

SERVIZI DI PUBBLICA UTILITÀ
Comune Piazza A. Solinas 1 - Tel. 079 826001
Pronto Soccorso Pubblica Assistenza Meilogu Via Vittorio Emanuele 75
Guardia Medica c/o Ospedale Thiesi - Viale Seunis - Tel. 079 889177
Farmacia dott.ssa Unali Elena Via Mannu 13 - Tel. 079 826153 Ufficio Postale Via Lussu 1 - Tel. 079 826265
Parrocchia San Lorenzo Piazza San Lorenzo - Tel. 079 826049

Musei e centri culturali
Fondazione Logudoro-Meilogu - Museo d’Arte Contemporanea FLM
Aperto tutto l’anno: orari estivi 16.30/20.00, chiuso il lunedì. Per gli altri periodi è garantita l’apertura giornaliera previo appuntamento. Visite guidate, anche la mattina, su appuntamento
Via Marongiu 30 (ingresso da Via Sassari) - Tel. e fax 079 826199 - info@fondazionelogudoro.com - fondazionelogudoro@alice.it www.fondazionelogudoro.com
Biblioteca comunale Piazza A. Gramsci - Tel. 079 826001

Festa patronale: spettacolo pirotecnico.

San Lorenzo: (si tiene in agosto)
La festa più importante del paese è senz’altro la festa patronale di San Lorenzo, che attrae numerosi visitatori dai paesi vicini, soprattutto la sera della vigilia, per assistere allo spettacolo pirotecnico predisposto nel campo sportivo. La sera del 10 agosto si svolge la solenne processione preceduta da cavalieri, uomini e donne in costumi tradizionali.

Festa di Nostra Signora di Cea.

Nostra Signora di Cea: (si tiene in settembre)
Resta tuttora viva la tradizione di andare a piedi, nei giorni della novena, a Santa Maria di Cea dove la sera del Vespro viene offerto un rinfresco da parte degli obrieri (i devoti organizzatori della festa) mentre il giorno della festa, dopo la Messa, si tiene il pranzo sociale, offerto dagli stessi obrieri.

San Michele: (si tiene in settembre)
Festa che si celebra a fine settembre, molto sentita dalla popolazione Analoga a Nostra Signora di Cea viene osservata dagli obrieri di San Michele.


Carrelas in festa
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(si tiene in dicembre)
Permette di degustare i prodotti tipici della gastronomia e della pasticceria locali che, per quanto riguarda la gastronomia sono: su pane untinadu (focaccia che, a seconda della cottura, prende il nome di ammudigadu o fresinu, con salsiccia), gelatina (beladina), testa in cassetta, sanguinacci (sos sàmbenes), favata, pane con strutto, ravioli (culuzones), tatallìu (interiora) in tegame o allo spiedo.
I prodotti della pasticceria sono biscotti, amaretti, papassini, cozzula d’erda (focacce con i ciccioli del maiale), formaggelle (casadinas), seadas, pirichittos, tericcas, anca de cane (alla lettera “zampa di cane”, dolce tipico della ricorrenza dei defunti).

Scorcio del centro storico.
Scorcio del centro storico.
L’Oratorio di Santa Croce.
L’Oratorio di Santa Croce.
Interno del Museo.
Interno del Museo.
La rinomata cipolla di Bánari.
La rinomata cipolla di Bánari.
Festa patronale: spettacolo pirotecnico.
Festa patronale: spettacolo pirotecnico.
Festa di Nostra Signora di Cea.
Festa di Nostra Signora di Cea.
La chiesa di San Lorenzo.
La chiesa di San Lorenzo.
La chiesa di San Lorenzo, interno.
La chiesa di San Lorenzo, interno.
Sa Funtana ‘e Josso.
Sa Funtana ‘e Josso.


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